L’attenzione sanitaria in Calabria si sposta verso il monitoraggio dell’epatite A, dopo che diversi casi sospetti sono stati segnalati anche nella provincia di Cosenza.
Attualmente, la situazione è sotto stretta osservazione presso l’ospedale Annunziata, dove si contano cinque persone ricoverate. Un ulteriore paziente si trova nel reparto di Gastroenterologia, mentre un altro ha ricevuto le dimissioni nella giornata di ieri.
Le indagini dell’Asp di Cosenza e l’ipotesi alimentare
La ricostruzione della catena del contagio si presenta complessa a causa delle modalità di trasmissione del virus. Martino Rizzo, direttore del Dipartimento di Igiene Pubblica dell’Asp di Cosenza, ha spiegato a Gazzetta del Sud le difficoltà legate all’indagine epidemiologica: «Non si tratta di un’indagine semplice perché il virus dell’epatite A si diffonde per via orofecale».
Al momento, l’unico punto di contatto tra le diverse storie cliniche analizzate sembra risiedere nelle abitudini alimentari dei pazienti coinvolti. Rizzo ha precisato la natura dei sospetti: «Non sappiamo con certezza l’origine del contagio, ipotizziamo solo che il virus possa essersi diffuso attraverso il consumo di cozze o mitili che sembra essere l’anello di congiunzione tra i nostri sei casi, tre dei quali già accertati e altre tre in fase di accertamento».
I focolai tra Catanzaro e Lamezia Terme
L’allerta nel cosentino segue di pochi giorni quanto già registrato nell’area centrale della regione. Presso l’azienda ospedaliera universitaria Dulbecco di Catanzaro sono stati segnalati quattro pazienti ricoverati nel reparto di Malattie infettive con sintomatologia compatibile con l’epatite A, ai quali si aggiunge un quinto paziente recentemente dimesso dalla Medicina generale.
Questi casi sembrano riconducibili a diversi focolai attivi tra il lametino e il catanzarese, aree che hanno registrato numerosi accessi ospedalieri nelle ultime settimane. L’Asp di Catanzaro ha prontamente avviato un’indagine epidemiologica estesa sia alla fascia ionica che a quella tirrenica per individuare la fonte della contaminazione.
Verifiche sulle acque e conservazione dei cibi
Nell’ambito delle ricerche per circoscrivere l’epidemia, sono stati eseguiti campionamenti sulle reti idriche di Catanzaro e Lamezia Terme, i quali hanno però fornito esito negativo, escludendo l’acqua come veicolo principale del virus in quei centri.
Di conseguenza, l’ipotesi più accreditata resta quella legata alla sicurezza alimentare, con particolare riferimento ad alimenti conservati o abbattuti in modo non idoneo. Il consumo di pesce o frutti di mare emerge come il denominatore comune in quasi tutte le storie cliniche raccolte finora, rafforzando il sospetto che la causa possa risiedere nella commercializzazione di partite di mitili contaminate.



