di Davide Beltrano
L’esperienza di un giovane calabrese che ha scelto di donare il proprio tempo agli ultimi, vivendo il volontariato come una vocazione autentica.
C’è un volontariato che non cerca visibilità, ma si nutre di silenzio, ascolto e presenza. È quello vissuto da Daniele Bruno, giovane laureato in Scienze religiose e segretario dell’Ufficio Missionario della diocesi, che ha raccontato la sua esperienza all’interno della Casa circondariale “Sergio Cosmai”, dove presta servizio come volontario.
Un impegno nato dal desiderio di “stare vicino alla sofferenza altrui”, come lui stesso ha spiegato nel corso di un recente incontro pubblico, e che si è trasformato in una vera e propria missione. “Ho sentito forte la spinta a fare qualcosa di concreto – ha raccontato – e ho voluto capire se questo fosse davvero il mio cammino”.
L’incontro con don Victor Velez Loor, cappellano del carcere, ha segnato una tappa fondamentale: “Mi ha consigliato di procedere con prudenza e per gradi, per comprendere se davvero fosse la mia strada”. Prima le attività con persone agli arresti domiciliari, poi – dopo le pratiche necessarie – l’ingresso tra le mura del carcere.
Un cammino fatto di piccoli gesti: partecipare alle messe, pregare insieme ai detenuti, suonare la chitarra con loro, raccogliere indumenti, condividere momenti nei laboratori artigianali. Ma soprattutto costruire relazioni autentiche. “Ogni volta che entro lì dentro – dice – lascio il mio mondo fuori per essere pienamente presente in quell’incontro. È una realtà dura, ma profondamente umana”.
La sua testimonianza è un invito a guardare oltre, a scoprire nel volontariato non solo un’attività da svolgere, ma una possibilità di cambiamento personale e sociale. “Spero che la mia esperienza – conclude – possa parlare anche ad altri, e magari accendere in qualcuno lo stesso desiderio che ha guidato me”.



