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Ponte sullo Stretto, Salvini contro il procuratore D’Amato: “Parla di mafia mentre cerchiamo investitori”

Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Matteo Salvini è intervenuto oggi da Rozzano, alle porte di Milano, per rispondere alle dichiarazioni del procuratore di Messina Antonio D’Amato, che in una recente intervista aveva lanciato un allarme sulle possibili infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, con particolare riferimento al Ponte sullo Stretto di Messina.

“Se chi dovrebbe vigilare sulla legalità – ha detto Salvini – va sui giornali a dire di non fare opere pubbliche perché si infiltra il malaffare, allora non andiamo più avanti”.

Il ministro ha sottolineato l’effetto negativo che simili dichiarazioni avrebbero sulla fiducia degli investitori stranieri, ricordando gli incontri avuti con delegazioni saudite interessate a investire in Italia.

Salvini: “Non si può bloccare tutto per paura della criminalità”

Il ministro ha criticato con toni decisi l’approccio del procuratore D’Amato, che secondo lui scoraggerebbe ogni forma di sviluppo infrastrutturale. “Se partiamo dal presupposto che ovunque ci sia mafia o ’ndrangheta, allora non scaviamo più neppure un tombino in Val Venosta, né a Crotone”, ha affermato.

Secondo Salvini, il compito dello Stato è garantire la legalità senza fermare lo sviluppo. “Noi vogliamo opere moderne e trasparenti, con controlli e responsabilità, ma non possiamo permettere che la paura della criminalità blocchi il futuro del Paese”.

La polemica sul Ponte e il ruolo della magistratura

L’intervento del procuratore D’Amato ha acceso un nuovo fronte nel già controverso dibattito sul Ponte sullo Stretto, infrastruttura che resta al centro di polemiche politiche, ambientali ed economiche. Il magistrato aveva dichiarato che la criminalità organizzata è attratta dagli appalti pubblici di grande valore e che il Ponte rappresenterebbe un’occasione ghiotta per interessi mafiosi.

La replica di Salvini non si è fatta attendere, e il ministro ha trasformato la critica in un atto d’accusa contro quella parte della magistratura che – a suo dire – ostacola le grandi opere in nome del sospetto.