Mar 29 Nov 2022
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Una storia vissuta ne il “Canto per un ribelle. Lettere di lotta e disobbedienza”

Ci sono storie, anzi vissuti semplici, piccoli che andrebbero raccontati e conosciuti nella loro straordinarietà.

“Canto per un ribelle” è una narrazione non spezzata. Un viaggio che ha inizio il 10 agosto 2017 sulle rive del mar Tirreno. Uno di quei viaggi che nessuno vorrebbe mai intraprendere. Troppo dolore e troppa rabbia.

Il 10 agosto 2017 muore in un incidente stradale Andrea Arcuri, più di un amico, un fratello maggiore, un compagno di strada, di lotte e di ideali.

L’unico modo per sopravvivere ad una botta così forte ed inaspettata è stato scrivere, mettere giù parole su parole e colorarle di arcobaleno e speranza. La speranza che l’amore verso gli altri va oltre tutto.

I capitoli non sono altro che lettere in cui ricordi, pensieri sparsi trovano una forma delineata e chiara tramite le armi congeniali della sociologia e della pedagogia, ma anche della musica e della letteratura (Marcuse, Foucault, Freire, Don Milani, Orwell, Pasolini, De André solo per citarne alcuni). Si spazia da argomenti più leggeri, istantanee, ricordi, a quelli più complessi e di stretta attualità (l’avanzata di nuovi fascismi, il razzismo come malattia sociale, la società dell’apparenza, il potere esercitato sui corpi, le nuove migrazioni, il ruolo della memoria). Due capitoli-lettera sono  dedicati al Cosenza Calcio in quanto Andrea rimane un ultrà, che sugli spalti come nella vita ha contribuito a far sì che il rosso e blu diventassero i colori della solidarietà, della lotta contro le ingiustizie e della bellezza persa nei rivoli e negli anfratti della quotidianità.

Ma perché “Canto per un ribelle. Lettere di lotta e disobbedienza”? Troppo spesso il ribelle viene etichettato come un personaggio pericoloso, fuori dagli schemi e la disobbedienza come qualcosa atta solo a distruggere. Ribellarsi è invece un diritto/dovere per chi non vuole farsi rubare la vita dall’omologazione verso cui la società e i media ci spingono. Il ribelle per antonomasia è colui che costruisce esistenze migliori, ci prova, s’impegna e lotta. La disobbedienza ha in sé il dono della rivoluzione quindi. Disobbedire a forme repressive che tentano di svuotare l’individuo da quella umanità di cui dovrebbe essere portatore, lasciando soltanto un simulacro di ossa pronto ad indignarsi a comando, incapace di provare sentimenti se non odio verso l’altro. Disobbedienza come nuova Resistenza e il Ribelle come nuovo Partigiano.

Il libro altro non è che un viaggio e come tale ognuno può scegliere come intraprenderlo; infatti non necessariamente il  lettore deve approcciarsi in maniera consequenziale ai capitoli-lettera, ma può liberamente scegliere il proprio “itinerario”. È un modo per perdersi e forse ritrovarsi. Per brindare ad un’amicizia che continua ad esserci. Non tutto è perduto. Nominando Andrea, raccontando di lui gli si restituisce un po’ di esistenza, ritorna quel sorriso beffardo e quella battuta pronta. Il sorriso è l’armatura che non permette al potere di calpestarci e annientarci. E poi è l’unica cosa che nessuno potrà mai strapparci, anche se capiterà di sorridere a denti stretti, amaramente, ma bisogna continuare a sorridere, ribellarsi e disobbedire con le tasche piene di sogni grandi da far cadere giù.

Chantal Castiglione