Mar 3 Ago 2021
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Il calciatore Domenico Berardi: l’icona calabrese di un riscatto

di Antonio Vulcano

Mi sono chiesto, spesso, che cosa muovesse le persone, andando allo stadio, a trasformarsi: rispettabili professionisti , tutti di un pezzo nei loro studi asettici, vestirsi con abiti dai mille colori, con in testa corone, corna, pennacchi… urlanti dagli spalti epiteti “signorili” nei confronti dell’arbitro, dei giocatori.

Non ho mai saputo darmi una risposta convincente senza scomodare analisi sociologiche sul perché la domenica gli stadi si trasformassero in arene. Scrivo così, perché non sono un tifoso, o almeno un tifoso di antica data per cui ad una persona normale- quella che va allo stadio, di cui sopra- sembra che l’anormale sia io che non partecipo a queste orge collettive che iniziano sui campi e finiscono in tarda serata nei talk show televisivi. Non mi scaldavo per i gol di Rivera o di Mazzola quando giocavano in nazionale. Mi commuovevo quando sentivo l’inno nazionale, solo in quel momento mi sentivo partecipe, insieme ai giocatori di quell’avventura che per 90′ ti incollava allo schermo.

Le partite di campionato tra le varie squadre non mi attiravano, e trovavo patetico, che ci si scaldasse tanto per squadre come la Juventus, Milan, Inter che erano lontano da noi , e che con noi meridionali, per giunta meridionali dell’entroterra silano, non avevano alcun legame se non per i parenti o conoscenti che lavoravano alla Fiat, alla Pirelli e quindi giustificabile il tifo per la squadra del “padrone”. Beh!, l’altra sera , assistendo alla partita della nostra nazionale con la Turchia, mi sono riscoperto diverso; ho provato sentimenti che non conoscevo, quali l’orgoglio, il senso di appartenenza, una maggiore autostima, insomma, tutti quei sentimenti che ti pongono nella condizione di dire: ce la posso fare anch’io, abbiamo dei talenti da .spendere e da far valere; ti riscopri, all’improvviso, tifoso esagitato che scalpita sul divano, che alza la voce per quel fallo subito dal tuo beniamino: Domenico Berardi.

Rivedi in quel ragazzo che è del tuo stesso paese, una vita vissuta tra i vicoli, un pallone che di sferico aveva poco, che veniva passato col grasso “sivu”, come si faceva con le scarpe durante i mesi invernali, per le partite importanti giocate in quell’ anfiteatro naturale in cui era stato ricavato il nostro campo di calcio. Ritrovi, allora, le risposte alle domande che ti sei posto e comprendi il professionista esagitato, l’urlo cavernicolo degli spalti  perché ritrovi quel che volevi essere, il compiacimento per uno che ce l’ha fatta, che con la sua valigia di cartone ha preso il treno giusto, fermandosi a Sassuolo. Sono certo che nella partita contro la Turchia, nelle gambe di Domenico c’erano i pensieri dei monsieur, delle madame, delle frau, delle fraulein, degli herr, che avevano preso lo stesso treno e si sono  sparsi in mezza Europa e che ora, con gli occhi inumiditi,  incitano, spingono, scalciano sui divani .. si alzano per fare un  unico, sincrono boato, al 53’ del 2° tempo: Goal!!