Mer 16 Giu 2021
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Napoleone, duecento anni: le contraddizioni, il tempo, l’eredità

di Pierfrancesco Greco

In ambito storiografico, l’interpretazione degli accadimenti e il giudizio sulle individualità, legate alle circostanze medesime, costituisce un esercizio a cui è necessario appropinquarsi con rigore, con metodo, con serietà scientifica, anche con prudenza. In particolare, filtrare l’analisi del passato attraverso le categorie ideali, morali, politiche della contemporaneità, ovvero forgiate dai mutamenti susseguitisi nel tempo intercorso tra ieri e oggi, risulta metodologicamente non corretto, fallace, foriero di errate conclusioni. Vado al fulcro della questione: da qualche giorno sto avendo l’opportunità di sentire e leggere opinioni, riflessioni, interpretazioni, giudizi su Napoleone Bonaparte, di cui è ricorso il duecentesimo anniversario della dipartita, avvenuta su uno spuntone vulcanico in mezzo all’Atlantico, ove il vento della Restaurazione l’aveva scaraventato, ed eternata dall’ode celebre e celebrata del Manzoni, che, a qualche settimane dal fatale evento, aveva colto e mirabilmente tratteggiato, in appena tre giorni, la complessità della figura; una complessità che ancora oggi è lungi dall’essere dipanata in maniera esaustiva.

Eppure, in queste ore ho letto e sentito di tutto, ma non mi va di dilungarmi in citazioni inerenti a valutazioni infarcite di luoghi comuni, anacronismi e inesattezze assortite: semplicemente, in tanti, in troppi, hanno inquadrato la figura del generale, del Primo Console e dell’Imperatore attraverso una prospettiva ideale e valoriale vicina più ai nostri tempi che a quelli segnati dalla vicenda esistenziale, dalle ambizioni, dal carisma, dalle imprese, dai tradimenti, dalle spoliazioni, dalle vittorie e dalle sconfitte del Corso con la feluca. In verità, la sua complessità, che oggi risulta più intricata, più articolata rispetto a duecento anni fa (quando certi valori, certe ideologie non avevano ancora asperso il senso comune), lo rende una figura capace di andare oltre il bene e il male, la liberazione e la conquista, la rivoluzione e l’oppressione, il progressismo e il conservatorismo, nonostante i tentativi, reiteratisi nel corso dei decenni, di convogliare nel “bonapartismo” l’eredità politica di un’epoca rivoluzionaria, nell’accezione più ampia possibile.

La sua parabola, la parabola di Napoleone marchiò non solo la sua epoca, ma anche quelle successive, come un’onda, che giunge fino a noi; e se quest’onda, originata dal vortice della Rivoluzione Francese, finì per travolgere, stravolgere e anche tradire i principi libertari che, dal 1789 in poi, l’avevano prodotta, essa segnò comunque un punto di non ritorno, rispetto a una sclerosi feudale e reazionaria che, perfino dopo Waterloo, non riuscì più a ricomporre compiutamente se stessa. Certo, il lascito di quella fase storica, in linea con le risultanze intrinseche al decennio rivoluzionario francese, costituì la base su cui si andò definendo la connotazione borghese delle società contemporanee, con tutte le contraddizioni e le distorsioni (in termini di giustizia sociale, di uguaglianza, di diritti) proprie di una forma che non ha assunto i caratteri della sostanza e rispetto a cui non s’è ancora giunti a un punto di sintesi e di superamento effettivo (ma di questo si parlerà alla fine).

Eppure, l’esperienza procellosa, cruenta, tragica, storicamente esaltante dell’età napoleonica, oltre a consolidare e internazionalizzare la dimensione della morale, dell’economia, della politica e del diritto borghesi, accese, soprattutto ai suoi albori, tra la fine del ‘700 e l’inizio del XIX secolo, le speranze genuinamente giacobine di quegli idealisti animati dall’utopia di dare, con l’appoggio delle Armate francesi, uno sbocco radicale ai principi che avevano dato respiro ai sommovimenti rivoluzionari d’oltralpe; speranze che trovarono strada anche in Italia; speranze, purtroppo, illusorie, o quanto meno destinate a non essere concretamente coronate; speranze pienamente maturate fuori tempo massimo, quando, in Francia, la reazione termidoriana aveva già stroncato le velleità del giacobinismo intransigente, ponendo nuovamente la borghesia a fulcro della realtà rivoluzionaria e spianando la strada al Direttorio, ai cui ordini il generale Bonaparte intraprese, nel 1796, la Campagna d’Italia, con obiettivi politici, economici e militari (orientati alla salvaguardia degli interessi francesi e al depredamento delle ricchezze, a partire dalle opere d’arte, nei territori occupati) non esattamente congruenti con quelli dei giacobini italiani, o meglio, delle élite politiche e intellettuali (tra le cui fila era, peraltro, forte l’elemento borghese), le quali si riconoscevano negli ideali della Rivoluzione Francese e che passarono rapidamente dall’ebbrezza delle Repubbliche Sorelle, e dei tricolori desunti dalla bandiera rivoluzionaria, alla delusione del tradimento e dell’abbandono, eternata dallo spirito ruggente e dalla penna sublime di Foscolo. Speranze tradite, dunque, ma che anticiparono le idee, le aspirazioni, il fermento valoriale che avrebbe poi dato vita alla stagione risorgimentale e, quindi, all’alba del nostro percorso nazionale.

statuetta di Napoleone

Insomma, come tutte le vicende storiche, quella inerente a Napoleone si pone in una dimensione sfuggente a una valutazione esclusivamente morale e/o ideale; piuttosto, lo studio, l’analisi metodologica condotta con raziocinio e rigore scientifico costituiscono la strada da seguire e attraverso cui trovare, nella comprensione del passato, la messa a fuoco del presente, da cui iniziare a tratteggiare il futuro. E questo vale per ogni vicenda vergante la storia umana, non solo per la vicenda relativa a Napoleone, il despota, l’imperialista, il guerrafondaio formatosi negli anni della Rivoluzione e che, sventolando e, poi, in parte stravolgendo il vessillo rivoluzionario, mise in crisi un sistema continentale di potere, di contraddizioni e di oppressione, aprendo la strada a un altro sistema: il sistema delle realtà nazionali, dell’affermazione individuale, del diritto formale; un sistema, che ha assunto carattere globale, anch’esso venato da contraddizioni e ove l’oppressione ha un carattere multiforme; un sistema mutato dal tempo, dai drammi, dalle evoluzioni che hanno attraversato gli ultimi duecento anni ma che non è ancora stato realmente superato e rimpiazzato da un altro … Il Socialismo utopistico ha immaginato una Società nuova, il Socialismo scientifico ha individuato gli elementi e le forze attraverso cui scardinare il sistema borghese/capitalistico, il riformismo ha indicato una strada del miglioramento più che del rivolgimento sociale, i grandi Partiti socialisti e comunisti hanno catalizzato per decenni le passioni di grandi masse, propugnando il passaggio dalla libertà, dall’uguaglianza, dalla fraternità formali a quelle sostanziali, ma uno step vero in tal senso non s’è verificato: La Comune di Parigi del 1871, l’Ottobre del 1917, le Repubbliche Popolari, la Rivoluzione Cubana, l’esperienza di Allende con Unidad Popular, tanto per citarne alcuni, sono stati tentativi certamente rilevanti, carichi di valenza simbolica e cruciali nella storia dell’umanità, ma che, tuttavia, o non hanno dato gli esiti sperati, rispetto alle premesse, oppure sono state represse dalle armi della conservazione, venendo soppiantati non da una nuova “Restaurazione”, bensì fagocitato dalla semplice “continuazione” di un sistema, quello borghese/capitalistico, che non ha avuto, fino ad ora, a livello mondiale, una reale soluzione di continuità temporale, dando prova di una somma capacità d’adattamento ai mutamenti.

Il sistema, insomma, resiste, anzi, appare più forte di prima, e le contraddizioni permangono … Ma, forse, questa è un’altra storia … O meglio, questa è la nostra Storia!