Di Pierfrancesco Greco
La visione di “Berlinguer – La grande ambizione” è un’esperienza intensa, emozionale, formativa, anche per chi, come lo scrivente, non è esattamente digiuno rispetto alla conoscenza delle vicende narrate nel film diretto da Andrea Segre, che focalizza l’attenzione su un lustro del cammino esistenziale e politico di un uomo, all’apparenza fragile ma sorretto da una granitica forza morale e da una cultura non comune, oltre che, ovviamente, da un’articolata, meditata, inscalfibile convinzione ideale che egli sapeva comunicare alle masse con un’oratoria di rara efficacia, semplice senza essere semplicistica; un uomo, Enrico Berlinguer, che sapeva parlare al cuore, oltre che alla mente, nel cercare d’indicare la strada verso un tempo nuovo, libero tanto da schemi precostituiti e da manicheismi dicotomici imposti dall’esterno, e che all’interno, in Italia, determinavano una democrazia incompiuta, quanto dalle contraddizioni, dal cinismo, dalla diseguaglianza, dal quotidiano sfruttamento dei lavoratori e dalla cronica marginalizzazione dei più deboli su cui si poggiavano e si poggiano il sistema di produzione capitalistico, nonché le sovrastrutture di stampo borghese che lo sostengono e a cui è demandato il compito di frenare, depotenziare, narcotizzare le spinte rinnovatrici prodotte dalla presa di coscienza di coloro i quali vivono sulla propria pelle le storture provocate e difese dalle sentinelle del conservatorismo; l’uomo, Berlinguer, che per una dozzina d’anni ha guidato il più grande Partito Comunista dell’Europa occidentale.
Affermerò di più: per approcciarsi meglio all’intreccio narrativo che la sceneggiatura, la regia e la maiuscola prova degli interpreti, Elio Germano su tutti, propongono allo spettatore è necessario conoscere, almeno per sommi capi, lo sfondo, o meglio, il retroterra storico, sociale, culturale e politico del segmento temporale rappresentato; occorre, in altri termini, sapere come si è arrivati al punto da cui principiano le immagini e dove si è giunti dopo, ovvero successivamente al periodo a cui si riferisce l’ultimo fotogramma che compare sullo schermo.
Ecco, su queste basi, il film risulta veramente formativo: formativo rispetto al consolidamento, al recupero o, almeno, all’impostazione interiore di un’etica aulica della politica, innanzitutto, ma non solo di essa; il potenziale formativo, che io ho avvertito mentre ero seduto nella platea del Cinema Citrigno di Cosenza, si volge al senso civico di chi è illuminato dal riflesso dello schermo. Cerco di spiegarmi meglio: il film, questo bel film – di cui qui eviterò di ripercorrere la trama in forma particolareggiata – inquadra i cinque anni della vita e dell’azione politica di Berlinguer compresi tra il 1973 e il 1978, ovvero tra il colpo di Stato in Cile, che mise fine all’esperienza del Governo di Unidad Popular di Salvatore Allende, e il rapimento, a cui seguì l’omicidio, di Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse, che, in pratica, determinò l’epilogo di quella stagione di Solidarietà Nazionale a cui si giunse partendo dalla teorizzazione, immediatamente successiva ai tragici eventi cileni, di quel Compromesso Storico tra le forze popolari presenti nella società civile e politica italiana, che, nelle intenzioni del segretario comunista, doveva condurre, dopo il superamento della fase di grave crisi in cui versava in quel momento il Paese, con la sua tenuta democratica messa in pericolo da forze eversive, all’avvio di un processo democratico avente come sbocco il Socialismo; un Socialismo, quindi, presentante presupposti e caratteristiche originali, non sovrapponibili ai sistemi instaurati nell’Est europeo, e in altre parti del globo, sul modello mutuato dall’Unione Sovietica, ove la politica del PCI berligueriano – orientata, in Italia, alla ricerca di un incontro con altre forze politiche, in difesa delle istituzioni democratiche e alla ricerca di nuovi approdi e, a livello internazionale, nella definizione, con i partiti comunisti francese e spagnolo, dell’Eurocomunismo, nella prospettiva di determinare le condizioni adeguate alla costruzione in Europa occidentale del socialismo su basi democratiche – non era guardata con favore, per adoperare un eufemismo.
Ecco, un Socialismo che non rinnegava affatto il marxismo, però sorto dalla democrazia, costruito nella libertà: insomma, una rivoluzione socialista, democratica – non socialdemocratica, attenzione – e libertaria. “Noi – affermava Berlinguer – vogliamo una società socialista che corrisponda alle condizioni del nostro Paese, che rispetti tutte le libertà sancite dalla Costituzione, che sia fondata su una pluralità di partiti, sul concorso di diverse forze sociali. Una società che rispetti tutte le libertà, meno una: quella di sfruttare il lavoro di altri esseri umani, perché questa libertà tutte le altre distrugge e rende vane”; era questa la grande ambizione di Berlinguer, maturata tra dubbi, ansie, rischi, drammi personali e interpersonali e affrescata con passione e trasporto nel film. Un film che si sofferma, in altre parole, sull’ambizione, animante un politico illuminato, un comunista coraggioso, una persona perbene, di dare una nuova alba al “Sol dell’avvenire”; un film in cui io ho visto l’ambizione, da parte degli autori, di contribuire a offrire le basi su cui costruire una nuova sensibilità civica, da cui partire verso l’alba di una società, civile e politica, più responsabile, più preparata, più appassionata, insomma diversa da quella che attualmente, su schermi più piccoli di quelli dei cinema, ogni giorno offre di sè uno spettacolo poco edificante; no, non è stato un lapsus, il mio: non ho volutamente tenuto distinte società civile e società politica, in quanto, mettiamocelo in testa, la classe dirigente di un Paese, o di un partito, riflette perfettamente le virtù e i vizi della cittadinanza governata e rappresentata, in un certo senso è la sua avanguardia, usando una terminologia leninista; sulla base di questo ragionamento, appare evidente come coloro i quali oggi ci governano e chi, dall’altra parte, rappresenta l’opposizione, siano la più cruda e veritiera espressione di un elettorato distratto e superficiale, lontano anni luce da quella partecipazione, da quell’orgoglio, da quella consapevolezza, da quel senso di appartenenza di cui alcune sequenze dell’opera di Segre offrono abbagliante e immediata descrizione.
Insomma, un film la cui impostazione formativa è rivolta non solo e non tanto a chi, come lo scrivente, è legato agli ideali che il Partito guidato da Berlinguer tra il 1972 e il 1984 ha propugnato nel corso della sua gloriosa storia, nè, tanto meno, a chi ha avuto, come le Compagne e i Compagni meno giovani di me, la fortuna di vivere pienamente e attivamente, quella grande stagione di impegno e speranza; questo film, a mio parere, è rivolto ai più giovani, a chi sarà chiamato nei prossimi decenni a tracciare la linea, o quanto meno, a cooperare, con chi ha qualche anno di più, nell’esplicazione del percorso verso il futuro da dare al nostro Paese, all’Europa e all’Umanità nella sua interezza. Un percorso in cui saranno imprescindibili quei valori, quella responsabilità, quella determinazione, quella limpidezza d’idee e di obiettivi, quell’ansia di addivenire a essi di cui il film, al netto di alcuni aspetti storico-politici tralasciati per comprensibili, anzi, ovvie esigenze di sintesi, offre uno spaccato storiografico e introspettivo di notevole potenza espressiva e, per quanto mi riguarda, emozionale. Un’emozione che ho fatto fatica a trattenere al termine, quando la proiezione ha indugiato sull’oceano di bandiere rosse e pugni alzati che, in un assolato pomeriggio romano del giugno ’84, ha salutato, per l’ultima volta, il Compagno Berlinguer nella grande spianata di San Giovanni: un saluto, non in addio, perché, finché ci sarà qualcuno in grado di tracciare strade nuove, di teorizzare nuovi approdi e di lottare per un mondo più giusto, continuerà a soffiare il vento di quell’ambizione, sull’onda della quale sarà possibile dare concretezza a ogni speranza, a ogni visione.



