Mar 29 Nov 2022
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Gli ex militi borbonici nella guerra di secessione

Nel 1861, all’indomani della disfatta subita ad opera delle Camicie Rosse di Garibaldi, tantissimi reduci del disciolto esercito del Regno delle due Sicilie si trovarono a combattere per un altro Sud, quello Confederato, oltre l’Atlantico. Dove proseguirono la loro disperata guerra.

La storia che raccontiamo questa settimana è una storia di speranze e sconfitte, di illusioni e frustrazioni, di infelice coraggio, di fittizie libertà, diuturnamente inseguite ma mai abbracciate, e di plumbee catene, strangolanti arcaiche utopie; una storia di esistenze giovani, sfruttate e grame, votate alla difesa di interessi elitari, insiti in istituzioni anacronistiche, e di sangue versato copiosamente per i fantasmi subculturali dominanti un mondo ormai crepuscolare e caduco; è una storia di uomini trovatisi a calcare il palcoscenico delle umane vicende dalla parte sbagliata, sempre, tenacemente dalla parte sbagliata; è una storia di soldati perennemente in guerra, con loro stessi, prima ancora che con nemici, vecchi e nuovi, avvezzi alla vittoria; è una storia di italiani, di italiani meridionali prigionieri: prigionieri, soprattutto, del loro destino, piagato dalle asprezze di una terra bellissima, ma sovente cattiva; particolarmente cattiva al tempo in cui si svolsero le vicende che stiamo per raccontarvi sommariamente; cattiva, soprattutto, per gli uomini che popolano questa storia, ovvero la storia dei soldati borbonici che, nel 1861, all’indomani della disfatta subita ad opera delle Camicie Rosse di Garibaldi e della conseguente dissoluzione del Regno delle due Sicilie, si trovarono a combattere per un altro Sud, oltre l’Atlantico, quello staccatosi dagli Stati Uniti d’America, successivamente all’elezione del repubblicano Abraham Lincoln, alfiere di un orientamento economico, sociale e morale avente come orizzonte i valori della moderna società industriale; un orientamento decisamente prevalente nel Nord e, ovviamente, incompatibile con l’impostazione agricola, fondata sull’iniquo istituto dello schiavismo, degli Stati del Sud, riunitisi, sotto la presidenza del democratico Jefferson Davis, in un’entità statuale, che, nel febbraio del 1861, assunse il nome di Stati Confederati d’America. Un sud, che, benché dissimile, riguardo a tanti e basilari presupposti economico-ideali, dalla monarchia di Francesco II, aveva in sé quel carattere tradizionale, radicalmente vincolato alla difesa identitaria endogena e pertinacemente idiosincratico alla filosofie economico-esistenziali ed alla cultura sociale progressista veicolate dalla modernità, tale da apparire ai logori, inermi e confusi soldati sconfitti a Milazzo, sul Volturno, a Gaeta, a Civitella del Tronto (tanto per citare alcune delle battaglie che portarono i Mille dell’Eroe dei due Mondi, unitamente, successivamente, all’esercito sabaudo, ad annientare l’ “esercito di Franceschiello”) una nuova Patria, una possibilità di riscatto, un nuovo inizio, anche se, come vedremo, l’arrivo in America  degli ex soldati borbonici ed il loro contestuale arruolamento nell’esercito confederato, in larga parte non ebbe i crismi propri della pienamente libera volontà, quanto, soprattutto, quelli dell’opportunità, sia da parte dei vincitori, sia da parte degli sconfitti: se, infatti, da una parte, Garibaldi, prima, e i piemontesi, poi, avevano la necessità di sfoltire la grande massa di prigionieri borbonici, dall’altra, per questi ultimi (anche per coloro i quali erano emotivamente poco sensibili al “fascino romantico e decadente dell’altro sud”), il trasferimento in America  e il servizio nell’esercito sudista, appariva una soluzione accettabile, a fronte, soprattutto, di prospettive alternative aventi come sfondo o il rinnegamento, al cospetto dei nuovi governati sabaudi, di granitici, per quanto, ai nostri occhi, difficilmente comprensibili, riferimenti ideali (opzione, questa, inaccettabile per uomini cresciuti nel culto del re e della fedeltà ad esso)  o, peggio ancora, il buio umido di una cella in qualche campo di prigionia piemontese. Circostanze, eventualità, timori, speranze e frustrazioni, che, dal 1861, in poi, crearono le condizioni affinché le egri storie individuali degli sconfitti del meridione d’Italia si intrecciassero con gli avvenimenti che videro l’ascesa e la caduta dell’utopia vetusta animante il meridione d’America.

Proprio in quell’anno, nel 1861, le due vicende storiche afferenti al definitivo tramonto dell’epoca borbonica nel sud italiano e alle prime deflagrazioni della tempesta di fuoco e sangue che nel giro di quattro anni avrebbe travolto gli Stati del sud Confederato, si sfiorarono temporalmente: il 20 marzo 1861, ovvero tre giorni dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia, cadde, piegata dalle cannonate dell’esercito piemontese, Civitella del Tronto, l’ultima fortezza borbonica; poco meno di un mese dopo, il 13 aprile, a Charleston, nella lontana Carolina del Sud, un colpo di mortaio esploso da una postazione confederata contro la guarnigione unionista di Fort Sumter segnò l’inizio della Guerra di Secessione americana. Una guerra, su cui vale la pena di aprire una corposa parentesi, nel nostro racconto, al fine di contestualizzare meglio le cruente vicende che videro coinvolti tanti soldati meridionali, e italiani in genere; le ragioni della guerra civile americana sono complesse e furono oggetto di dibattito sin dall’inizio della guerra, un dibattito, ulteriormente complicato dall’intento revisionista di taluni scrittori volto a sminuire il ruolo svolto dallo schiavismo nelle motivazioni della secessione. In ogni caso, in linea con le più autorevoli analisi storiografiche, si può tranquillamente affermare che le origini della guerra di secessione americana risultano legate, come già accennato, ai diversi e configgenti sistemi economici e doganali dominanti nella società americana del tempo, con gli Stati del Sud, agricoli e latifondisti, favorevoli al libero commercio, e quelli del Nord, industriali, fautori di tariffe protezionistiche.

Su questa base si inserì la disputa tra il Nord abolizionista (in buona parte, per ragioni economiche, prima ancora che etico-morali) e il Sud schiavista, che sfociò nella guerra a seguito dell’elezione a presidente di Lincoln (1860), favorevole a una graduale abolizione della schiavitù. La questione della schiavitù riguardava non solo i diritti degli schiavi (anche se gli abolizionisti avevano sollevato la questione) ma anche il fatto che la schiavitù risultava un male anacronistico incompatibile con i valori americani o con un sistema economico redditizio protetto dalla Costituzione. In ogni caso, stante la delicata situazione caratterizzante gli Stati del Sud, per le cui oziose e gaudenti classi dirigenti il mantenimento e la crescita dello schiavismo costituiva il vero fulcro del sistema economico-sociale su cui si fondava la loro prosperità (e, quindi, una condizione assolutamente non negoziabile), la strategia del movimento anti-schiavitù, che aveva le proprie radici nella Dichiarazione d’Indipendenza, era quella di fermarne l’espansione e portare così il fenomeno su un percorso di graduale estinzione. Era, questa, in effetti, l’idea del partito repubblicano, che, nel novembre 1860 riuscì a far eleggere, per la prima volta un suo membro, Abraham Lincoln, alla carica di Presidente degli Stati Uniti. Un’elezione, che, in breve tempo, fece precipitare gli eventi: nel dicembre 1860 undici Stati sudisti si staccarono da Washington, per unirsi in una Confederazione con una propria capitale, Richmond, in Virginia e con un proprio presidente, Jefferson Davis. Nell’aprile 1861, un mese dopo che Lincoln aveva assunto la presidenza, scoppiò la guerra civile, che fu il più lungo e sanguinoso conflitto verificatosi tra le guerre napoleoniche e la I Guerra Mondiale. La guerra civile americana ebbe un carattere anzi già preludente a quest’ultima, sia per le enormi masse mobilitate dall’una e dall’altra parte e per l’impiego di moderni mezzi tecnici, sia per il grande numero di perdite umane e l’accanimento con cui furono condotte le operazioni. Nel corso del conflitto le armate sudiste opposero una straordinaria resistenza, riportando notevoli vittorie iniziali, grazie ai talenti del generale Lee, che ne comandava l’esercito, ed alla mancanza del nord di un’adeguata preparazione e di solide tradizioni militari, elementi, questi, tipizzanti la conservatrice società del sud. Più volte, perciò, le forze nordiste, che tentarono di raggiungere la capitale sudista Richmond, nella Virginia, furono sanguinosamente battute. Ma l’indomita decisione di Lincoln di salvare l’Unione dallo sfacelo e la superiorità industriale del nord contennero i successi militari sudisti.

La confederazione inoltre, scarseggiando di industrie, era costretta a dipendere dall’estero per i propri rifornimenti. Molta importanza venne quindi ad avere per ambedue i belligeranti l’atteggiamento dell’Europa. Le simpatie delle corti reazionarie d’Europa, che mai avevano nascosto la loro avversione alla democrazia repubblicana degli Stati Uniti, andavano logicamente al sud aristocratico e schiavista. La medesima simpatia, c’è da credere, che, intimamente doveva fare capolino nell’animo di gran parte dei superstiti dello sconfitto e disciolto esercito borbonico, i quali, dopo aver subito la distruzione del loro piccolo tradizionale mondo e la lacerazione del bianco vessillo dei Borbone, per mano di eserciti aventi, ai loro ottenebrati occhi, le fattezze degli invasori, guardavano con favore verso la Confederazione sudista, che presentava la propria lotta come una difesa del diritto degli stati americani meridionali a rendersi indipendenti dall’Unione e del libero scambio contro il protezionismo industriale del nord. Guadagnava perciò anche il favore del governo inglese, interessato a procurare alle proprie industrie un importante mercato e ad assicurare loro cotone a buon prezzo, frutto dello sfruttamento schiavista nelle piantagioni confederate. Una questione, quella della schiavitù, che, è bene chiarire, contestualmente alle vicende della guerra di secessione, fu determinante nella decisione del ribelle governo confederato di addivenire alla secessione e di attaccare le forze unioniste. Del resto, sebbene non tutti i sudisti lottassero per preservare la schiavitù, la maggior parte degli ufficiali e oltre un terzo della truppa dell’esercito di Lee aveva interessi legati alla schiavitù. Per i nordisti, invece, la motivazione principale della lotta contro il sud era quella di preservare l’Unione, non di abolire la schiavitù. Il 22 luglio 1861, la Casa Bianca promulgò, in proposito, la “Crittenden Resolution” affermando che l’obiettivo della guerra era il mantenimento dell’Unione (non la sovversione antischiavista). Addirittura, un anno prima Lincoln era diventato presidente sulla base di una piattaforma che riconosceva a ogni stato dell’Unione il diritto di controllare le sue istituzioni interne, schiavismo compreso. Le cose sarebbero cambiate gradualmente. Infatti, anche se per Abraham Lincoln la salvezza dell’Unione era l’obiettivo centrale della guerra, intimamente vide sempre la schiavitù come una questione cruciale, facendone un ulteriore obiettivo finale, promulgando, prima, il Proclama d’emancipazione (1862), con cui decretò la liberazione di tutti gli schiavi dai territori degli Stati Confederati d’America a partire dal 1º gennaio 1863, e, successivamente, perseguendo con determinazione l’approvazione, da parte del Congresso, del XIII emendamento alla Costituzione (1865), che, abolendo ufficialmente la schiavitù in tutti gli Stati Uniti, coronò la legislazione abolizionista. A tanti osservatori straneri, quindi, la guerra, ancor prima dell’approvazione formale dei summenzionati atti, apparve assumere la foggia di una lotta per la democrazia contro lo schiavismo latifondista. A Lincoln e all’Unione, perciò andavano le simpatie entusiastiche dei mazziniani, dei garibaldini, e degli altri democratici d’Europa, il cui fermo atteggiamento impediva ai propri governanti di tradurre in intervento le loro simpatie per la Confederazione. A riprova dell’afflato ideale legante i movimenti democratici alla causa unionista, basti considerare i tanti garibaldini che combatterono nelle fila dell’esercito unionista, come i soldati del 39th New York volunteer infantry regiment, denominato “Garibaldi Guard”, che imbracciarono le armi a fianco dei primi afroamericani liberati, pagando un altissimo tributo di sangue (il reggimento garibaldino perse, durante la guerra di secessione, 9 ufficiali e 269 soldati, in azione, tra i feriti, ma soprattutto a causa delle malattie e delle infezioni; impegnati in tante battaglie cruciali, un gran numero di essi finirono prigionieri e sono oggi ricordati da un monumento a Gettysburg, che ha dato lustro alle imprese del Trentanovesimo) o ufficiali come il siciliano Enrico Fardella che, dopo aver partecipato alla liberazione del sud Italia a capo di una brigata dell’Esercito meridionale, a fianco di Garibaldi, si trasferì in America e organizzò un corpo di fanteria di volontari. Il Reggimento Fardella, con 1040 volontari, combatté nell’Armata del Potomac.
Nel 1864 creò un nuovo reggimento di fanteria, l’ 85° Volontari di New York. Sconfitto e reso prigioniero nella battaglia di Plymouth fu rinchiuso nella prigione di Andersonville, tornando libero il 3 agosto in seguito ad uno scambio di prigionieri e venendo promosso, nella primavera del 1865, generale da Abramo Lincoln. Lo stesso Giuseppe Garibaldi, il quale, dopo il proclama d’emancipazione, benedì il presidente il Presidente Lincoln, definendolo “Pilot of the Liberty”, ebbe la possibilità di prendere parte alla guerra civile. Infatti, nella primavera del 1861, il colonnello Candido Augusto Vecchi scrisse al giornalista americano Henry Theodore Tuckerman, ipotizzando una partecipazione del generale alla guerra civile americana. Il 2 maggio era apparsa una lettera scritta dal nizzardo sulla questione sul New York Daily Tribune. Il console statunitense ad Anversa, James W. Quiggle, l’8 giugno scrisse a Garibaldi, offrendogli, a nome del suo governo, e, quindi, di Lincoln, un posto di comando nell’esercito nordista, che in quella fase si trovava in una situazione di oggettiva difficoltà. L’ambasciatore statunitense Henry Shelton Sanford volle accertarsi delle vere intenzioni del generale, che intanto aveva scritto su tale questione a Vittorio Emanuele  II. I contatti diplomatici tra Washington, Torino e Caprera furono lunghi e complessi, durarono circa un paio d’anni, ma alla fine l’eroe dei due mondi non prese parte al conflitto. Probabilmente, Garibaldi aveva intuito che la guerra dichiarata dall’Unione non aveva come obiettivo, unico ed irrinunciabile, la liberazione degli schiavi; ragion per cui, Garibaldi, pose due condizioni fondamentali all’accettazione della proposta avanzatagli da governo unionista: innanzitutto, un impegno deciso, da parte dell’Unione,  in favore dell’emancipazione degli schiavi (Lincoln, nelle intenzioni del Generale, doveva proclamare immediatamente l’abolizione della schiavitù,  invece di limitarsi a proibirne l’estensione negli stati in cui non era praticata) nonché il comando supremo di tutto l’esercito. Con queste premesse, la trattativa si arenò. Nell’autunno del 1862 Canisius, console americano a Vienna, riprese i contatti; tuttavia Garibaldi, ferito e reduce dall’Aspromonte, si trovava detenuto a Varignano e in caso di accettazione si sarebbe prospettato un delicato caso diplomatico. Seguirono passi da parte di William H Seward, segretario di stato di Abraham Lincoln, per far decadere senza esito la proposta. La mancata partecipazione del Generale alla guerra, non inficiò, comunque, la vicinanza dell’universo garibaldino all’Unione. Una vicinanza sincera, anche se non mancarono eccezioni, ovvero casi di garibaldini che combatterono tra i confederati. Esemplare, al riguardo è il caso dell’americano Chatham Roberdeau Wheat, che dopo essersi battuto nell’Italia meridionale al fianco di Garibaldi, di cui era amico di lunga data, non solo si arruolò nell’esercito confederato, ma, come vedremo, fu il principale artefice del trasferimento degli ex soldati borbonici in America e del loro accoglimento nelle schiere sudiste. Ma questo aspetto lo affronteremo a breve.

Nel frattempo, la guerra continuò, con le navi nordiste che riuscirono a bloccare le coste del sud impedendo a quest’ultimo di vendere il proprio cotone e, quindi, procurarsi rifornimenti dall’estero. Le sorti del conflitto volsero, così, a favore dell’Unione. Un importante successo, ottenuto dal generale nordista Grant, con la presa di Vicksburg (1863) sul Mississippi,  assicurò all’Unione il controllo del fiume, isolando viceversa una parte della confederazione; contemporaneamente un tentativo sudista di invadere il nord veniva arrestato, nel luglio del 1863, con terribili perdite nella battaglia di Gettysburg. Grant, assunto al comando in capo delle forze nordiste, cominciò ad investire Richmond, mentre un altro generale, Sherman, iniziava una travolgente avanzata verso la Georgia, accompagnata dalla devastazione delle piantagioni sudiste, per fiaccare le risorse della confederazione. Infine anche Lee era costretto alla resa di Appomattox, il 9 aprile 1865, anche se alcuni generali ribelli, seguiti da numerosi militari provenienti dall’ex Regno delle Due Sicilie, continuarono la lotta, arrendendosi alcune settimane dopo e ponendo fine ad una guerra costata oltre 600.000 morti. Migliaia di vite distrutte, tra il 1861 e il 1865, anno in cui, come vedremo, si registro una svolta anche nelle vicende relative ad un’altra disperata lotta. La sconfitta degli Stati del Sud e la scomparsa della schiavitù posero, in ogni caso, le premesse di una rifondazione della nazione americana sulla base della supremazia industriale del Nord e del rafforzamento del governo federale, oltre che della conquista degli sconfinati territori dell’Ovest, il mitico Far West, agevolata da una legge volta a determinare in quei luoghi l’insediamento, a scapito dei Pellirossa, dei veterani della guerra di Secessione; insediamento che interessò anche diversi reduci borbonici. Questo, però, sarebbe avvenuto successivamente, dopo la fine di una guerra che lasciò profonde cicatrici nella società americana, ferite rimaste a lungo aperte. Lincoln, da parte sua, avrebbe voluto riconciliare vincitori e vinti con una intelligente e costruttiva politica di generosità e collaborazione. Ma, come si sa, cadde assassinato quasi subito da un fanatico sudista, ed i suoi successori alla presidenza, fra cui Grant, si dimostrarono inetti, esasperando il sud con una politica egemonica, che fu spesso politica di occupazione ed oppressione, creando, peraltro, le premesse ai difficili problemi di convivenza fra bianchi e neri, che si sarebbero manifestati nelle criminali attività del Ku Klux Klan e nelle politiche segregazioniste che, fino ad oltre la metà del XX secolo avrebbero dominato la realtà politico-sociale degli ex stati confederati. Ma questa è un’altra storia: quella che ci interessa ora riguarda quei soldati borbonici che, dopo essere stati sconfitti in Italia, fecero propria (o furono indotti a fare propria) la causa confederata, venendo accolti dai sudisti perché considerati, alla loro stregua, dei militari professionisti. L’origine della presenza di numerosi soldati del disciolto Esercito delle Due Sicilie nelle fila confederate è riconducibile alla relazione tra Chatham Roberdeau Wheat e Giuseppe Garibaldi. L’inizio del reclutamento fu preceduto dall’arrivo a Napoli del Wheat il 14 ottobre 1860 a bordo della nave “Emperor”, assieme ai 650 uomini della legione britannica. Wheat,  un ex-capitano dello US Army ed avventuriero, originario della Virginia, aveva conosciuto Garibaldi a New York nel 1850; giunto nel sud Italia, partecipò anche ad azioni militari, tra cui le battaglie del Volturno e del Garigliano, ed all’assedio di Capua, col grado di generale conferitogli da Garibaldi. In quella fase, il Generale Wheat aveva come aiutante il Capitano Bradford Smith Hoskiss veterano dell’esercito britannico. Alla notizia dell’elezione di Lincoln a presidente negli Stati Uniti, Wheat, sostenitore dell’altro candidato Breckinridge, comprese che se si fosse concretizzata la secessione degli stati del sud, come preannunziata, la guerra civile sarebbe divenuta una reale possibilità. Pertanto fece richiesta a Garibaldi di poter reclutare prigionieri e sbandati dell’esercito borbonico da inviare in Louisiana. Garibaldi incaricò Liborio Romano, ex ministro degli Interni del regno delle Due Sicilie, di assistere il Capitano Hoskiss nel reclutamento. In quel momento i prigionieri borbonici erano in gran numero, ed era stata perfino avanzata l’ipotesi di deportarli in Australia. Anche gli sbandati costituivano un problema, pertanto la soluzione di sbarazzarsene fu vista di buon occhio un po’ da tutti. Chiaramente, Garibaldi, alle prese con l’enorme problema rappresentato dal crescente numero di prigionieri proveniente dai campi di battaglia, ed evidentemente felice di togliere forze nemiche dal campo, acconsentì. Si tenga presente, al riguardo, che, allora, ovvero nell’autunno del 1860, la costituzione della Confederazione non era ancora stata formalizzata, per cui eventuali valutazioni di valore afferentemente all’arruolamento degli ex prigionieri in un esercito difendente un sistema economico strutturato attorno allo sfruttamento della schiavitù, sarebbero risultate alquanto premature. Ecco perché risultano alquanto prive di fondamento quelle linee di pensiero revisioniste che hanno ravvisato ambiguità nel comportamento di Garibaldi, il quale, pur essendo strenuo difensore delle libertà universali, diede il suo consenso al trasferimento in America degli ex borbonici; tutt’altro! A prescindere dalle valutazioni prettamente militari (allora, ovviamente, primarie) e gestionali, nella decisione del Generale di accondiscendere al trasferimento oltre oceano di quei soldati sconfitti, è ravvisabile, anzi, chiaramente la generosa indole libertaria che lo animava; un’indole protesa a dare una possibilità, a quei uomini, di rifarsi una vita, in America o altrove, di vivere un’esistenza, in ogni caso e soprattutto, lontana dai lager piemontesi in cui, altrimenti, sarebbero stati condotti, come, del resto, successe a gran parte delle truppe borboniche (ovvero alla maggior parte dei militari che si rifiutarono di rinnegare il re napoletano e di sottostare a quello torinese), finite in mano ai sabaudi, ai nuovi governanti del sud, refrattari agli sforzi di Garibaldi, orientati al buon senso, di favorire l’integrazione armonica della realtà meridionale con quella piemontese; sforzi che si tradussero anche nella richiesta di accogliere benevolmente nel novello regio esercito italiano gli ex borbonici. Ma la fatica del generale, al riguardo, e relativamente all’obiettivo di rendere i suoi intendimenti, inerenti alla risoluzione delle criticità conseguenti alla dissoluzione del Regno borbonico, convergenti con le linee guida del governo di Torino, fu vana (e le deleterie conseguenze della miopia sabauda non avrebbero tardato a manifestarsi nell’Italia meridionale, che avrebbe fatto da proscenio alla triste pagina del brigantaggio, a cui avrebbero dato vigore numerosi ex soldati borbonici sfuggiti ai vincitori e non disposti ad accettare il cambiamento): i piemontesi, successivamente a superficiali “ispezioni”, effettuate da emissari dei loro vertici militari tra i prigionieri (a cui seguirono resoconti scritti grondanti pregiudizio, protervia e razzismo verso gli ex nemici sconfitti), chiusero le porte a gran parte dei soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie, ovvero a quelli per nulla disposti ad accondiscendere alla precondizione essenziale ad un loro eventuale arruolamento nell’esercito vincitore, ovvero il giuramento di fedeltà al re piemontese (e, quindi, il rinnegamento del loro passato borbonico), accogliendo, invece, nell’armata sabauda quei soldati che, stanchi di affrontare amarezze e privazioni, accettarono le “condzioni” dei vincitori, unitamente alla maggior parte degli ex ufficiali duo siciliani, essendo, questi ultimi, al contrario dei loro ex sottoposti, evidentemente maggiormente disposti, considerate le loro prospettive di carriera, ad adattarsi alla nuova realtà sociale e politica. Viceversa, i vertici militari e politici sabaudi, ormai in procinto di emarginare l’Eroe dei due Mondi, si trovarono d’accordo con questi sulla questione relativa all’espatrio di numerosi tra i veterani borbonici maggiormente legati al disciolto Regno, in considerazione, soprattutto, delle preoccupazioni, espresse dal generale Cialdini relativamente alla smisurata entità numerica dei prigionieri che il nuovo Regno d’Italia si sarebbe trovato a gestire di lì a poco; ragion per cui favorirono l’operazione, concepita dal Wheat e condotta dall’ Hoskiss, di reclutamento dei prigionieri. Da parte loro, davanti all’alternativa di essere internati nelle carceri del nord (circa 30 mila militi furono letteralmente stipati nei campi del nord; in particolare nel forte di Fenestrelle, diverse centinaia di essi morirono di stenti), molti dei soldati borbonici prigionieri, accettarono; quei disperati, per larga parte poco avvezzi a considerazioni d’ordine politico, economico, culturale, antropologico, vertenti su questioni cruciali quali i valori della moderna società industriale o la schiavitù, e per nulla disposti (alla stregua dei loro ex camerati fuggiti sulle montagne e di quelli finiti, o in procinto di finire, nei lugubri, già indicati, campi di prigionia settentrionali), ad abbracciare il nuovo stato di cose e/o a rinnegare il loro passato borbonico, accettarono di proseguire dall’altra parte dell’oceano la loro guerra; una guerra già persa in Italia, conclusasi con la dissoluzione del loro piccolo, vecchio, mondo tradizionale nel sud; una guerra che, pur combattendo con valore, avrebbero perso in America, non riuscendo, neanche in quell’occasione, a salvare il loro piccolo, nuovo, mondo tradizionale nell’altro sud. L’esodo, organizzato, come detto, con l’appoggio piemontese, che, dopo la frettolosa liquidazione delle forze garibaldine, aveva assunto il controllo del potere civile e militare nel sud Italia,  divenne operativo con le prime partenze delle navi predisposte al trasporto, che, ad alcuni osservatori, ricordò una nuova, triste, tratta. Grazie alla mediazione dell’ex maggiore borbonico Achille de Liguoro, che nei primi mesi del 1861 reclutò soldati dell’esercito riparati nello Stato Pontificio, e all’aiuto di Liborio Romano, il capitano Hoskiss riuscì a raccogliere un migliaio di uomini, i quali, a bordo della nave Elisabetta, partita da Palermo nel mese di gennaio con numerosi uomini originari della Sicilia, e del piroscafo inglese Olyphant, salpato da Napoli, raggiunsero New Orleans in Louisiana nel marzo del 1861. In questa regione, già allora, esisteva una vasta popolazione di emigranti italiani, per la maggior parte di origini siciliane e meridionale, dedita per lo più alla pesca e al piccolo commercio, stimata in circa settemila unità. Non si sa da quando tempo i primi meridionali si erano stabiliti in Louisiana; è certo però, che gran parte vi si erano recati dopo gli sconvolgimenti del 1860 nel Sud Italia. In effetti, a partire dal dicembre del 1860, e per alcuni mesi del 1861, i volontari borbonici furono trasportati a New Orleans con le navi Elisabetta, Olyphant, Utile, Charles & Jane, Washington e Franklin.  Le navi, come detto, giunsero in America tra il gennaio e il maggio 1861, prima che il blocco navale del Nord riducesse considerevolmente il traffico navale ai porti del sud. Le partenze furono poi sospese a seguito della protesta al governo di Cavour del console Statunitense a Napoli Joseph Chandler. Intanto circa 1800 ex soldati borbonici erano sbarcati a New Orleans e avviati alle formazioni militari in allestimento della Louisiana. Essendoci tra i volontari anche molti oriundi Francesi ed Inglesi, su pressione dei rispettivi Consoli Coppel e Valjean, il governatore della Luisiana Thomas Moore dovette raggiungere un accordo con le rappresentanze consolari. Pertanto dal luglio 1861, gli stranieri residenti a New Orleans furono organizzati in battaglioni e reggimenti con riferimenti al paese di origine dei soldati, al comando del Generale belga Paul Juge. Così fu organizzato il Battaglione Guardia Italiana (Italian guards btg) con circa 350 effettivi del sesto reggimento ed il Reggimento Cacciatori di Spagna (Cazadores espanoles) di cui faceva parte il Btg Dragoni di Borbone (Bourbon Dragoons) circa 300 effettivi. Al riguardo, singolare apparve il fatto che originariamente uno di questi reparti venisse denominato, dal comando confederato, Garibaldi Legion. Naturalmente, il nome “Garibaldi” fu poi levato per via delle accese proteste degli ex soldati borbonici, e il battaglione prese pertanto il nome di Legione Italiana , e, dal 1862, Sixth Regiment European Brigade (6° reggimento delle brigate Europee), combattendo sotto la bandiera italiana (al grido del motto: “Vincere o morire”) e ritrovandosi impegnato in varie battaglie, tra le quali, First Bull Run, Cross Keys, North Anna, Bristoe Station, Po River, Mine Run, Spotsylvania, Wilderness, Cold Harbor, Strawberry Plain, Petersburg. Spesso italiani contro italiani, ex borbonici contro ex garibaldini, quasi in ideale linea di continuità con il conflitto che li aveva visti fronteggiarsi nel meridione d’Italia. Andando nello specifico, ex soldati borbonici e fuggiaschi dalle Due Sicilie erano comunque un po’ in tutti le formazioni militari della Louisiana ed anche in formazioni militari di altri stati del sud, reclutati in 3 brigate di Milizia di Stato (Guardia Nazionale) con oltre 8000 effettivi. La maggior concentrazione di ex soldati borbonici e meridionali si registrò in due reggimenti della Louisiana, il 10°, nel quale la Compagnia I era esclusivamente composta da ex soldati borbonici, e nel 22°, di cui faceva parte la Compagnia  F, anch’essa interamente borbonica. Reparti, che, a prescindere dagli obiettivi sottesi alla causa sudista, si distinsero per valore e spirito di sacrificio. I restanti ex soldati borbonici e meridionali furono arruolati in diverse unità militari confederate. Come detto, una di queste era il 10° reggimento fanteria della Louisiana, organizzato a Camp Moore in Louisiana dal colonello Mandeville De Marigny. Questo reggimento fu immediatamente inviato in Virginia al fronte, ed ebbe un ruolo primario nella vittoria confederata di Manassas, conosciuta anche come prima battaglia di Bull Run; combattuta il 21 luglio 1861, fu la prima grande battaglia terrestre della guerra di secessione americana e vide i Nordisti del generale McDowell messi in rotta dalle giubbe grigie (espressione indicante i soldati confederati, dal colore delle loro uniformi). Una battaglia che vide, per la prima volta, confrontarsi italiani contro altri italiani, vecchi garibaldini contro veterani borbonici e, caso drammaticamente curioso, ex garibaldini contro ex garibaldini: tra i vincitori della prima battaglia di Bull Run troviamo, infatti, ex garibaldini come il Wheat, l’avventuriero virginiano che aveva combattuto durante la Spedizione dei Mille e che in America comandava le intrepide “Tigri della Louisiana”, mentre tra gli sconfitti incontriamo gli italiani del Trentanovesimo, i bersaglieri garibaldini, le celebri Garibaldi Guard. Non fu questo l’unica volta che vide combattere tra loro gli italiani presenti nei due schieramenti; un’altra battaglia famosa, in cui si videro nuovamente incrociarsi le armi degli italiani e che registrò un altro successo degli ex soldati borbonici, ebbe luogo il 25 maggio del 1862 nella Prima battaglia di Winchester, in Virginia Occidentale. Una battaglia vinta dai sudisti del 10° Louisiana guidati dal famoso generale Stonewall Jackson; dopo essere stati messi in fuga verso Harpers Ferry, gli unionisti furono nuovamente attaccati dalle truppe di Jackson e si arresero, distruggendo le proprie armi e ritirandosi verso Annapolis (buona parte del 39th New York volunteer infantry regiment garibaldino fu fatto prigioniero, ottenendo la libertà tre mesi dopo, grazie ad uno scambio di prigionieri). Tra l’altro, in quel periodo, le brigate europee inquadrate nell’esercito confederato, tra cui il battaglione italiano (l’Italian Guard già citato), ebbero, inoltre un ruolo fondamentale in diverse circostanze, come avvenne tra il 25 e il 30 aprile del 1862, quando contribuì al mantenimento dell’ordine nei giorni, in cui il generale confederato Lovell fu costretto ad evacuare le truppe dalla città di New Orleans. Con la partenza dell’esercito e dinanzi alla prospettiva dell’arrivo del nemico, comandato dal generale Benjamin Franklin Butler, la popolazione fu presa del panico, considerata la tattica dell’esercito nordista di fare ovunque terra bruciata, distruggendo in particolare tutte le infrastrutture. In questa situazione le brigate europee furono le uniche milizie incaricate di mantenere l’ordine in città. Nonostante l’onorevole comportamento tenuto sul campo, le brigate furono sciolte a fine maggio 1862. In ogni caso, molti reduci meridionali delle brigate continuarono la lotta per il Sud in varie unità militari della Louisiana. Nell’agosto del 1863 i volontari italiani che avevano servito in tale brigata, furono inquadrati nella compagnia H del 22° reggimento della Louisiana. Il reggimento, trasferito nel settembre 1863 ad Alexandria Louisiana, venne assegnato alla brigata Thomas, divisione Mouton-Polignac, e partecipò alla campagna lungo il fiume Teche e alla battaglia Mainfield, dove, agli ordini del generale Richard Taylor, sconfisse le truppe nordiste del generale Nathaniel Banks, sebbene in grande inferiorità numerica. I soldati della compagnia H, che si erano comportati con grande valore in questa battaglia, continuarono a combattere anche successivamente all’aprile del 1965, fino alla resa del generale Edmund Kirby Smith (uno degli ultimi comandanti confederati a capitolare) avvenuta il 26 maggio 1865 a Shreveport. Una condotta, che rese, agli occhi dei nostalgici della Confederazione il 22° reggimento fanteria della Louisiana un corpo leggendario, essendo stato uno degli ultimi ad arrendersi alla soverchiante superiorità in uomini e mezzi degli Stati del Nord. Una parabola, quella dei borbonici confederati, che possiamo comprendere meglio, nelle sue sfaccettature drammatiche, focalizzando l’attenzione sulle vicende di alcuni di questi uomini; vicende isolate, di meridionali italiani, alcuni dei quali, a differenza della gran parte degli ex borbonici impegnati nella fila sudiste, riuscirono a sopravvivere al loro destino. Caduti e sopravvissuti, militi valorosi e soldati comuni, tutte comparse, a volte inconsapevoli del loro ruolo e della realtà circostante, sul grande palcoscenico della Storia. Comparse come Danisio Scontrino, un figlio di contadini della provincia di Foggia, Danisio (o Donato), che, deportato in Louisiana nel 1860, condivise il destino di molti soldati appartenenti ai reggimenti dell’esercito borbonico. Arruolatosi nella Milizia dell’Italian Guard Battalion della Louisiana, fu inquadrato come fante nella 3^ Compagnia dove svolse una onorevole carriera militare. Alla fine della guerra, Danisio (Donato), prestò giuramento di fedeltà al nascente esercito degli riunificati Stati Uniti e fu arruolato, come marinaio, su una nave da guerra statunitense. In queste vicende, vi furono poi casi di interi settori familiari, che, provenienti dal meridione d’Italia, si trovarono a guerreggiare n America, versando il loro sangue per una causa non loro o finendo inghiottiti dallo sviluppo impetuoso del Far West postbellico. Ha proprio questi caratteri la vicenda dei fratelli Anselmi: Angelo Anselmi era un soldato di professione appartenente ad una famiglia di contadini della provincia di Bari. Dopo la disfatta dell’esercito borbonico, Angelo, pur di non rinnegare la fedeltà al proprio Re fu costretto a prendere la via dell’esilio, subendo la deportazione in America. Qui sbarcò con altri commilitoni a New Orleans in Louisiana e si arruolò con il grado di sottotenente nell’esercito confederato, venendo inquadrato nella 4^ Compagnia del 6° Reggimento della Brigata Europea più nota con il nome di Italian Guards Batallion Militia. Angelo, fu seguito dal fratello Pietro che fu arruolato nello stesso reggimento con il grado di sergente e dal fratello minore Giovanni Battista che era soldato semplice di fanteria. Dei tre pugliesi, purtroppo, si persero le tracce. E’ molto probabile che i tre combattenti abbiano perso la vita in qualche sanguinosa battaglia oppure si siano persi nella enorme massa di immigrati europei che, abbagliati dalla corsa dell’oro e dal facile arricchimento, si spostarono nei selvaggi territori dell’Ovest. Tanti furono, poi, i meridionali ex borbonici, che dopo una vita in armi, riuscirono, invece ad integrarsi pienamente nella vita civile americana. Uno di questi fu Raffaele Agnello, nato in Sicilia intorno al 1830. Già nel 1860 censito nella Parrocchia di Orleans a New Orleans in Lousiana, partecipò alla guerra civile inquadrato nelle truppe regolari confederate della 3^ Compagnia del 7° Reggimento Fanteria Lousiana. Prima di diventare un soldato regolare dell’Esercito Confederato, Raffaele, combattè nella milizia cittadina; egli, esperto uomo d’armi, in quanto reduce del disfatto Regio Esercito delle Due Sicilie, Raffaele, appena sbarcato in terra americana partecipò alla costituzione della Milizia dello Stato della Lousiana. Arruolatosi nel Battaglione delle Guardie Italiane (Italian Guards Battalion) 3^ Compagnia del 6° Reggimento della Brigata Europea, partecipò a diverse battaglie, divenendo, dopo la guerra cittadino americano e stabilendosi definitivamente a New Orleans. Anche, Francesco Angelo, nato a Salerno, classe 1843, era un soldato dell’esercito delle Due Sicilie che, venne deportato nel Sud americano, essendosi rifiutato di prestare giuramento al costituente esercito italiano. Giunto nel nuovo mondo, Francesco, si trovò nel bel mezzo della guerra civile. Qui, pur non condividendo gli ideali degli stati del sud, fu costretto ad arruolarsi fra le fila dell’esercito Confederato. Piccolo di statura, di carnagione olivastra e capelli neri, il giovane salernitano, mostrò una notevole dose di audacia e coraggio che evidenziò durante le cruente battaglie alle quali partecipò. La fiducia che gli ufficiali riponevano in Francesco era tale che nel novembre del 1864 gli fu comandato di scortare un gruppo di soldati prigionieri. Durante il tragitto, il drappello, fu intercettato da una colonna di cavalleggeri nordisti, che catturò Francesco, rinchiudendolo nel famigerato carcere-fortezza di Martinsburg. Francesco, non si perse d’animo e la notte stessa, con un abile stratagemma, riuscì ad evadere ed a raggiungere il proprio reparto. Durante l’ultimo periodo di guerra, Francesco, si arruolò nel reparto speciale dei Mosby. Questa era una formazione militare nota per le sue audaci azioni di guerriglia dietro le linee nemiche. Alla fine della guerra Francesco Angelo fu congedato con il grado di sergente e si trasferì ad Alexandria in Virginia dove fu impiegato nel Dipartimento Nazionale per l’Agricoltura e dove morì nel 1929. Degni di nota, sono, inoltre, coloro i quali, anche sull’altra sponda dell’Atlantico, mostrarono una spiccata fedeltà ai giuramenti fatti e alla parola data, pagandone le conseguenze e, tuttavia, riuscendo a rifarsi una vita; esemplare, in questo contesto, è la storia di Angelo Bruno Vaccaro, di Trani, classe 1837, il quale dopo aver combattuto contro Garibaldi nell’esercito borbonico, fu tra coloro che si imbarcarono per l’America per non rinnegare la fedeltà al Re Francesco II. La sua prima meta fu Menphis dove, in un primo momento, si mise in affari in compagnia del fratello Bartolomeo. Successivamente, giunse in Tennessee dove, pur non condividendo l’ideologia razziale dell’esercito e della società sudista, per ragioni di sostentamento, si arruolò nelle schiere confederate. Inquadrato tra le fila della compagnia “B” del 3° Reggimento Cavalleria Tennessee, reparto d’elitè comandato dalla storica e controversa figura del generale di Brigata Nathan Bedford Forrest (futuro punto di riferimento del Ku Klux Klan), partecipò a una delle più sanguinose battaglie della guerra di secessione, che si svolse a Fort Donelson Shiloh. Per l’eroico comportamento manifestato nella battaglia di Munfreesboro ottenne il grado di sergente. Ferito in modo serio nella battaglia di Chicamauga, trascorse diverse settimane in uno ospedale da campo. Guarito dalle ferite, Angelo, ritornò al suo reparto, giusto in tempo per partecipare alla battaglia che si svolse nei pressi del piccolo centro di Franklin dove fu fatto prigioniero e rinchiuso nella fortezza di Nashville. Nella circostanza, Angelo, ebbe l’opportunità di tornare in libertà a condizione di prestare giuramento di fedeltà all’esercito nordista. Ancora una volta, il giovane emigrate pugliese, pur di tenere fede alla propria parola rinunciò alla opportunità offerta e venne internato nelle prigioni di Camp Chase in Ohio, dove vi rimase sino alla fine delle ostilità. Terminata la guerra civile, Angelo, si stabilì a Front Row dove si rimise in affari e dove sposò Celestina Sturla, divenendo padre di ben cinque figli. Pochissimi, tra i sopravvissuti, furono, infine, quelli che tornarono in Italia. La fine dei loro mondi, nel Sud Italia e nel Sud americano, evidentemente tolse agli ex soldati di Francesco II la voglia di cercare nuove strade; quella voglia in cui gli esseri umani trovano il senso e la capacità di ricominciare. Prospettiva, questa, miseramente dissoltasi per gli sconfitti, prima, di fronte a Garibaldi, dopo, davanti a Grant.

Ricorsi storici, racconti, questi, da cui emerge la disperazione e il valore che accompagnò questi uomini nel percorso che, coattivamente, li portò a fare propria una causa caduca come quella sudista; caduca, come quella borbonica nel meridione italiano; cause caduche, per le quale si batterono, comunque, con onore. Nel complesso, però, così come era avvenuto durante la Spedizione dei Mille, in Italia, l’avventura degli ex borbonici nella Guerra Civile Americana, si concluse tristemente. A parte la sconfitta degli Stati del Sud, basti considerare, riguardo alla complessiva sorte dei soldati meridionali, alcuni numeri: il 10° RGT fanteria della Louisiana aveva 976 effettivi nel 1861. Alla resa di Lee ad Appomatox, nell’ aprile 1865, erano sopravvissuti in tutto in 18. Tra di essi vi era Ferri Salvatore, nato in Licata ed ex soldato borbonico. Unico sopravvissuto della compagnia I. Nomi presi alla rinfusa, numeri presi a caso, che, pur senza snocciolarne altri, ci offrono la realtà tragica di una storia poco conosciuta. La storia di uomini senza patria, senza bandiera, mossi, come pedine, da interessi, da forze più grandi di loro, delle loro povere esistenze; uomini sorretti solo dalla loro dignità, offesa, sfruttata, abbruttita. Uomini sconfitti, in un anno, il 1865, in cui per inciso, nell’Italia meridionale, iniziò a perdere definitivamente spinta propulsiva la guerriglia brigantesca, condotta, in larga parte, da altri ex soldati borbonici, animati, come i loro ex camerati arruolati dai confederati, dal rifiuto di accettare il cambiamento, ovverosia di sentire proprio un mondo antitetico a quel tradizionalismo coriaceo, che essi vollero strenuamente, disperatamente difendere in America, ove la guerra lasciò cicatrici profondissime nel tessuto sociale e culturale di quelle società, e in Italia, dove gli ultimi vagiti del brigantaggio vennero soffocati (lasciando, però in eredità, problemi irrisolti, persino ancora oggi)  nel 1870, anno in cui, casuale ma affascinante coincidenza, si spense il Generale confederato Lee, che tante lodi aveva tessuto, durante la guerra civile, verso gli uomini giunti nel sud americano dall’altro sud, quello italiano. Uomini sconfitti, come i loro piccoli due mondi, per i quali si batterono; uomini, che in gran numero morirono; uomini che, in alcuni casi, si salvarono; uomini che, in ogni caso, sia da caduti, sia da sopravvissuti, morirono due volte; uomini a cui rendere, almeno in sede storica, l’onore delle armi; uomini a cui riconoscere l’importanza del ruolo ricoperto nel divenire storico, ovvero rispetto alla funzione che anche essi hanno avuto, pur se dalla parte sbagliata, sempre, tenacemente dalla parte sbagliata, nella costruzione di un Mondo nuovo, nella stesura cruenta di pagine fondamentali del grande libro dell’immanente, in cui è vergata l’evoluzione strutturale e la nobilitazione etico-valoriale della civiltà umana.

 

Pierfrancesco Greco