Sab 17 Apr 2021
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Reddito di cittadinanza: si lavora per conto del Comune. Un esempio da seguire

A chi non piacerebbe guadagnare senza far nulla? Certamente non è nato con questo scopo il “reddito di cittadinanza”, ma di fatto lo è diventato. In base ad un decreto ministeriale oramai di oltre un anno fa, coloro i quali percepiscono questo tipo di sussidio statale, con esclusione di chi non sia nelle condizioni fisiche di farlo, avrebbe dovuto dare la propria disponibilità, per almeno 8 ore settimanali (potrebbero diventare 16 ma comunque il minimo è di 32 al mese), nell’ambito del Patto per il lavoro e del Patto per l’inclusione sociale che ha sottoscritto per ricevere il “reddito”, a svolgere attività non retribuite in svariati ambiti. Ad organizzare queste attività sarebbero dovuti essere, in primis, i Centri per l’Impiego e i comuni di residenza che avrebbero dovuto realizzare dei progetti capaci di coinvolgere i percettori del reddito, o comunque uno dei membri del nucleo familiare. La ratio era quella per la quale, in attesa di un impiego, piuttosto che rimanere in casa a non far nulla, chi ottiene questo sussidio debba “restituire” alla comunità dei servizi.

Giusto, più che giusto nei confronti di chi, per guadagnare un euro, si deve spaccare la schiena. Una decisione che va nella giusta e sacrosanta direzione è stata assunta dal Comune di Messina. A ripore la notizia questa mattina la Gazzetta del Sud.

In alcuni paesi della provincia sono già all’opera e presto lo saranno anche in città. Sono i percettori di reddito di cittadinanza che nei prossimi giorni saranno schierati dal Comune per iniziare il loro piano utile alla collettività, il PUC. Palazzo Zanca si dice pronto a partire il 15 marzo con le prime convocazioni e anche il Centro per l’Impiego ha mosso le sue pedine.