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Carburanti, la discesa non basta: i rincari colpiscono ogni settore

La lieve flessione dei prezzi dei carburanti registrata negli ultimi giorni non deve trarre in inganno, poiché il quadro economico resta fortemente critico e segnato dai rischi concreti di una nuova fase inflattiva. Il conflitto in Medio Oriente sta infatti producendo effetti sempre più ampi che si estendono dall’energia alla logistica fino ai beni alimentari, con ricadute dirette sui consumatori.

Secondo i dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), il prezzo medio nazionale si attesta per la benzina self a 1,736 euro/litro e per il diesel self a 2,062 euro/litro. Nonostante il calo del 5,6% sul diesel rispetto ai picchi di aprile, i valori rimangono significativamente superiori ai livelli di marzo e non sono sufficienti a compensare gli aumenti precedenti. La situazione appare fragile, con il petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile e le quotazioni dei raffinati già in risalita.

Il rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) evidenzia che la crisi energetica ha ormai assunto una dimensione strutturale, con una perdita prevista di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL tra il 2026 e il 2030. Le tensioni geopolitiche stanno influenzando pesantemente anche la logistica globale, in particolare nello Stretto di Hormuz, provocando congestioni delle rotte e un aumento dei noli fino a 2.500 dollari per container. Questi costi si trasferiscono rapidamente sui beni finali, con rincari alimentari stimati tra lo 0,8% e l’1,8%, specialmente per i prodotti freschi e le filiere refrigerate.

Le previsioni per il futuro prossimo non sono favorevoli. Anche nell’ipotesi di una cessazione immediata delle ostilità, i prezzi rimarrebbero su livelli superiori al periodo pre-crisi. In caso di una prosecuzione del conflitto fino all’autunno 2026, il diesel potrebbe stabilizzarsi sopra i 2,10-2,25 euro/litro e la benzina tra 1,80 e 1,90 euro/litro. Una parte crescente di economisti non esclude addirittura un ritorno dell’inflazione verso il 4% o il 5% nei prossimi mesi.

Per i consumatori italiani questo scenario si traduce in un aumento strutturale del costo della vita. Con un’inflazione al 5%, una famiglia media rischierebbe un aggravio di circa 138 euro al mese, pari a oltre 1.650 euro l’anno. Si tratterebbe di un colpo durissimo al potere d’acquisto, destinato a gravare su nuclei familiari già messi alla prova dai rincari di carburanti, energia e beni di prima necessità.