I Carabinieri del ROS, con il supporto del Comando Provinciale di Reggio Calabria e dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria”, hanno dato esecuzione a una ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia diretta dal procuratore facente funzione Giuseppe Lombardo. Il provvedimento ha colpito quattro soggetti ritenuti esponenti della cosca “Labate”, attiva nello storico quartiere Gebbione del capoluogo reggino.
I nomi degli indagati
Sono finiti in custodia cautelare in carcere: Michele Labate, 69 anni; Francesco Salvatore Labate, 59 anni; Paolo Labate, 40 anni. Agli arresti domiciliari è stato invece posto: Antonino Laganà 54 anni.
Tutti gli indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, in un procedimento ancora nella fase delle indagini preliminari, con conseguente presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Una cosca ancora egemone
L’attività investigativa del Ros, avviata nel 2019, rappresenta la naturale prosecuzione dell’indagine “Heliantus”, che aveva già decimato i vertici storici del clan.
Secondo gli inquirenti, nonostante i precedenti arresti, la cosca ha mantenuto una forte capacità di infiltrazione e controllo del territorio, con Michele Labate e Francesco Salvatore Labate identificati – in base agli elementi indiziari raccolti – come nuovi vertici operativi, in sostituzione dei fratelli Antonino Labate (classe 1950) e Pietro Labate (classe 1951), tuttora detenuti e ritenuti figure carismatiche del sodalizio.
Incontri segreti e controllo del territorio
Le indagini hanno documentato il modo in cui Michele Labate gestiva i rapporti con gli affiliati e i fiancheggiatori: incontri riservati, luoghi considerati sicuri e l’uso di fidati collaboratori per evitare intercettazioni.
Un modello che avrebbe consentito al clan di continuare a esercitare il potere mafioso nella zona, imponendo prodotti alimentari agli esercenti e pretendendo il pagamento di somme estorsive, anche attraverso azioni ritorsive.
Infiltrazioni economiche e sinergie occulte
Un ruolo chiave sarebbe stato ricoperto da Paolo Labate, che – anche durante la carcerazione del padre Michele – avrebbe mantenuto i contatti con imprenditori legati alla cosca, favorendo l’infiltrazione nel settore della grande distribuzione alimentare.
Un settore ritenuto strategico per la creazione di profitti e consenso sociale, in piena coerenza con le dinamiche di controllo economico tipiche delle organizzazioni mafiose.
Il gregario e il legame con la comunità Rom
Secondo gli inquirenti, Antonino Laganà svolgeva il ruolo di “uomo di fiducia”, incaricato di raccogliere il pizzo, trasmettere ordini e mediare con i referenti della comunità Rom, al fine di garantire alla cosca anche il controllo della microcriminalità operante nella zona.



