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Calabria tra siccità e alluvioni: la strategia tra telecontrollo e nuovi invasi

Dalla siccità estrema alle alluvioni devastanti, la Calabria si scopre fragile ma reagisce. È questo il tema centrale del convegno “Troppa o troppo poca acqua? Per una gestione integrata della risorsa idrica nel Mezzogiorno”, svoltosi oggi presso l’Università della Calabria. L’evento, promosso dal Dipartimento di Ingegneria dell’ambiente dell’UniCal in collaborazione con l’Autorità di bacino distrettuale dell’appennino meridionale, ha messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, mondo della ricerca e operatori del settore. L’obiettivo emerso dal confronto è chiaro: affrontare una duplice vulnerabilità che non può più essere gestita con interventi spot, ma con una vera e propria strategia sistemica e sinergica.

Domenico Costarella, dirigente generale della Protezione civile regionale, ha tracciato una radiografia lucida degli ultimi due anni di emergenza, muovendosi sui due fronti opposti del rischio idrico. Sul versante della siccità, lo stato di emergenza nazionale dichiarato a settembre 2024 per Reggio Calabria, Crotone e 24 comuni del Cosentino ha sbloccato interventi chiave come la rigenerazione di pozzi esistenti, nuove perforazioni e la captazione di fonti alternative. I benefici di queste opere saranno stabili e duraturi, destinati a proseguire ben oltre la scadenza dello stato di emergenza fissata per settembre 2026.

Sul fronte opposto, la regione ha dovuto fare i conti con ben tre stati di emergenza per eventi meteo estremi che hanno flagellato la Sibaritide, l’area di Corigliano Rossano, Mirto Crosia, Melito Porto Salvo e l’entroterra di Vibo, Catanzaro e Reggio Calabria. A questo proposito, Costarella ha richiamato il rapporto Arpacal sul ciclone Ulrike, il quale parla di tempi di ritorno ultrasecolari, una misura evidente di quanto l’acqua possa trasformarsi, in pochi attimi, da risorsa preziosa in minaccia devastante.

Per superare la logica dell’emergenza permanente, il Dipartimento Ambiente, paesaggio e qualità urbana sta attuando una rivoluzione strutturale basata su tre assi principali illustrati dal dirigente generale Salvatore Siviglia. Il primo pilastro riguarda il risanamento delle grandi adduttrici, con un piano di ammodernamento complessivo del sistema del Crati per il quale è stato richiesto un finanziamento straordinario al Governo, affiancato da interventi analoghi coperti da fondi POR e FSC. Il secondo asse punta sul rafforzamento della capacità di invaso dei bacini regionali. Il terzo pilastro, infine, prevede il completamento del passaggio al gestore unico del servizio idrico integrato, supportato da sistemi di telecontrollo per il monitoraggio in tempo reale delle dispersioni.

Siviglia ha evidenziato il cambio di passo spiegando che in passato una rottura in un’area rurale isolata veniva scoperta solo dopo giorni, causando la perdita di volumi enormi di acqua. Oggi, invece, l’introduzione del telecontrollo consente di intervenire tempestivamente, segnando il vero cambiamento strutturale in atto nella regione.

Anche il mondo agricolo e della gestione del territorio rivendica un ruolo proattivo nella transizione idrica. Vincenzo Straface, per il Consorzio di bonifica della Calabria, ha annunciato che sono in fase di collaudo ben quattordici interventi finanziati dal Pnrr per l’efficientamento di infrastrutture ormai vetuste. Il Consorzio sta implementando un modello di distribuzione predittivo, basato sulla stima reale delle portate e sul fabbisogno effettivo delle colture, senza dimenticare la storica missione di manutenzione dei canali di scolo per gestire i fenomeni di esubero idrico.

Sul ruolo dell’agricoltura è intervenuta con forza anche la Direttrice Generale dell’Arsac, Fulvia Caligiuri, respingendo le accuse che vedono il settore come causa principale della crisi e rilanciando la necessità di innovazione e sperimentazione. Caligiuri ha sottolineato l’importanza di fare massa critica affinché la ricchezza prodotta nel territorio rimanga al suo interno. Ha inoltre evidenziato come molti soggetti esterni guardino alla Calabria con grande interesse proprio perché i terreni sono ancora fertili e coltivabili, ribadendo la necessità che sia la regione stessa a governare questo patrimonio.

Il convegno dell’UniCal certifica così un cambio di paradigma fondamentale. La gestione dell’oro blu in Calabria non è più una sequenza di delibere d’urgenza firmate durante le crisi, ma si sta trasformando in una politica di sviluppo del territorio integrata, lungimirante e digitalizzata.