Sab 28 Mag 2022
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Guardia Piemontese e Gian Luigi Pascale, l’Evangelizzazione, la Passione, la Morte

Continua il “viaggio” nella storia raccontato dal “nostro” Pierfrancesco Greco.

Un viaggio sulla Calabria e sui calabresi che forse non tutti conoscono…

Il famoso pastore calvinista, nel 1559, predicò l’avvento del credo riformato, tra i valdesi dell’odierna Guardia Piemontese,  pagando la sua attività evangelica con rogo. 

da Guardia Piemontese

«Costeggiando in quel mare, tu vedi Guardia pittorescamente torreggiar sulla spiaggia; e se batte il sole, quelle case che biancheggiano di prospetto arrampicandosi su per l’estrema falda del monte, ricordano antiche costruzioni babiloniche. Una città la diresti; pur Guardia non è che un povero villaggio»: nell’appropinquarsi al centro storico di Guardia Piemontese, allo scrivente viene in mente il succitato pensiero, contenuto in uno studio realizzato alcuni anni fa dal professor Antonio Baldacci, il quale tratteggiò alcuni degli aspetti più suggestivi e poetici tipizzanti questo lembo di terra calabra. Uno scrigno di storia e tradizione, racchiuso tra terra e mare, sorgente su di un colle, la collina della “Guardia”, sul cui poggio, in origine, trovò, presumibilmente, ubicazione soltanto una torre, posta colà circa mille anni fa, come sentinella contro le invasioni saracene, con intorno i vari alloggiamenti  delle guardie e quindi la cinta difensiva. Un fascinoso rilievo costiero, dominante, con la sua torre d’avvistamento, facilmente ravvisabile anche dalla “marina”, la distesa ondeggiante del Tirreno cosentino, da un altezza di poco superiore ai 500 metri, ove si enuclearono quelle vicende che impressero una perenne impronta alla storia, alla cultura, alla caratterizzazione identitaria di questa cittadina. Fu, infatti, proprio attorno alla menzionata sentinella pietrosa che, tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, si palesarono i primi insediamenti dei coloni valdesi provenienti dalle valli piemontesi di Angrogna, Luserna, Pinerolo, Torre Pellice, Perosa, sia conseguentemente alle terribili persecuzioni che colà, da svariati decenni, imperversavano contro di loro ad opera della Chiesa di Roma e dei Governanti di quelle regioni (particolarmente dei duchi di Savoia) sia a causa della necessità di nuova occupazione, che li indusse ad accogliere l’invito a trasferirsi nei dintorni di Cosenza (inizialmente, presso Montalto, colonizzando, successivamente i territori di San Sisto e, appunto, Guardia), rivolto loro da alcuni signori locali, bisognosi di manodopera per le loro terre; terre ove i valdesi poterono, inizialmente, godere di un certo grado di protezione da parte delle autorità, per ragioni di varia natura, che, in ogni caso, garantirono per tantissimo tempo (ovvero fino al momento in cui, nel XVI secolo, i valdesi calabresi, seguendo l’esempio dei fratelli alpini, aderirono alla Riforma), il mantenimento di un delicato equilibrio socio-religioso in tutti i feudi calabri, interessati dalla penetrazione ultramontana e mantenuti stabilmente ancorati al resto del mondo valdese dalle visite periodiche dei Barba, espressione, significante, in lingua occitana, “zio” e denotante i ministri, predicatori ed organizzatori, del movimento. A Guardia, con l’arrivo dei coloni valdesi, molto probabilmente il nucleo edilizio iniziale divenne il “Castello” e intorno ad esso, per concessione del feudatario del tempo, vennero costruite le prime case del borgo, oasi di una spiritualità, di una cultura, di una lingua proveniente da lontano; ancora oggi, un lembo di unicità storico-culturale, la rinomata ”isola” linguistica occitana dell’Italia meridionale, così descritta dal Vegezzi – Ruscalia nel suo “Colonia Piemontese in Calabria (Studio Etnografico, Torino 20 novembre 1862): «Nella estrema parte d’Italia, dove la gran catena degli Appennini rasenta le tepide onde del Tirreno…, sorge sur una montagnuola un paesuccio… Alpestre ne è il territorio, però bene vi allignano la vite, il fico, l’olivo, il gelso ed i cereali, ma ciò che fa meglio conosciuto questo paese si è una sorgente termale di antica celebrità, le cui acque sono un potente rimedio contro le affezioni nervose da cui trasse il nome il vicino paese di Fuscaldo (Fons Calidus). Esso Comune ha nome Guardia, e la favella dei suoi abitanti è diversa da quella dei Comuni circonvicini, come è diversa la foggia di vestire delle donne, non che alcune costumenze rurali». Guardia, così chiamata per via di quella torre che vigilava sulla sicurezza della costa; un borgo che da secoli, come sottolineato anche nella suddetta testimonianza, costituisce un elemento di preziosa diversità, la medesima che ha valicato i vincoli sanguinosamente posti, 451 anni fa, dalla repressione controriformista, che, se da una parte, è riuscita a cancellare la spiritualità riformata veicolata dall’evangelizzazione valdese, dall’altra non ha potuto dissolvere né l’eredità culturale ed etnica del passato ultramontano, né il ricordo del sangue versato, in quella primavera del 1561, per le vie di questo borgo, ove le tradizioni, la storia e recenti studi etnografici attestano senza ombra di dubbio il legame culturale con «i nipoti de’ Valdesi che abitano sempre le Valli di Luserna e d’Angrogna», come afferma il Baldacci nel suo studio. Una cultura che i guardioli ricordano ogni giorno, nell’attuale nome del loro paese, Guardia Piemontese (conosciuta, ancora prima, come  “Guardia Longobardorum”, ovvero “dei Lombardi”; questo, probabilmente, per una confusione sulla provenienza dei profughi, oppure per genericità di indicazione, essendo, secoli addietro, denominata Lombardia la grande regione che, incorporando il Piemonte, si estendeva dalle Alpi Marittime al fiume Mincio); una cultura che, ogni giorno, essi fanno propria sussurrando il dolce idioma franco-provenzale; una cultura, che, ogni giorno, essi rivivono passeggiando accanto alla Roccia di Val Pellice o passando sotto una vecchia arcata, sotto quella Porta il cui nome fa riferimento al sangue che vi scorse sotto, e nei cui pressi si compì il destino di una presenza, di un ideale, di una sensibilità illuminata, che ancora oggi, passeggiando per quelle contrade, si ha la sensazione di sentire, di avvertire, di odorare; un odore fragrante, un fresco profumo di libertà, di probità, di tenace fedeltà. Quella libertà, quella probità, quella tenace fedeltà di cui fu limpido esempio un giovane pastore calvinista del XVI secolo, Gian Luigi Pascale, il quale, con la sua opera, la sua testimonianza ed il suo sacrificio, legò la sua eroica e tragica sorte a quella, parimenti eroica e tragica, del borgo di Guardia e dell’intera diaspora dei Valdesi di Calabria. Nato Cuneo, verso il 1525, da una famiglia forse nobile, ma certo colta e agiata, il Pascale si era orientato al mestiere delle armi, divenendo ufficiale dell’esercito del duca Carlo III di Savoia, detto il Buono. Durante un periodo di permanenza a Nizza marittima, ove era di stanza col suo reggimento, il cuneese entrò in contatto con la dimensione evangelica, rapportandosi con l’ambiente delle truppe mercenarie protestanti (molti soldati delifinatesi erano fautori o seguaci della Riforma, alla stregua dei loro capi). Abbandonate le armate sabaude, e una  promettente carriera militare, il Pascale si rifugiò dapprima a Ginevra (divenendo, nell’ordine, “abitante”, cittadino e borghese della città, con la dicitura “Mon. Jean Loys Paschal filz d’Anthoenne, de Piedmont), per poi trasferirsi a Losanna, ove frequentò l’Accademia teologica, in cui insegnavano Pierre Viret e Théodore de Bèze. Nel 1555 diede alle stampe una traduzione del Nuovo Testamento (Nuovo Testamento di Iesu Christo Nostro Signore) con testo parallelo italiano e francese, ad uso dei rifugiati italiani, e l’anno successivo la traduzione di un trattato di Pierre Viret, con l’aggiunta di un proprio sonetto, dal titolo Alla messa. Si trattava, dunque, di un personaggio di grande tempra e spessore intellettuale e, come risulta dalle sue lettere, di elevato slancio mistico ed evangelico, di cui diede ampia dimostrazione contestualmente alle sue sfaccettate attività giovanili, che ne fecero uno dei migliori pastori del nuovo credo calvinista. Attività impegnate, che il Pascale lasciò, insieme alla giovane ed amata fidanzata Camilla Guarino, accettando, all’età di 25 anni una rischiosa missione in Calabria, ove, su incarico dello stesso Giovanni Calvino, fu inviato con lo scopo di «ridestare dal letargo spirituale» i valdesi calabresi, molti dei quali si mostravano titubanti di fronte alle novità ed ai rischi che l’adesione del valdismo al protestantesimo riformato comportava. Nel marzo del 1559 un gruppo di fedeli evangelici si mise, così, in viaggio da Ginevra verso il meridione: ne facevano parte Giacomo Bonelli (finito, poi, sul rogo, a Palermo, nel febbraio del 1560), i calabro-valdesi Marco Uscegli, Filippo Ursello (di La Guardia), e Francesco Tripodi (di Reggio), e, naturalmente, Giovanni Luigi Pascale, probabilmente  il Barba  più noto, nonché il personaggio che avrebbe occupato un posto ed un ruolo storicamente rilevanti e significativi in tutta la vicenda della diaspora calabrese. Nel frattempo, la preoccupazione dell’Inquisizione romana, riguardo all’eterodossia calabrese, era progressivamente cresciuta, di pari passo con l’adesione degli Ultramontani all’universo riformato, tanto che, nei primi giorni del 1559, il papa Paolo IV (Gian Pietro Carafa, nume tutelare del Sant’Uffizio) aveva promulgato una bolla che vietava ai confessori di assolvere coloro che rivelassero d’aver letto libri proibiti, facendo del sacramento della confessione un potente strumento di delazione e un’arma nella lotta antiereticale; ne seguì un aumento di autodenunce e denunce a carico di terzi. Questo decreto, inserito in un contesto in cui la lotta all’eresia si affiancava allo sforzo del governo spagnolo di limitare le autonomia baronali, ebbe un effetto particolare nei confronti dei signori locali, i quali si trovarono costretti a dimostrare la loro fedeltà al vicerè ed alla Chiesa, denunciando gli eretici stanziati sui loro territori. Nell’unione delle due strategie, romana e vicereale, il crimine di fede veniva, insomma, assimilato a quello di ribellione nei confronti dello Stato. In ossequio alle nuove direttive, anche Salvatore Spinelli, Signore di Fuscaldo, si recò, tra gli altri, a denunciare la presenza di eretici ed offrire il sostegno nella battaglia contro di loro. Tale era, dunque, il clima che trovarono Pascale ed i suoi compagni al loro arrivo in Calabria, ove giunsero tra il marzo e l’aprile del 1559. Immediatamente, affiancato dall’Uscegli, il Pascale iniziò la sua opera d’evangelizzazione a San Sisto, casale tributario dei Marchesi Buccianico, duchi di Montalto, ove l’entusiasmo evangelico s’era, da qualche tempo, abbastanza raffreddato. Con il Pascale la situazione cambiò in maniera radicale: in effetti, la predicazione del cuneese aveva carattere nettamente diverso da quella dei pastori che lo avevano preceduto, negli stessi luoghi, essendo la prima che bandiva ogni prudenza, nascondimento o finzione nella professione della propria fede; un atteggiamento, questo, che provocò reazioni di segno differente. Se da una parte esso accese l’entusiasmo di molti fratelli in fede (tanto che «adesso stanno in tale hostinatione che determinano più tosto morire che lassare le loro maledette opinioni», sciveva nel maggio del 1559 il frate Alitto da Fiumefreddo), dall’altro, suscitò il timore della persecuzione e, soprattutto, grande ostilità fra le famiglie più benestanti, che, al fine di difendere le posizioni conquistate, frequentavano ormai regolarmente la Chiesa cattolica. Costoro si lamentarono dapprima con Uscegli, reo di aver condotto Pascale in Calabria contro la loro volontà, mentre lo stesso Pastore sperimentò «l’ipocrisia e la giusta condannazione di molti, i quali non contenti di essersi contrastati e doluti (…) della mia venuta per potersi imbrattare (…) nelle idolatrie ed altre sporcizie di Satana si sono anche adoprati acciocché tutti gli altri, con l’aiuto del loro Signore terreno, fossero costretti a idolatrare, come essi facevano». In effetti, la casta agiata dei coloni, più sensibile al proprio interesse particolare, che alla causa dell’evangelizzazione sociale, non poteva certamente apprezzare la predicazione del Pascale, praticata in pubblico, aperta e senza prudenza; una predicazione, della quale non conosciamo precisamente il contenuto teologico, che invitava i fedeli a non nascondere le proprie convinzioni: «fuggir potete, ma piegare le ginocchia a Baal vi è proibito sotto la pena della dannazione eterna». Se il suo arrivo rappresentò un segno di rottura rispetto ai suoi predecessori, esso si collocò comunque in una situazione in cui il tradizionale equilibrio sociale e religioso fra le comunità valdesi e le autorità civili ed ecclesiastiche della zona era già fortemente compromesso: una realtà, questa, che ci apparirà più chiara proseguendo nella nostra ricostruzione. Costretto ad abbandonare San Sisto per l’opposizione che si era creata (ad opera dei coloni conformisti) nei suoi confronti, che rischiava di compromettere la sua missione, si spostò a La Guardia, lasciando che l’attività evangelizzatrice nel territorio sansistese fosse svolta da alcuni zelanti convertiti, come Tommaso Galdino, e, soprattutto, Lorenzo Maietto, uno dei capi (il Pascale lo chiamava capitano) del movimento riformatore in San Sisto. Giunto a La Guardia, i cui coloni godevano da tempo della protezione del feudatario Spinelli, Pascale vi trovò il barba Etienne Negrin, piemontese anch’egli: non impiegò molto a rendersi conto che lo stato socio-religioso in cui versava quella comunità valdese risultava identica a quella di San Sisto, con una minoranza di agiati impauriti ed una maggioranza disposta ad ascoltarlo. In proposito, il Pascale ricordò che «per lo spavento che avevano gli uomini della Guardia della persecuzione, non fui quasi ricevuto dai più ricchi, se non per mia importunità. Poi essendo pregato da detti ricchi di andarmene, non volsi farlo, per amore del povero popolo, il quale non era affamato, ma morto di fame dell’Evangelio, di maniera che con tutta la mia insufficienza era costretto a fare loro almeno un ragionamento al giorno». Vi era anche una parte di popolo incerta tra l’adesione ed il rifiuto, la cui prudenza proponeva al pastore soluzioni opportunistiche: «Se voi foste fuggito, quantunque con la presenza vostra ci aveste abbandonato, potevate pure, servendo in qualche luogo, visitarci per lo mezzo di qualche lettera e darci speranza al vostro ritorno, e così tutti saremmo stati in riposo». Superando le difficoltà interne alla comunità, la predicazione di Pascale si diffuse tra i coloni guardioli, spingendoli, finalmente, a dare concretezza al culto pubblico. In quei giorni dovette sorgere, infatti, la “Chiesa Valdese” di Guardia, un locale spazioso al Largo dell’Annunziata, di cui oggi restano poche tracce, anche, come rivela Antonio Baldacci «presso qualche famiglia», ove «si trovano tuttora pietre con frammenti dell’iscrizione in gotico che si leggeva sul frontone della chiesa evangelica». Le predicazioni del Pascale, avevano richiamato subito ed inevitabilmente l’attenzione dell’Arcivescovo di Cosenza, il cardinale Taddeo Gaddi, il quale stigmatizzò l’atteggiamento evangelico del predicatore con queste parole, in perfetta linea col montante conformismo controriformista: «… at lo nome di tutta la coscienza della Diocesi, giudico irriguardoso verso la moralitate delli Cusentini consentire che lo detto imbonitore di Dio usurpatore de lo nome e chiamato Pasquali avveleni lo animo de la bona gente…». Dunque, per il clero romano l’evangelizzazione tra le genti era un veleno: emerge chiaramente il terrore di perdere, insieme all’autorevolezza pastorale, anche la loro autorità secolare, che pervadeva i ministri cattolici, coscienti della loro imbarazzante e scandalosa inconsistenza spirituale, neanche lontanamente paragonabile all’articolata e solida impostazione dottrinaria e all’attivismo evangelizzatore dei pastori calvinisti, di cui Pascale era uno scintillante esempio. Un esempio, che trovò manifestazione nell’opera da egli svolta in Calabria; un’intensa attività evangelizzatrice, che coinvolse, forse anche qualcuno dei sudditi cattolici del cavaliere Spinelli. Di fronte al proficuo operato missionario del pastore piemontese e, soprattutto, alla conseguente attenzione delle autorità ecclesiastiche sulla realtà socio-religiosa di La Guardia, il feudatario, spalleggiato dai valdesi più ricchi, decise di dare soddisfazione alle istanze del clero, adoperando il suo potere per fermare la predicazione di Pascale ed evitare che La Guardia, territorio da lui dominato, diventasse il maggior centro riformato della Calabria; un’eventualità, questa, che inquietava il nobile, il quale temeva di trovarsi in un’imbarazzante situazione, soprattutto di fronte all’Inquisizione. A tutto questo contribuirono anche taluni “bollettini” (probabilmente lettere anonime e delatorie) diffusi a tradimento, secondo alcune fonti, dai non paghi coloni agiati di San Sisto: «Essendo io ancora alla Guardia, si congiurarono contro Dio facendo quei bollettini», raccontò il Pascale, il quale aggiunse «Vedendo il sig. Salvatore che il mio parlare non era senza frutto, deliberò di scacciarmi e massimamente avendo i più grandi dal lato suo, il che mi raddoppiò l’obbligo verso il popolo».  Era chiaro che gli eventi evolvevano verso il peggio. Pascale, pur prevedendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro, e forse sottovalutando ciò che sarebbe potuto accadere a quelle comunità, decise dunque di restare in Calabria, di resistere alle esortazioni delle autorità e dei confratelli, accentandone i rischi e continuando con fermezza la sua opera missionaria: «Mi risolsi di consacrarmi a Dio col farmi incontro al carcere e alla morte per il suo nome e l’edificazione della Chiesa». Ciò apparve un’aperta sfida sia al barone Spinelli (che allora aveva solo tale titolo), sia al potere politico, sia alla Chiesa. La situazione stava ormai per precipitare, sotto l’incalzante azione dello stesso Spinelli, il quale passò alle minacce ed infine alla convocazione, presso la sua residenza di Fuscaldo, di alcuni sudditi di La Guardia, accompagnati volontariamente dal Pascale, dal Negrin, e dall’Usceglio (il medesimo che precedentemente era stato mandato in Svizzera a intercedere presso Calvino per l’invio di nuovi pastori in Calabria). Raccontò sempre il Pascale: «Il sig. Salvatore, dopo avermi fatto minacciare due volte e comandare che io mi ritirassi, la terza volta mandò un suo ufficiale a citare 24 uomini dei suoi a comparire dinanzi a lui, fra i quali vi erano i primi dei fedeli, e comandava loro che non volendo io partirmi mi legassero e menassero a lui sotto pena della sua disgrazia. Allora vedendo io i fedeli essere così citati e dubitando che non andassero al macello, dissi ch’io voleva piuttosto morire che abbandonarli. Per la qual cosa andammo a comparire e stemmo tutto il giorno in libertà fuori dalla terra». Nel castello del feudatario a Fuscaldo, al termine di una giornata di interrogatori, consigli e minacce, lo Spinelli congedò i sudditi, ma non Pascale, il quale ebbe, però, la possibilità di fuggire. «La sera fece licenziare i suoi uomini e a me comandare che non mi partissi. Perciocché voleva parlarmi. Io poteva allora fuggire e andarmene a mio piacere, ma il rimorso della coscienza mi ritenne, per la paura che il mio fuggire non fosse cagione di dare qualche scandalo a quei poveri fedeli». Trattenuto in compagnia di Marco Uscegli, fu incarcerato, dietro ordine dello Spinelli, offeso dalla condotta tenuta nei suoi confronti dal predicatore e intenzionato a prevenire altre accuse e critiche nei suoi confronti da parte del Vicerè e, a porsi, così al riparo da possibili inchieste inquisitoriali. Era il 2 maggio 1559. La libera predicazione sul suolo calabrese, durata poco più di un mese, era finita, ma non la sua fede, che, invece, restò, fino all’ultimo, fervida, immutata ed inflessibile, come dimostrano le sue lettere (che rappresentarono un’ideale continuazione della predicazione interrotta), scritte segretamente dalle carceri di Fuscaldo, di Cosenza e di Napoli, agli amici, ai Valdesi di Calabria, ai Fratelli di Ginevra, alla sua amata fidanzata Camilla Guarino. Da alcuni pensieri vergati per le comunità calabresi, emerge la tenace vocazione missionaria di questo indomito pastore calvinista: «Poiché, per la brevità di tempo, non mi è stato concesso di potermi dilungare, secondo l’animo mio, nella dottrina dell’Evangelio verso voi, per un’ampia vostra istruzione, vi prego almeno di far fruttificare quel poco seme, seminato nella vostra Chiesa, per modo che mostriate non essere caduto né nelle pietre, né nelle spine». Quelle spine che presto avrebbero lacerato la sua esistenza; quelle spine che assunsero la forma dei lugubri processi, delle inumane torture, delle spietate fiamme che l’Inquisizione romana gli avrebbe lanciato addosso. Era finita la predicazione, iniziava la passione, del Pascale e delle povere comunità valdesi meridionali.

Eppure, il Pascale non palesò mai cedimenti: durante la sua detenzione, il barone Spinelli (che inizialmente dimostrò riguardo verso di lui) ed un certo prete guardiolo non identificato, cercarono ancora di indurlo ad abiurare, in cambio della libertà, ma il prigioniero non volle tradire la propria fede. Ogni tentativo cadde nel nulla ed altrettanto vani furono i reiterati sforzi del succitato prete, che, come affermò lo stesso Pascale, «aveva poca o addirittura nessuna conoscenza della Bibbia ed era in una crassa e sfacciata ignoranza», tanto da non essere in grado di sostenere argomenti validi in materia di fede con il preparato pastore piemontese. Mentre il Vicerè di Napoli Don Parafan de Ribera, Duca di Alcalà, seguiva attentamente gli sviluppi del caso valdese di Guardia, ponendo sotto attenta osservazione anche il comportamento del barone Spinelli, il Pascale fu tenuto nel carcere di Fuscaldo per otto mesi, durante i quali iniziò l’istruttoria a suo carico, venendo interrogato, a partire dal dicembre del 1559, anche da Monsignor Odoardo Gualandi, Nunzio apostolico e Gran Vicario dell’Arcivescovo di Cosenza Gaddi, il quale, nonostante diversi tentativi, non riuscì ad ottenere gli esiti sperati, rimanendo assolutamente insoddisfatto ed indignato dalla fermezza dell’accusato, ormai deciso ad affrontare anche le estreme conseguenze della sua coriacea etica evangelica. Il Vicario, tornò a Cosenza stizzito, esclamando: «non posso più ascoltarlo…; ogni sua risposta è sufficiente a farlo ardere tre volte…»; un pronunciamento sinistramente profetico. Subito dopo, il prelato ordinò che il Pascale (verso il quale era venuta pure meno la “protezione” del barone Spinelli)  fosse tradotto a Napoli, per essere messo a disposizione del braccio secolare; le procellose condizioni del mare, però, non resero possibile il trasferimento via mare verso la capitale partenopea. Il Vicario ordinò, così che il Pascale e gli altri prigionieri fossero condotti a Cosenza, ove giunsero il 20 gennaio, venendo rinchiusi nelle anguste e fredde celle dell’Arcivescovato, accoppiati a due a due con i ferri e trovando tepore solo in una coperta piena di pidocchi, sotto la spietata sorveglianza di un prete di Fuscaldo, dal Pascale descritto come «soggetto malvagio», il quale tormentò per tutto il tempo i poveri prigionieri, i quali, il 7 febbraio, vennero condotti in catene nelle segrete del Castello di Cosenza, sulla sommità del colle Pancrazio, dove, seppur soggiogati, poterono ricevere viveri dai loro confratelli di San Sisto e Guardia, venendo trattati con più umanità dai carcerieri. Frattanto, il caso Pascale era giunto all’attenzione del Vicerè, il quale sollecitò il Vicario di «procedere contro» gli «inquisiti d’eresia» «della Guardia Lombarda», con il massimo rigore «che tal delitto ricerca»; il 21 febbraio 1560, nella stessa prigione di Cosenza, il Pascale fu, perciò, sottoposto ad un nuovo interrogatorio, che costituiva la “terza ammonizione”, da parte delle autorità ecclesiastiche. Ormai il processo era in fase avanzata: le istruttorie inquisitorie, infatti, prevedevano tre interrogatori, o ammonizioni, durante le quali era data agli inquisiti la possibilità d’abiurare e ritornare nel seno della Chiesa, prima del giudizio finale di condanna, che, quasi sempre, era la pena capitale. In quell’occasione il Pascale, l’Uscegli ed altri due prigionieri (che, pare, fossero catechisti) furono torturati con il metodo della corda; pare che al Pascale, i suoi aguzzini abbiano detto, prima di torturarlo, «Vai ardimentoso ti allungheremo le braccia». Ma dal Pascale non si ottenne alcun cedimento. La sua sorte era ormai irrimediabilmente segnata.

Il 15 aprile 1560, Gian Luigi Pascale e Marco Uscegli, insieme ad altri 22 prigionieri, alcuni dei quali condannati alle galere spagnole, legati tra loro con i ferri, vennero trasferiti, via terra, e a piedi, da Cosenza a Napoli, dove giunsero il 24 aprile, dopo un lungo e penoso viaggio, durante il quale il Pascale, per farsi allentare le catene, dovette pagare, come raccontò in una delle sue famose lettere, una delle guardie del seguito. A Napoli, fu trasferito da un carcere all’altro, sottoposto a vessazioni, prima di essere imbarcato, il 9 maggio per Roma. Durante quest’ultimo viaggio, il Pastore non cessò di adempiere alla sua missione, esortando insistentemente «alla fermezza e al leale ritorno alla franca testimonianza della fede» i due catechisti, che sotto tortura, avevano abiurato. Giunse nella Città dei papi il giorno 15 maggio, sempre incatenato alle mani ed ai piedi, venendo rinchiuso nella prigione di Tor di Nona, «luogo oscuro, sporco e umido, senza neanche un po’ di paglia», come la descrisse il fratello Bartolomeo. Per impedire che la sua azione evangelizzatrice “scritta” continuasse, non gli fu più concesso di tenere la penna in mano, sicché del suo ultimo periodo si hanno scarse notizie. A Roma rimase per tre mesi e mezzo nella cella dei condannati a morte, durante i quali ricevette la visita del fratello Bartolomeo, giunto dal Piemonte per tentare di scalfire la sua dottrina e i suoi convincimenti ed evitare il suo sommo sacrificio. Bartolomeo, cattolico, sperimentò i ricatti morali, la menzogna affettuosa, infine, la promessa di metà dei propri beni. Fu tutto inutile, come senza risultato furono i tentativi compiuti da diversi convertitori, come quello del domenicano spagnolo Giacomo Noguero, Decano di Vienna ed esperto in controversie anticalviniste, con cui polemizzò per diversi giorni. Alla fine anche Bartolomeo, dopo aver saputo di essere sospettato di connivenza col fratello eretico, si arrese e ritornò in Piemonte. Così, solo, avvicinato solo dagli emissari del Grande Inquisitore Michele Ghislieri, il Pascale si avviava verso il suo destino. Condannato dal Tribunale dell’Inquisizione, dopo quindici mesi e mezzo di prigionia ininterrotta, la mattina del 16 settembre del 1560, dopo essere stato prelevato dalla sua cella, nel cuore della notte, dai monaci della Confraternita di San Giovanni Decollato, firmò i verbali degli interrogatori nel convento domenicano della Minerva, da dove fu poi condotto nella Piazza di Castel Sant’Angelo, alla testata del ponte, dirimpetto all’omonimo Castello, ove, in uno scenario fluviale pietosamente allucinante, fu posto sulla pira ed arso (secondo alcune versioni, dopo essere stato strangolato). Si concluse così la parabola esistenziale del coraggioso pastore, la cui vicenda risulta congruente con quella delle comunità da egli visitate in Calabria.

La terribile sorte toccata a Gian Luigi Pascale, costituì, in effetti, un chiaro monito per le comunità valdesi di Calabria, le quali, nonostante «la brevità del ministerio» del giovane, fervente ed eroico pastore, continuarono, proprio come fece quest’ultimo, ad essere tenacemente legate alla loro fede evangelica, senza curarsi delle conseguenze estreme cui a breve termine sarebbero andate incontro. Pochi mesi dopo il supplizio del Pascale (ovvero nel giugno del 1561), ai valdesi di Guardia, San Sisto e dei sobborghi di Montalto toccò, come si sa, un  fato altrettanto crudele, che suscitò raccapriccio e sdegno non solo in Italia, ma anche in altri paesi d’Europa. Il parallelismo tra il destino del Pascale e quello delle colonie valdesi di Calabri, risulta, insomma, congruo: come il Pascale, anche esse non tradirono l’Evangelo, anche esse dovettero affrontare le tentazioni dei “convertitori”, anche esse pagarono con l’estremo supplizio la loro libera scelta di fede, sacrificati in olocausto alla menzogna vacua dell’ortodossia papale, che essendo palesemente confliggente con la basilare ortodossia evangelica, appare (per certi aspetti, perfino, e paradossalmente, sulla base formale di alcune delle mendaci ed ipocrite normative  inquisitoriali) agli occhi dell’attento osservatore, una sorta d’ortodossia eretica (si chiede venia per l’ossimoro), nei cui confronti il pastore di Cuneo non indietreggiò in nessun frangente: durante i suoi viaggi, al cospetto di feudatari vigliacchi e di preti spietati ed infimi, restò sempre fermo nella sua incrollabile fede, tenendo fino all’ultimo istante testa anche al giudice Biorno, che lo esaminò nelle ultime ore per formalizzare la sua condanna a morte per eresia. Quella morte che non spezzò la sua testimonianza evangelica, di cui sono fulgido compendio le sue lettere dal carcere, raccolte e pubblicate successivamente da Scipione Lentolo e Jean Crespin, tra cui quella scritta nella prigione del Castello di Cosenza il 26 febbraio 1560 “Ai fratelli di s. Sisto. Salute per Gesù. Carissimi e onorati fratelli. La prima lezione che ci dona il Maestro celeste è: «chi vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua»… Ora io non dubito punto che il patire ed abbandonare il proprio paese, perdere i beni, esporre la vita a mille pericoli, non sia cosa  grave alla carne, ma io so parimenti che abbandonare Gesù Cristo è di gran lunga maggior perdita per lo corpo e per lo spirito (…) Se dunque desiderate di essere contenti disponetevi ad andare in luogo ove l’anima sia pasciuta, e così acqueterete le vostre coscienze, troverete riposo, confesserete Gesù Cristo, edificherete la Chiesa, confonderete i vostri nemici. Il vostro fratello in Gesù Cristo, Giovan Luigi Paschale”. Un documento sublime di fede serena e incrollabile. Una delle tante pagine di una testimonianza, che non si disperse come quella «cenera di detto Gio: Luigi Pasquali» che, quale atto estremo di dileggio, teso forse ad auspicarne il futuro l’oblio, «non si ricolse altrimenti». Le idee, il coraggio, la fede, ogni tipologia di fede, però, non si possono disperdere, neanche tra le fiamme: esse lasciano tracce, profonde indelebili. Tracce, come nel caso calabro-valdese, sovente flebili ma non insignificanti; tracce di resistenza, di ostinata alterità, che, a dispetto di violenze, discriminazioni, umiliazioni, continuarono per tanto tempo a punteggiare le terre che un tempo avevano visto fiorire gli insediamenti Ultramontani, oasi evangeliche di pace e libertà, in una contingente realtà incompatibile con ogni diversità; tracce, che costituiscono le lettere, le parole, le frasi attraverso cui ha trovato elaborazione una pagina di storia, di diversità, di identità, di cui Guardia (unitamente alle orme presenti negli altri centri del cosentino toccati dal cammino valdese) costituisce un baluardo; un baluardo contro l’oblio, un baluardo ove conservare e valorizzare la memoria della vicenda, della civiltà, della lingua, dell’essenza di un popolo, di un credo, di un’aspirazione libertaria, che trovò splendida sintesi nella figura di Gian Luigi Pascale. Figura, in cui potrebbe pienamente esplicarsi l’esercizio di una memoria identitaria da studiare, da osservare, da vivere idealmente, contestualizzandola nella nostra epoca, povera di slanci, e nella nostra nobile Calabria, così da farne un’opportunità reale di crescita e progresso socio-culturale, attraverso cui prendere coscienza in ordine alla necessità di fondare su presupposti libertari ogni aspetto, ogni pensiero, ogni sistema istituzionale ed ideale in cui si sviluppa la nostra vicenda esistenziale.

Pierfrancesco Greco

 

 

Bibliografia

  1. Tourn, I Valdesi, la singolare vicenda di un popolo-chiesa, Claudiana, Torino 1977;

– A. De Pasquale, I Valdesi una Setta religiosa – Storia europea di eresie – Storia europea di Eresia, Brenner, Cosenza 2006;

– S. P. Rambaldi, M. Fratini, 1561, i valdesi tra resistenza e sterminio in Piemonte e in Calabria, Claudiana, Torino 17/02/2011;

Ricordi di Guardia Piemontese – Note turistiche di etnografia, Studio del prof. Antonio Baldacci rielaborato dall’Amministrazione Comunale di Guardia Piemontese, Catanzaro 1981;

– E. Stancati, Gli Ultramontani – Storia dei Valdesi di Calabria, Aiello Editore, Cosenza 1984;

– Pierfrancesco Greco, Tesi di Laurea “I Valdesi di Calabria – Diaspora, Insediamenti ed Evangelizzazione dal Medioevo alla Controriforma”, Università della Calabria, A.A. 2010/2011;

– A. Muston, Lettere di un carcerato, Torre Pellice, 1926.