Mercoledì 22 aprile 2020, è notte, un giorno come tutti gli altri, penserete… se non fosse per la situazione che stiamo attraversando.
La pandemia che ci costringe a stare in casa mi porta a riflettere, proprio dall’interno delle mura domestiche, su tutto quello che c’è fuori, in particolare alla natura. Nel pieno della notte, un cinguettio di un uccellino appostato su un albero di fronte la mia stanza mi porta a riflettere sulla situazione attuale, e immaginando di poter spiegare le ali e di seguire il mio nuovo amico consumando l’ennesima sigaretta, inizio a riflettere.
Penso a come questa situazione ci stia facendo aprire gli occhi su molte cose. Penso a come sta trasformando il nostro modo di pensare, a volte anche inconsciamente, e di ragionare su tutto quello che avevamo, e che davamo per scontato, fino a qualche mese fa. La reclusione forzata ci porta inevitabilmente a viaggiare con le nostre menti, rafforzando sempre di più il pensiero riguardo a tutto ciò che ci aspetta oltre le mura domestiche, ormai diventate come una “dorata prigione”.
Una cella, all’interno della quale ognuno di noi si ritrova solo con se stesso. Un punto su cui volevo soffermarmi è proprio il sentimento di come ci sentiamo in gabbia, e come questo ci fa sentire. Sono passate solo poche settimane ma a tutti sembra passata un’eternità. Allora mi sono chiesto, è cosi che si devono sentire tutte quelle persone affette da malattie o patologie che li costringono a passare il resto della loro vita in un letto di ospedale o su una sedia rotelle senza poter fare quello che più gli piace?
Questo periodo di quarantena, dovrebbe sensibilizzarci maggiormente sotto questo aspetto, ponendo la nostra attenzione sui rapporti sociali, molto spesso messi in secondo piano. Dobbiamo sentirci fortunati per tutto quello che la vita ci ha offerto e tentare di dare sempre il massimo in tutto quello che facciamo. Stare a casa sicuramente non è come andare in guerra, ma è devastante sotto il punto di vista psicologico. Pensare di non poter uscire liberamente per una semplice passeggiata o una serata tra amici, per poter andare dove vogliamo o poter svolgere i nostri doveri quotidiani, ci ha tagliato di netto le gambe.
Se da un lato il ritorno a queste attività, che sembrano un ricordo lontano, mi fanno accennare un sorriso sulle labbra, d’altro canto, inevitabilmente, la mia mente vira dritta verso chi, una volta usciti da questa situazione, sarà ancora costretto in una gabbia non per scelta. Il nostro è un mondo affascinante ma al tempo stesso amaro con chi, molte volte, non lo merita.
Ora che si inizia ad intravedere una luce in fondo al tunnel, il pensiero rivolto a chi non potrà tornare, come noi, ad apprezzare una corsetta in mezzo al verde o una semplice scampagnata in montagna si fa sempre più incalzante. Una cosa sulla quale tutti potremmo migliorare e capire un po’ più affondo, una volta usciti dall’emergenza Coronavirus, sarà proprio quella di dare maggiore attenzione a chi si trova in una condizione irreversibile e che, quindi, costretto a vivere in una eterna situazione di reclusione, quella del proprio corpo, cercando di viaggiare e svagare solo attraverso i pensieri.
Noi che in questo momento siamo tante piccole menti rinchiuse all’interno del corpo delle nostre case, una volta usciti non dimentichiamoci di quello che abbiamo vissuto e, anzi, cerchiamo di essere i più umani possibile, cercando di godere di ogni momento di felicità ricordando di essere sempre grati di quello che abbiamo, senza ritornare all’avidità che ha contraddistinto l’umanità fino ad oggi e che ci ha portato soltanto sull’orlo della distruzione.



