Le recenti operazioni di Polizia giudiziaria firmate dalla Dda di Catanzaro hanno descritto un vasto territorio calabrese in mano alla criminalità organizzata.
Inchieste che hanno inferto duri colpi alle consorterie criminali, evidenziando come i clan controllavano in particolare il territorio crotonese e il turismo della Costa degli Dei, cuore pulsante dell’economia vibonese.
Il “male” torna a farsi vedere
A distanza di diversi anni cosa è cambiato nel Crotonese e nel Vibonese? A sentire alcuni operatori turistici, il “male” che sembrava estirpato torna a farsi vedere. “Il settore turistico vibonese è nelle mani della ’ndrangheta. Noi, come tantissimi altri colleghi che operano sul territorio vibonese, non ci sentiamo liberi di fare ciò che vogliamo.
In un modo o in un altro siamo costretti a scendere a patti con gli ambasciatori del racket, che ci costringono a bussare sempre alle porte degli amici degli amici per gli acquisti e per la scelta del personale. Per non parlare della scelta delle ditte che si devono occupare della manutenzione dei locali delle nostre aziende”.
La denuncia di Gratteri
Sentite cosa diceva l’ex procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri: “Le cosche avevano il controllo assoluto sul territorio e chiedevano la tangente a tutti gli operatori turistici di quell’area, sottoponendoli anche a usura; rilevavano tutte le attività commerciali, al punto che oggi abbiamo sequestrato diversi distributori di benzina, alberghi, ristoranti e bar; vendevano cocaina in cinque regioni d’Italia e all’estero”.
Il business della “guardiania”
Nei mesi scorsi ci eravamo occupati del caso di due operatori turistici della Costa degli Dei che nel periodo invernale erano costretti a pagare la guardiania per proteggere le loro strutture dai raid devastanti di ladri e vandali.
Una rigenerazione costante
Nonostante sull’intera provincia di Vibo siano presenti investigatori di serie A, la situazione resta da monitorare con grande attenzione, senza mai abbassare la guardia. Perché, come ha dichiarato nei giorni scorsi il colonnello dei carabinieri Luca Toti, la ’ndrangheta in questo territorio ha un’eccezionale capacità di rigenerarsi.
Forze dell’ordine e società civile: serve un fronte comune
Il lavoro costante sul fronte dell’azione di contrasto alla criminalità del prefetto Aurora Colosimo, del questore Rodolfo Ruperti e dei comandi provinciali di Carabinieri, Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto fanno ben sperare. Ma è necessario continuare a denunciare, rompere il silenzio e squarciare quel muro di omertà che per tanti anni è stato l’alleato più fedele dei clan.
Il coraggio di dire basta
Per liberare il territorio calabrese dalla ’ndrangheta ed estirpare definitivamente la malapianta, è necessario che l’azione repressiva delle forze dell’ordine sia accompagnata dal coraggio dei cittadini e della società civile. D’altronde, chi lavora per il progresso della Calabria non può più tollerare all’interno delle proprie aziende l’arroganza del crimine organizzato, e scendere a patti significa consegnarsi.
Salvatore Barbagallo, simbolo di resistenza
Portavoce di questa nuova cultura della legalità è il testimone di giustizia Salvatore Barbagallo, che dopo anni di denunce continua ad essere perseguitato dalle cosche che in passato gli hanno distrutto l’azienda che dava lavoro a decine di persone. Pochi mesi fa, in un comune della provincia di Vibo Valentia, ha subito l’ennesimo furto di una costosa attrezzatura.
“Gli imprenditori calabresi – ha sottolineato Barbagallo – per sentirsi veramente liberi devono denunciare questa oppressione che si chiama criminalità organizzata. Ho conosciuto tanti colleghi che non hanno avuto il mio stesso coraggio. Non si può lavorare serenamente quando ti senti limitato nella tua libertà personale. Ho perso tutto perché in passato sopportavo ogni tipo di angheria. Oggi finalmente mi sento un imprenditore libero”.



