Di Enrico Newton Battaglia
Siamo davvero un popolo pronto all’accoglienza?
Questo è un’interrogativo che mi sono sempre posto durante la mia vita, anche se non ancora abbastanza lunga da poter essere ritenuto da tutti un maturo che può interrogarsi su certi argomenti. Non voglio limitarmi a dire la solita frase di circostanza “mi stringo al dolore della famiglia” (cosa che dovrebbe essere scontata ai miei occhi, perché soprattutto quando si parla di tutela dei minori, in questo caso bambini di pochi anni, non si guarda nessun “colore”) per un fatto che fa accapponare la pelle.
Su via Macallè, un bimbo musulmano insieme ai due fratelli più grandi decidono di avvicinarsi ad una coppia per poter sorridere ed accarezzare il bimbo che si trovava nel passeggino. Nessuno si sarebbe aspettato la reazione del padre, che dopo aver strattonato i due fratelli più grandi, da gran vigliacco ha sferrato un calcio nello stomaco del bimbo più piccolo (3 anni). Un medico nei paraggi intervenuto in poco tempo ha controllato le sue condizioni, prima dell’intervento dell’ambulanza.
Nella giornata di ieri è stata individuata una coppia di ventenni che ora dovrà rispondere alle autorità giudiziarie di lesione aggravata.
Quello che mi frulla per la testa da un po’ di tempo è che in fondo Salvini non ha perso del tutto, perché, in parte, è riuscito nel suo intento: quello di instaurare la paura dello straniero. Ciò che fa rabbrividire ancora di più è che questa paura, che pian piano tende a trasformarsi in odio, parte soprattutto dai ragazzi; questo perché grazie al potere mediatico dell’ex Ministro degli Interni, il popolo italiano si è trovato bombardato da notizie che miravano proprio a questo, cioè, instaurare la paura verso il prossimo. Uso il termine prossimo e non straniero per un motivo ben preciso: chi ha poca memoria forse ha dimenticato che agli inizi della carriera politica, Salvini si presentò all’Italia dichiarando guerra ai meridionali, i quali oggi lo votano.
Questo è quello che fa paura, l’ignoranza che vede protagonisti molti giovani, in particolare i meridionali che invece di ribellarsi si uniscono alle idee xenofobe della Lega Nord.
Ritengo che il problema risieda in noi giovani che ci facciamo trascinare da qualsiasi cosa riesce ad attirare la nostra attenzione, senza neanche per un attimo riuscire a ragionare in modo critico e autonomo, alla ricerca continua di giustificazioni.
Esempio più che degno di nota (in negativo) la lettera degli ultras della Curva Nord dell’inter diretta al nuovo attaccante neroazzuro, che dopo essersi lamentato via social dei “buuu” ricevuti durante il match contro il Cagliari dalla tifoseria sarda, si è visto “attaccato” anche dai propri tifosi che sostengono: “In Italia usiamo certi “modi” solo per “aiutare la squadra” e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliare.”
A mio modesto parere un “buuu” gridato in strada, in teatro o in un qualsiasi altro luogo, ha la stessa valenza e lo stesso scopo di quello urlato negli stadi: offendere per il diverso colore della pelle.
Ma tornando sul fatto principale, e di gran lunga più sgradevole, l’indifferenza della popolazione (dei ragazzi in particolare) è disarmante. In una città come Cosenza (storicamente accogliente e solidale) dove la gente si professa libera da ogni pregiudizio, impegnata nel sociale e aperta a tutte le novità, l’indifferenza di queste ore nei confronti di un fatto talmente grave, da essere ripreso anche a livello nazionale da tutti i mass media, mi fa sorgere una domanda che vorrei girare a voi lettori: siamo davvero pronti ad accogliere, o è giusto una facciata costruita per tutelare la nostra posizione sociale?



