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Bimba di 3 anni morta investita per errore dalla mamma: la riflessione del CNDDU

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime il proprio profondo cordoglio per la morte della piccola Marisa, la bambina di tre anni deceduta a Platì (Reggio Calabria) in seguito al tragico incidente verificatosi nella serata del 16 giugno scorso, quando è stata accidentalmente investita dall’autovettura condotta dalla madre durante una manovra di retromarcia.

A pochi giorni da questa immane tragedia, la comunità di Platì è ancora profondamente sconvolta e incredula. Mentre il paese intero continua a stringersi in un doloroso silenzio attorno alla famiglia, e gli accertamenti delle autorità hanno confermato la natura del tutto accidentale dell’evento, lo sconcerto collettivo impone una riflessione che non può arrestarsi alla cronaca. Ogni volta che la vita di un bambino si spegne in circostanze tanto drammatiche, l’intera comunità nazionale è chiamata a interrogarsi sul significato della responsabilità educativa e sul valore della prevenzione come patrimonio culturale condiviso.

L’infanzia costituisce il punto più delicato dell’esperienza umana, poiché il bambino costruisce la propria autonomia affidandosi completamente agli adulti e ai contesti nei quali cresce. La sua sicurezza dipende dalla qualità delle relazioni, dalla capacità degli adulti di prevedere il rischio e dalla presenza di ambienti progettati secondo una logica di protezione. Per questo motivo la tutela dell’infanzia non può essere interpretata come esclusiva responsabilità della famiglia, ma come espressione di una corresponsabilità sociale che coinvolge istituzioni, scuola, comunità locali e cittadinanza.

Quando una tragedia si consuma all’interno del nucleo familiare, proprio nel luogo simbolicamente associato alla protezione, lo shock emerge con tutta la sua forza, svelando la dimensione della vulnerabilità umana. Non è il momento del giudizio, bensì della comprensione di quanto la quotidianità possa trasformarsi, in una frazione di secondo, in un evento irreparabile. L’errore, nella sua drammatica imprevedibilità, ricorda quanto sia necessario coltivare una cultura dell’attenzione, capace di trasformare la prudenza in abitudine educativa e la cura in pratica quotidiana.

Viviamo in una società nella quale l’accelerazione dei ritmi di vita, la molteplicità delle incombenze e la costante esposizione a stimoli cognitivi rischiano di comprimere quella dimensione dell’attenzione piena che rappresenta il primo presidio della sicurezza. Educare significa anche contrastare questa normalizzazione della fretta, promuovendo un diverso rapporto con il tempo, con gli spazi e con la presenza responsabile verso l’altro, soprattutto quando l’altro è un bambino.

La scuola, in tale prospettiva, è chiamata a rafforzare il proprio ruolo di comunità educante, promuovendo percorsi interdisciplinari dedicati all’educazione alla sicurezza, alla prevenzione degli incidenti domestici e stradali, alla cittadinanza responsabile e alla cultura della cura. La prevenzione non può limitarsi all’apprendimento di regole, ma deve tradursi nella formazione di coscienze capaci di riconoscere la fragilità come valore da proteggere e non come semplice condizione da gestire.