Il dibattito sull’ubicazione del nuovo ospedale Hub di Cosenza rischia di trasformarsi in una mera disputa locale, distogliendo l’attenzione dai temi di merito che riguardano il modello di assistenza sanitaria da ricostruire sul territorio. Si corre il rischio di concentrarsi sul dettaglio marginale perdendo di vista il quadro generale.
Un sistema indebolito da sedici anni di Piano di rientro
In oltre sedici anni di Piano di rientro dal deficit, il sistema sanitario pubblico calabrese ha subìto un grave indebolimento a causa di criticità organizzative e di una gestione che si è dimostrata inadeguata a tutelare l’interesse pubblico. Questo processo ha prodotto pesanti ripercussioni sul tessuto sociale, portando alla chiusura di numerosi ospedali periferici, presidi e guardie mediche, in particolare nelle aree interne. Il risultato è stato il sostanziale azzeramento della medicina del territorio e delle attività di prevenzione.
Di conseguenza, i cittadini, privati di una rete sanitaria territoriale capace di assisterli, sono stati costretti a rivolgersi direttamente alle poche strutture ospedaliere rimaste aperte, congestionando Pronto Soccorso già fortemente carenti di personale.
Le profonde disuguaglianze e la migrazione sanitaria
I dati attuali evidenziano una situazione di profonda disuguaglianza che si riflette anche sul fronte dell’aspettativa di vita: un bambino che nasce oggi a Cosenza ha un’aspettativa di vita inferiore di 2,1 anni rispetto a un neonato milanese. Per quanto riguarda l’invecchiamento in salute, un cittadino di Bolzano vive in buona salute mediamente 11,1 anni in più rispetto a un cittadino calabrese.
Questo sistema non riesce a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza, costringendo il 7,3% delle famiglie a rinunciare alle cure e spingendo il 43% dei calabresi alla migrazione sanitaria verso altre regioni. Questo flusso costa alla Calabria oltre 350 milioni di euro all’anno, a fronte di un’addizionale regionale più alta rispetto a territori come la Lombardia, la Toscana e l’Emilia-Romagna.
Le radici di questo declino risalgono ai severi tagli legati al Piano di rientro imposto nel 2010 dalla Giunta Scopelliti, con il sostegno dell’attuale Governatore di centrodestra Occhiuto, e alla progressiva canalizzazione delle risorse verso il settore privato.
La gestione commissariale e la carenza di trasparenza
Nel 2021, a seguito della sua elezione a Presidente della Regione, Roberto Occhiuto è stato nominato Commissario ad acta per la sanità. In cinque anni di mandato non si è giunti a una risoluzione di tali criticità, né si è riusciti a portare la Calabria fuori dal Piano di rientro. Al contrario, si è assistito a una narrazione istituzionale volta a ridimensionare la reale gravità della situazione del sistema sanitario regionale, enfatizzando i risultati dell’azione di governo.
Inoltre, la chiusura dei bilanci 2022 delle Asp è stata resa possibile solo grazie a deroghe normative di finanza pubblica, introdotte dal Governo con il DL 51/2023, che hanno consentito di rinviare la redazione dei bilanci degli anni precedenti, riducendo la trasparenza sui dati effettivi del debito sanitario calabrese.
Contro queste scelte amministrative sono state promosse diverse mobilitazioni a Cosenza e, lo scorso 10 maggio 2025, si è svolta una manifestazione a Catanzaro a difesa della sanità pubblica e del diritto alla salute insieme ai Comitati di “Sanità, Calabria alza la testa”.
Autonomia differenziata e il nodo del commissariamento
In questo scenario, l’azione politica regionale appare priva di una reale efficacia risolutiva. Dopo aver espresso parere favorevole alle preintese sull’autonomia differenziata in tema di sanità nella Conferenza Stato-Regioni del 2 aprile scorso, il Presidente Occhiuto ha valutato come un “risultato storico” la decisione di revocare il commissariamento della sanità in Calabria, proposta dal Ministro Calderoli e assunta dal Consiglio dei Ministri il 9 aprile 2026.
La realtà, tuttavia, mostra il permanere dei vincoli restrittivi del Piano di rientro e il continuo ridimensionamento del servizio pubblico a vantaggio delle strutture private, le quali, dal 2022 nella provincia di Cosenza, dispongono di risorse nettamente superiori rispetto al periodo precedente alla pandemia.
Il ritardo sui fondi PNRR e il nodo della medicina territoriale
Nel post-Covid, i progetti della Missione 6 del PNRR avevano l’obiettivo di potenziare il Servizio Sanitario Nazionale, prevedendo in Calabria la realizzazione di 63 Case di Comunità e di 20 Ospedali di Comunità con l’intento di rafforzare la medicina territoriale e arginare la mobilità sanitaria passiva. Tuttavia, secondo i dati Agenas, risultano attualmente attive solo due Case di Comunità, con almeno un servizio operativo, e un solo Ospedale di Comunità.
A fronte di un evidente ritardo nei programmi, si riscontra il tentativo dell’amministrazione regionale di proporre una soluzione incentrata principalmente sulla componente edilizia, focalizzando l’attenzione pubblica sui progetti grafici e sulla propaganda legata alla futura realizzazione di un nuovo ospedale pubblico a Rende.
La posizione della Cgil contro la contrapposizione tra fazioni
La Cgil non ritiene valida questa impostazione e giudica un errore trasformare un confronto di merito in una contrapposizione tra fazioni. Nessuna nuova grande struttura ospedaliera potrà compensare la carenza di una rete di medicina territoriale.
L’orientamento attuale solleva il forte dubbio di una manovra orientata alla speculazione edilizia e alla cementificazione. Da un lato, il Comune di Cosenza, a metà gennaio, ha autorizzato la realizzazione degli “Ospedali Riuniti” del gruppo privato iGreco a Vaglio Lise, un’area in cui è stato approvato anche il progetto per un hotel a 5 stelle. Dall’altro lato, il Comune di Rende ha convocato d’urgenza il Consiglio Comunale per approvare l’ipotesi progettuale del nuovo ospedale pubblico ad Arcavacata.
L’assetto che si profila vede quindi il polo sanitario privato a Cosenza e il polo pubblico a Rende. Considerando che i tempi medi per la realizzazione di un nuovo ospedale in… Italia sono stimati in circa dieci anni, se questo schema dovesse consolidarsi, dopo aver restituito all’Europa i fondi del PNRR, la popolazione cosentina si troverà ancora una volta costretta a cercare risposte assistenziali al di fuori della propria regione.



