Mer 19 Gen 2022
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Il Braille, una bussola lungo i sentieri della vita

Il Convegno organizzato dalla Sede Territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Catanzaro, guidata dalla Presidente Luciana Loprete, e svoltosi in occasione della XII Giornata Nazionale del Braille, nel proscenio dell’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha rappresentato una tappa fondamentale nel processo critico di verifica riguardo ai diritti di cittadinanza dei non vedenti.

 

Un momento d’aulico livello accademico, in cui s’è riaffermato il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini rispetto ai diritti, quelli costituzionalmente sanciti, quelli, nello specifico, concernenti l’accesso al sapere, alla lettura, alla cultura; quei diritti che rivestono portata primaria nella costruzione di una società effettivamente proclive alle pari opportunità e, perciò, in grado di valicare la condizione di minorazione e svantaggio connessa alla cecità, colmando quel vuoto che il buio sovente frappone tra idealità e realtà, tra forma e sostanza, in ordine a una piena realizzazione dell’individuo, giacché parte delle assise sociali: il Convegno svoltosi in occasione della XII Giornata Nazionale del Braille, nel proscenio dell’Aula Giovanni Paolo II, all’interno del Campus Salvatore Venuta dell’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, ha rappresentato una tappa fondamentale nel processo critico di verifica che la Sede Territoriale dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Catanzaro, organizzatrice dell’evento in questione, ha inteso aprire riguardo ai diritti di cittadinanza dei non vedenti, in una fase storica ove la possibilità di seguire le individuali passioni, di promuovere le specifiche attitudini, di realizzare le legittime aspirazioni, di essere, insomma, elementi attivi e propositivi nella società, sulla scorta dei succitati diritti di cittadinanza, rimane spesso un enunciato meramente formale, piuttosto che assurgere a consuetudine sostanziale.

Un processo di verifica che “ha visto la nostra associazione impegnata durante questa giornata, con varie iniziative sul territorio regionale – ha asserito il Presidente dell’UICI Calabria, Pietro Testa –, organizzate da tutte le nostre sedi territoriali, le quali hanno promosso attività nelle scuole, per divulgare il valore di questo metodo di lettura e scrittura unico e insostituibile, e tenuto incontri con la stampa, per non rimanere soli e per dare massima diffusione a una richiesta di collaborazione e impegno comune sulla strada dell’integrazione”.

In particolare, col simposio di giovedì, organizzato in collaborazione con il Consiglio Regionale UICI della Calabria e col patrocinio dell’Università Magna Grecia, la Sede catanzarese dell’UICI, come sempre attiva, grazie al dinamismo della sua Presidente Luciana Loprete, riguardo alle tematiche dell’inclusione, ha posto l’accento sulla centralità del sistema di lettura e scrittura Braille nella sedimentazione concreta di una nuova dimensione di cittadinanza per i non vedenti, orbitante attorno alla condizione di libertà, diritto primario di ogni essere umano, che l’autonomo accesso alla cultura schiude sul presente e sul futuro.

“Oggi, con quest’iniziativa – ha spiegato la Presidente dell’UICI di Catanzaro, Luciana Loprete –, abbiamo voluto portare all’attenzione del mondo universitario un’esperienza, qual è, appunto, il Braille: un’esperienza che è metodo, cultura; un’esperienza che deve entrare nelle scuole, nelle università, non appartenere solo ai ciechi. Invece, spesso, il mondo che ci circonda si è dimostrato e si dimostra poco attento con noi ciechi; spesso, noi ciechi, abbiamo trovato, e troviamo tuttora, porte chiuse. Ecco, l’incontro di oggi vuol essere l’occasione di parlare, di raccontare, di mettere a fattore comune il nostro mondo, la nostra quotidianità, con alcuni rappresentanti di questa istituzione universitaria. Vogliamo comunicare quello che siamo e che vogliamo essere e non poteva esserci migliore occasione di questa giornata, dedicata al Braille, concomitante, non a caso, con la Giornata mondiale della difesa dell’identità linguistica: il Braille, d’altronde, è un linguaggio, caratterizzante la nostra identità; un linguaggio che ci apre al mondo, attraverso il senso del tatto, che sostituisce la vista, che permette di leggere, di interagire, di istruirsi. Un linguaggio che Louis Braille ideò grazie al confronto con le persone del suo tempo e che, perciò – ha concluso la Presidente Loprete –, ci ricorda, in ogni attimo, l’importanza della condivisione delle idee e delle istanze, in questo nostro tempo, nel quale abbiamo bisogno gli uni degli altri, nella promozione della nostra umanità e dei nostri diritti”.

Il Braille è, in questo senso, il veicolo, il motore, l’opportunità che i non vedenti hanno di vivere proficuamente il loro stato di cittadini liberi; il braille, quindi, essendo l’elemento determinante che lega la vita di un cieco al resto del mondo, va diuturnamente valorizzato, diffuso, insegnato, tutelato, coinvolgendo in tale opera quelle agenzie, come le Università, deputate all’erogazione del sapere formale, per renderle partecipi di un cammino di crescita salutare per tutta la collettività, non solo per i disabili della vista; un cammino in cui devono essere impegnati i talenti, le menti e le più importanti energie propulsive del consesso civico. Alla luce di tutto ciò, ecco palesarsi ancora più chiaramente il senso che la Sezione catanzarese dell’UICI ha voluto evidenziare attraverso la designazione dell’Ateneo cittadino quale cornice del Convegno: tenendo l’iniziativa in tale luogo, “in questo polmone di cultura”, secondo la bella immagine metaforica adoperata da Domenico Gareri, moderatore dell’incontro, si è voluto lanciare un invito alla condivisione dei principi e degli sforzi; tenendola specificatamente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’UNICZ, laddove il diritto costituisce l’elemento principe, l’architrave dell’offerta formativa, si è voluta percorrere la strada intrapresa lo scorso anno dall’UICI calabrese, con un Convegno tenuto nell’Aula Magna dell’Università della Calabria e organizzato, anche allora in occasione della Giornata Nazionale del Braille, in collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione Primaria e con l’Ufficio Disabili dell’UNICAL. Una strada volta a sensibilizzare gli Atenei, inducendoli a farsi portatori delle nobili istanze portate avanti dall’UICI, dando così forza alla missione che anima questa prestigiosa Associazione: esporre richieste per trasformarle in progetti reali.

Quei progetti attraverso cui l’accesso al sapere e, quindi, all’integrazione deve diventare, nei fatti, diritto pieno, riconosciuto, garantito, dando un’opportuna scossa anche al mondo accademico, “che ancora non è riuscito a colmare la distanza intercorrente tra esso e la quotidianità dei ciechi”, come evidenziato da Michele Caruso, membro del Senato Accademico dell’UNICZ. Una distanza che va annullata, trasformando l’indifferenza in attenzione e “dando respiro a percorsi inclusivi, come quello intrapreso – ha fatto notare Caruso – dall’Ateneo di Catanzaro, che ha iniziato a introdurre strumenti e ausili in grado di rendere meno ardua la fruizione dei servizi, la frequenza e lo studio agli studenti non vedenti; ausili da integrare con un nuovo approccio, con una nuova sensibilità, con una nuova disponibilità all’incontro, in linea con quella che è la vocazione dell’istituzione universitaria”. Vocazione che il sistema universitario italiano ancora non onora appieno, presentando lacune in rigore, metodo e definizione di adeguati paradigmi, procedure, programmi in grado di agevolare il compito delle figure, ovvero i docenti, chiamate a estendere la conoscenza, a rapportarsi efficacemente, nell’espletamento dell’opera educativa loro demandata, con gli alunni e studenti non vedenti. In questo senso, il fatto che il convegno si sia svolto presso la Facoltà di Giurisprudenza, risulta ulteriormente indicativo, essendo importante che nelle aule ove si studia il diritto si percepisca la questione del cieco, la sua ancora aleatoria inclusione sociale; e la giurisprudenza, il cui insegnamento parte dal presupposto che il diritto è un bene comune, uguale per tutti, a cui possiamo e dobbiamo appellarci tutti, potenzialmente riveste una rilevanza fondamentale rispetto all’acquisizione, da parte dei ciechi e degli ipovedenti, di quei diritti che ogni anno costituiscono la tematica principale affrontata durante la Giornata del Braille.

Una tematica, quella dei diritti delle persone con disabilità, in particolare disabilità visiva, in merito alla quale ha parlato diffusamente la dottoressa Federica Nancy, assegnista di ricerca presso l’Università di Catanzaro, la quale nell’esporre la sua relazione, articolata in due parti, “di cui la prima vertente sul profilo statico, sul momento del riconoscimento della persona, del riconoscimento dei diritti della persona, del richiamo agli strumenti per tutelare gli interessi e per realizzare la personalità, e la seconda focalizzata sul momento dinamico, cioè su tutte quelle azioni che sono necessarie per rendere effettivo questo diritto, che viene riconosciuto ai soggetti, ossia di agire concretamente ai fini della realizzazione delle proprie aspirazioni”, s’è soffermata sul concetto di persona: “dal punto di vista giuridico la persona è un soggetto che sussiste in una natura spirituale e materiale, un soggetto particolare, che si distingue in una realtà ove l’appartenenza alla specie umana rende la persona tale. In effetti, si parla di vita, di vita umana, di civiltà, di cui la persona è nucleo imprescindibile”.

Un concetto, quello di persona, che va oltre il suo ambito di riferimento originario, oltre ogni connotazione, “per diventare universale: la persona è stima di sé, cura dell’altro, aspirazione a vivere in istituzioni giuste. L’essenza della persona è, quindi, strettamente connessa con la solidarietà; solidarietà che la nostra Costituzione, all’articolo 2, quello relativo ai diritti inviolabili, pone come doverosa”; solidarietà che, a sua volta, è legata all’uguaglianza, trattata nell’articolo 3 dal punto di vista formale e sostanziale, articolo dove si sanciscono pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, prevedendo, nel contempo, l’impegno attivo, da parte dello Stato, a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà dei cittadini, la loro l’eguaglianza, il pieno sviluppo della persona umana, l’impegno civico. La solidarietà come dovere e l’uguaglianza come diritto vanno così a costituire i capisaldi, morali e costituzionali, della pari dignità sociale, ove la dimensione dell’individuo come persona spicca marcatamente; quella pari dignità sociale su cui i diritti della persona con disabilità “che è soprattutto una persona”, ha evidenziato con forza la dottoressa Nancy, trovano il loro pieno riconoscimento, da difendere, da contestualizzare, da aggiornare continuamente con le leggi, che oltre a rimuovere gli ostacoli di cui si diceva sopra, devono promuovere progresso sociale, sviluppo scientifico e tecnologico.

“È su tali principi che l’ordinamento tutela le persone con minorazione visiva, in base alle varie situazioni individuali, ponendosi il problema di mettere i disabili visivi sullo stesso piano del resto della società, proteggendone gli interessi e garantendone la possibilità di agire, in determinati casi col supporto di assistenza e ausili adeguati”. Fissati questi principi, il passo successivo è rendere effettiva, nel concreto la possibilità delle persone non vedenti di porre in essere azioni in autonomia, compresi gli atti giuridici e di natura negoziale, con la relativa firma. Circostanze, queste ultime, su cui la relatrice ha posto l’accento e che il legislatore considera non solo dal punto di vista delle difficoltà, ma anche della tutela della persona e in merito a cui la ricerca di strumenti adeguati, in grado di contemperare entrambi gli aspetti, è continua.

“Tuttavia ci sono atti rispetto ai quali la persona con disabilità visiva non può essere lasciata sola: s’è posto, ad esempio, il problema di permettere la redazione del testamento col metodo Braille, relativamente a cui, però, permangono ancora delle difficoltà legate alla riconducibilità sicura della persona all’atto, considerata la difficoltà di riconoscere la grafia. Al riguardo, si dovrebbe stimolare la ricerca scientifica per trovare un sistema che possa permettere di stabilire la riconducibilità del soggetto al documento scritto in Braille, nell’ottica – ha concluso la dottoressa Nancy – di un’autonomia sempre maggiore, da raggiungere attraverso l’interazione tra i vari ambiti di ricerca, affinché i diritti sanciti sulla carta non rimangano solo tali, ma divengano effettivo fondamento di una piena integrazione della sfera concernente la disabilità”.

Disabilità che, secondo Umberto Gargiulo, ordinario di Diritto del Lavoro presso l’Università di Catanzaro, “è, prima di tutto, una questione culturale, che s’innesta sul tema già affrontato dell’uguaglianza sostanziale e su quello del diritto al lavoro: diritti che, potendo contare su una base costituzionale, hanno prodotto una legislazione che consente l’inserimento del non vedente nel mondo del lavoro, predisponendo le condizioni adeguate alla sua disabilità; legislazione che, per inciso, ha permesso a tanti non vedenti di accedere al lavoro di centralinista. Ecco al riguardo vorrei essere chiaro: l’idea di questa categoria protetta, col cieco, il più delle volte, destinato a diventare centralinista, non mi piace; non mi piace perché è limitante rispetto a quello che le persone non vedenti, in quanto persone come tutte le altre, possono esprimere e offrire alla società, attraverso un lavoro adatto alle individuali potenzialità, attitudini e aspirazioni. Piuttosto bisogna agire, al fine di permettere al non vedente di poter spaziare ed entrare in altri campi professionali.

E le norme, al riguardo, esistono; norme che danno ai non vedenti la possibilità di accedere ai vari concorsi, utilizzando gli opportuni ausili. La prospettiva, quindi, è incoraggiante, perché è una prospettiva che guarda lontano, oltre la ghettizzazione professionale dei non vedenti; una prospettiva di riscatto e successo, in riferimento a cui non mancano tanti casi esemplari, come, per citarne uno, il percorso di Federico Borgna, attuale sindaco di Cuneo al quale la disabilità visiva non ha impedito di affermarsi professionalmente e di offrire il proprio servizio alla società, intraprendendo una gratificante carriera politica. Insomma, pur permanendo delle criticità, le ragioni per essere ottimisti ci sono e sono certo che l’impegno, lo studio e la tecnologia saranno il viatico alla piena realizzazione delle persone non vedenti, determinando l’incontro tra diritti e possibilità”.

Un incontro che potrebbe iniziare ad assumere contorni reali sulle ali di un agevole accesso, da parte dei non vedenti, ai sistemi informatici; “l’utilizzo di questi sistemi – ha, in proposito illustrato Annunziato Antonino Denisi, legale dell’UICI Calabria – costituisce una delle strade verso la realizzazione personale: poter accedere alla rete permette di studiare, di rapportarsi col mondo del lavoro, di dar seguito a quanto disposto nell’articolo 21 della Costituzione, quello sulla libertà di pensiero. Internet è oggi la più importante fonte di comunicazione e d’informazione e deve essere aperta ai ciechi e agli ipovedenti, incoraggiando l’uso degli strumenti pensati per tale scopo e dando concretezza alle fattispecie normative, volte ad abbattere ogni barriera in questo senso, abbeverandosi a una fonte di informazioni libere, ove ritemprare il proprio pensiero in autonomia. Quell’autonomia ai cui fini fondamentale è, per i non vedenti, la firma digitale. Ed è fondamentale che anche in quest’ambito telematico germogli la cultura della solidarietà, dello studio, di quell’eguaglianza a cui tutti aneliamo”. Un obiettivo, quello di rendere effettiva, in ogni campo, l’uguaglianza tra normodotati e disabili visivi, in cui “consta il senso stesso dell’attività dell’UICI – ha asserito Annamaria Palummo, Consigliere Nazionale dell’Unione, durante l’esposizione della sua relazione, dal titolo “Tiflologia e integrazione: l’opportunità del Braille” –, impegnata strenuamente in un’opera che, oltre a essere motore di sensibilizzazione e di rappresentanza delle necessità, dei bisogni, vorrei fosse patrimonio comune di tutti, non solo dei nostri associati, affinché le norme e i principi su cui hanno argomentato i docenti e i relatori che hanno preceduto il mio intervento, come quelli illustrati tecnicamente dalla dottoressa Nancy, possano giungere ad aspergere il senso comune della nostra epoca. In particolare mi ha indotto a riflettere il riferimento al valore della persona umana, che, poi, è il riferimento principale della tiflopedagogia, anzi, nel nostro caso della tiflologia: partendo dall’insegnamento di Augusto Romagnoli, che è il nostro maestro, colui che ci ha fornito gli strumenti per predisporre il metodo con cui operare verso l’integrazione e l’inclusione sociale, il concetto stesso di persona umana deve indurci a non considerare la nostra minorazione sensoriale visiva, sia essa cecità o ipovisione, come un alibi, un pericoloso alibi in grado di distruggere la nostra personalità. Purtroppo, noi abbiamo a lungo assistito a tale percorso deleterio e autodistruttivo, teso a porre l’handicap come qualcosa di alienante dal resto dell’universo e non a considerarlo come condizione esistenziale, che non giustifica alcun distinguo, che relega nell’angolo dell’assurdo ogni discriminazione, ogni pregiudizio, ogni presunto ritardo, ogni negazione dei nostri diritti; una condizione esistenziale che, se formalmente inquadrata, anche sotto il profilo del diritto, come fatto in questi anni, e anche del metodo, come abbiamo dimostrato noi come Unione, con interventi precoci, con gli strumenti giusti, facendo attenzione a percepire e capire il nostro modo di leggere la realtà, di entrare a contatto con la realtà, può sprigionare la meraviglia propria dell’umana unicità. Purtroppo, però, la condizione della disabilità, nel nostro caso visiva, permane ancora in una sorta di limbo, afferentemente alla coscienza e alla considerazione collettiva, facendo sì che tiflologia e integrazione non siano ancora due categorie sociali che noi possiamo definire risolte.

Ed è qui, in questo scenario ancora nebuloso, che si palesa la straordinarietà del Braille come opportunità: un’opportunità, senza dubbio, in quanto strumento e veicolo di conoscenza e interazione per le nostre sorelle e i nostri fratelli non vedenti; ma un’opportunità, anche giacché modello di valore attraverso cui noi possiamo riflettere e interrogarci sulle cause che rendono ancora irrisolti, e lungi dall’essere patrimonio comune, questi due archetipi del discorso attinente alla piena realizzazione del cieco e dell’ipovedente. Un interrogativo, questo, a cui non è facile dare una risposta, essendo la risposta alquanto scomoda; una risposta che chiama in causa l’istituzione statale, nella fattispecie scolastica, dove, secondo gli insegnanti, l’apprendimento del metodo di lettura e scrittura braille incontra difficoltà paragonabili a una corsa a ostacoli, per il bambino non vedente. In realtà, la mia esperienza personale maturata sul campo, a contatto con tanti operatori della sfera educativa, mi rivela che le difficoltà non riguardano l’apprendimento, bensì l’insegnamento, essendo il metodo di lettura e scrittura Braille poco conosciuto dalla maggior parte degli insegnanti; e non parlo egli insegnanti di sostegno, che sono una minoranza nella categoria, ma del sistema scuola nel suo complesso, che ancora, sembra un ossimoro ma è così, è impreparato rispetto alla complessità della questione, come spiegherò più avanti. A fronte di ciò, risulta, insomma, improcrastinabile una presa di coscienza da parte di tutti: riprendendo quanto affermato dalla dottoressa Nancy, tutti quanti dobbiamo metterci in testa che l’individuo, che sia cieco, che sia sordo, che sia normodotato, è, prima di tutto una persona, come tutti, con i suoi sentimenti, con i suoi sogni”. Sentimenti e sogni che nella Giornata del Braille vengono percepiti in tutta la loro normale, normalissima bellezza. Anche a ciò serve questa giornata, che è una sorta d’indicatore: se c’è la necessità di costruire attenzione, visibilità, percezione, prosecuzione, prossimità, definizione di passaggi e programmi condivisi, significa che c’è ancora tanto lavoro da fare; significa che la celebrazione di ricorrenze come quella di giovedì non sono ritualità vacue, rivestendo, al contrario, una rilevanza piramidale; significa che l’UICI non vuole, non può e non deve rimanere sola. Soprattutto, non può e non deve rimanere esclusiva responsabilità di un’Associazione di categoria il problema dell’integrazione dei soci e dei non vedenti in genere: ciò presupporrebbe il permanere di un sostanziale disinteresse collettivo rispetto alla questione dell’integrazione, il che andrebbe a frustrare il proposito di poter vivere un giorno in una società veramente inclusiva, mortificando il principio del bene comune, della condivisione delle opportunità, del poter concorrere alle opportunità, a quelle pari opportunità che non potranno realmente sussistere fin quando la questione dei diritti e dell’integrazione rimarrà limitata esclusivamente nell’ambito d’interesse dei ciechi e dell’Associazione che li rappresenta.

Ecco perché è importante il lavoro di sinergia, il lavoro di formalizzazione e interpretazione dei bisogni, il corollario paradigmatico delle modalità e dei soggetti con cui attivare programmi, procedure, sistemi, comportamenti, azioni, buone prassi, interventi mirati, affinché risulti sempre più facile condurre un bambino non vedente dalla sfera familiare fino all’Università, accompagnandolo nel suo cammino d’istruzione, a partire dalla scuola materna, aiutandolo a diventare una persona libera, capace di adoperare appieno gli ausili necessari al compimento del suo percorso didattico, al suo essere autonomo, nel lavoro, nel privato, nella vita sociale, nella mobilità. Ausili che sono stati il fulcro della mostra itinerante che l’UICI di Catanzaro ha allestito sul territorio cittadino nelle giornate di mercoledì, giovedì e venerdì, toccando, oltre all’Università, la Sede della Regione Calabria e la Biblioteca cittadina, in cui ha trovato spazio giovedì pomeriggio pure un breve momento didattico, con una lezione di braille tenuta dall’instancabile presidente Loprete presso l’Aula studio “Mimmo Gerace”, ove ha avuto luogo anche una dimostrazione pratica degli ausili tiflodidattici e tifloinformatici. Per l’UICI, del resto, è importante spiegare le modalità del lavoro che la vede impegnata ogni giorno, volto a rendere fruttuosi i valori insegnati e i risultati raggiunti in quasi cento anni di esistenza, mostrando le attività, gli strumenti che si adoperano, la didattica che si adotta, con i testi, le esperienze nei laboratori e nei campi, i progressi raggiunti riguardo alla possibilità di far cogliere e toccare la bellezza a coloro i quali non vedono: bellezza come quella alitante dalle opere d’arte, che il progetto AIVES si propone di raccontare, far immaginare, sentire, con gli opportuni metodi, essendo l’arte un miracolo “che si può vedere con l’anima”. Insomma, attraverso questi allestimenti e queste dimostrazioni si è potuto prendere visione del metodo, dell’approccio, del comportamento connesso all’apprendimento guidato, reso possibile, in base alle varie necessità, dal materiale, dalla strumentazione tiflodidattica, dalla strumentazione tecnologica, dai vari supporti e, ovviamente, soprattutto dal Braille; “il Braille – ha proseguito la dottoressa Palummo –, che è indispensabile per rendere le persone cieche e ipovedenti libere, autonome e soprattutto consapevoli. Il braille, che è ancora più importante per rendere il vedente persona disposta a comprendere, rispettare e amare l’altro, senza più barriere. Il braille, che crea armonia; il braille, con la sua poesia, che è senz’altro un fatto umano, senz’altro una questione valoriale.

Quel Braille che, contestualmente al grande mosaico dell’integrazione, a principiare da quella scolastica, alla cui compiuta realizzazione dobbiamo essere tutti impegnati, è un fattore dirimente, decisivo: senza il braille non è possibile rappresentare un panorama di elementi certi per la piena integrazione; senza il braille non si può crescere; senza il braille si resta al buio; e al buio non si può e non si deve restare. Il braille è il più vivido antidoto a questo buio; un antidoto che – ha evidenziato la dottoressa Palummo –, per sortire incisivamente i suoi effetti, deve, ritornando su quanto ho detto poco fa, trovare linfa nell’ambito scolastico. Lo reitero: la mancata, o quanto meno incompleta, inclusione sociale dei non vedenti parte da lontano, dalla scuola, dove sono tuttora insufficienti strumenti e competenze. Al riguardo, da queste giornate, durante le quali si sono confrontate figure che, operando in ambiti tra loro diversi, concorrono a garantire l’elargizione della formazione e della cultura, in una prospettiva inclusiva, è emersa la fondamentale importanza del ruolo del tiflologo, di colui che stabilisce modalità, strumenti, ausili, comportamenti, pedagogia per l’apprendimento.

Una figura, quella del tiflologo, che per le nostre ragazze e i nostri ragazzi ciechi e ipovedenti non è solo un insegnante: il tiflologo è una guida, di più, un compagno di viaggio, che – ha concluso la dottoressa Palummo – aiuta a orientarsi, a trovare i retti sentieri in una foresta ombrosa, dove i sentieri non si vedono”. Sentieri che il braille, alla stregua di una bussola, svela, permettendo di cogliere la bellezza, la straordinarietà, la poesia che l’esperienza umana regala non solo e non tanto ai nostri sensi, non solo e non tanto ai nostri occhi, ma alla nostra voglia di vivere, di conoscere, di amare.

Pierfrancesco Greco