Sì, è vero: da oggi, 1° agosto, dopo oltre dieci anni, aumentano le tariffe del Trasporto Pubblico Locale in Calabria. Un biglietto passerà da 1,50 a 1,80 euro. Ma mentre il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà grida allo scandalo, definendo “vergognoso e intollerabile” l’aumento, ci chiediamo: il primo cittadino è davvero all’oscuro di cosa sia successo all’economia reale nell’ultimo decennio?
Perché se il prezzo del biglietto è rimasto fermo, lo stesso non si può dire del costo del gasolio, dei pezzi di ricambio, delle assicurazioni, delle manutenzioni straordinarie, della sicurezza, e – soprattutto – del personale. Il costo del lavoro, che rappresenta la voce principale per ogni azienda di TPL, è aumentato come aumentano ovunque gli stipendi, per legge e per dignità. Se i mezzi devono essere sicuri, puntuali e dignitosi, qualcuno dovrà pur pagarli, o no?
In altre parole: non si tratta di una “stangata”, ma di un recupero fisiologico legato al contesto economico.
Basta guardare indietro: le tariffe in Calabria sono rimaste ferme dal 1998 al 2011. Solo nel 2013 vi fu un aumento rilevante (20–40%) dopo ben 15 anni di congelamento. Poi, fino al 2016, ancora aggiustamenti. E da allora, solo inflazione. Ora, che tutto – carburante, pezzi di ricambio, assicurazioni, stipendi – è aumentato sensibilmente, ci si sorprende se un biglietto cresce di 30 centesimi?
Il Sindaco Falcomatà, invece di sollevare polveroni, dovrebbe spiegare come immagina un sistema di trasporto pubblico che continui a funzionare dignitosamente senza risorse, senza nuovi investimenti, e con costi in crescita ovunque. Forse è più facile fare opposizione alla Regione piuttosto che collaborare per soluzioni reali.
L’aumento non piace a nessuno. Ma è tempo che anche la politica locale esca dalla logica del consenso a ogni costo e abbracci quella della sostenibilità. Perché un TPL senza fondi è un servizio che muore. E a pagarne le spese – oggi come domani – saranno proprio le fasce più deboli che si vorrebbero difendere.
Se davvero vogliamo aiutare chi ha bisogno, si lavori per rafforzare il servizio, non per demolirlo con post da campagna elettorale.
Nessuno gioisce per un aumento, men che meno chi amministra un servizio pubblico essenziale. Ma dopo un decennio di tariffe ferme, senza un centesimo in più chi avrebbe dovuto assorbire i rincari? Le aziende? I dipendenti? I cittadini calabresi hanno diritto ad un servizio efficiente e sostenibile, non a slogan populisti.
Diciamolo chiaramente: fare politica vuol dire anche assumersi la responsabilità di scelte difficili, spiegandole ai cittadini, non usando comunicati stampa o dichiarazioni per attacchi facili e strumentali. O preferiamo pullman rotti, personale malpagato e corse tagliate?
Piuttosto che polemiche, servirebbe una battaglia comune – Regione, Comuni, aziende – per attrarre più fondi nazionali ed europei sul trasporto pubblico. Perché se davvero vogliamo aiutare le famiglie, dobbiamo investire di più, non mentire meglio.



