Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) pone l’accento sulla Giornata della Memoria come momento cardine del calendario civile. Non si tratta di una semplice ricorrenza, ma di un esercizio di riflessione critica che interroga il legame profondo tra la conoscenza del passato e la qualità della nostra memoria collettiva.
La memoria scritta come fondamento della verità
Per l’edizione 2026, il tema centrale è “La Memoria scritta della Shoah”. L’obiettivo è rimettere al centro i documenti, i diari, le testimonianze e la letteratura, considerandoli strumenti indispensabili per sottrarre la storia alla semplificazione o, peggio, alla rimozione. La scrittura non è solo conservazione, ma un vero e proprio presidio contro il negazionismo e le distorsioni interpretative.
Il CNDDU sottolinea come la memoria non sia un dato spontaneo, dichiarando: “Essa si costruisce attraverso la scrittura, la conservazione delle tracce e il lavoro di studio che consente di sottrarre il passato alla semplificazione e alla rimozione”. In quest’ottica, il documento diventa la prova tangibile che restituisce concretezza ai fatti.
Il nodo delle responsabilità italiane e la legge 211
Un punto cruciale della riflessione riguarda l’analisi della legge n. 211 del 2000. Sebbene il testo richiami la Shoah e le persecuzioni, emerge una lacuna significativa: l’assenza di un riferimento esplicito al fascismo e alle responsabilità dello Stato italiano. La persecuzione non fu un evento isolato legato esclusivamente all’occupazione tedesca post-1943, ma il risultato di un percorso istituzionale iniziato con le leggi razziali del 1938.
Il coinvolgimento degli apparati e dei funzionari italiani nella deportazione, specialmente durante la Repubblica Sociale Italiana, richiede un’assunzione di responsabilità che superi ogni forma di autoassoluzione. Solo attraverso il rigore delle fonti è possibile nominare senza ambiguità le complicità che resero possibile lo sterminio.
La campagna nazionale “Parole che restano”
Per tradurre questi principi in azione didattica, il CNDDU promuove la campagna “Parole che restano”. L’iniziativa invita studenti e studentesse a un confronto attivo con i testi, analizzando come il linguaggio possa essere stato usato per giustificare la negazione dei diritti o, al contrario, per testimoniare la resistenza al male.
L’idea alla base del progetto è che le parole costituiscano il ponte necessario tra passato e presente. Educare alla responsabilità del linguaggio significa fornire ai giovani gli strumenti critici per riconoscere stereotipi, generalizzazioni e nuove forme di antisemitismo che popolano il dibattito contemporaneo.
Memoria e coscienza civile nel contesto globale
Nel panorama internazionale del 2026, segnato da conflitti e crisi umanitarie, la Giornata della Memoria richiede una sensibilità particolare. Il CNDDU avverte che la specificità storica della Shoah deve essere preservata, evitando sovrapposizioni meccaniche con il presente o utilizzi della memoria come strumento di contrapposizione politica.
Investire sulla scuola significa trasformarla nel luogo in cui il passato non viene evocato per chiudere il dibattito, ma per rendere la società più consapevole e attenta alla tutela della dignità umana. Ricordare il 27 gennaio significa oggi tenere insieme verità documentale e impegno civile, affinché la storia continui a interrogare il nostro tempo.



