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Ponte sullo Stretto: stessi controlli, stessi soldi, stessi ricorsi. Ma perché al Nord le opere si fanno e al Sud il dibattito non finisce mai?

di Massimo Mastruzzo*

Il dibattito sul Ponte sullo Stretto viene spesso presentato come uno scontro tra favorevoli e contrari all’opera. Ma forse la domanda più interessante è un’altra.

Il livello di approfondimento giuridico, economico e ambientale richiesto al Ponte è davvero diverso da quello applicato alle grandi opere realizzate nel resto d’Italia?

Se la risposta è no — e i fatti mostrano che controlli, ricorsi e verifiche esistono ovunque — allora resta aperta una seconda domanda più difficile:

Perché infrastrutture altrettanto controverse al Nord sono state comunque realizzate (o sono in avanzata realizzazione), mentre il Ponte sullo Stretto continua a restare prigioniero di una fase preliminare che dura dal 1971 al 2026? 55 anni di stop & go.

La tesi qui non è chiedere meno controlli per il Sud. Al contrario.

La tesi è: stessi controlli, stessi standard, stessi fondi pubblici, stessi ricorsi. Ma anche stessa capacità dello Stato di arrivare a una decisione finale.

Perché il dibattito permanente non può diventare una condizione territoriale.

Le grandi opere del Nord non sono nate senza contestazioni

Lo dicono gli atti parlamentari, le VIA pubblicate e le sentenze della Corte dei Conti. Molte infrastrutture oggi considerate acquisite hanno attraversato percorsi estremamente complessi.

Il Terzo Valico dei Giovi è stato oggetto di valutazioni economiche controverse e di forti contestazioni ambientali.

La Pedemontana Veneta ha affrontato revisioni finanziarie importanti e discussioni sulla sostenibilità del modello economico.

Il MOSE ha attraversato decenni di verifiche tecniche, opposizioni ambientali, inchieste giudiziarie e profonde revisioni progettuali.

La nuova Diga Foranea di Genova è stata sottoposta a procedure ambientali e dibattiti pubblici, oltre a confrontarsi con aumenti di costo e varianti.

In nessuno di questi casi si può sostenere che siano mancati: studi; Analisi Costi-Benefici; VIA; controlli ambientali; ricorsi amministrativi; interventi della magistratura; opposizioni territoriali.

Lo Stato non ha abbassato gli standard. Eppure quelle opere, tra ritardi, extracosti e modifiche, sono entrate nella fase realizzativa.

Il Ponte segue un percorso diverso

Qui emerge il nodo politico. Per il Ponte sullo Stretto il conflitto non si è scaricato durante l’esecuzione dell’opera. Si è concentrato quasi interamente prima.

Per oltre cinquant’anni il progetto è stato: studiato; approvato; sospeso; rifinanziato; definanziato; liquidato; riattivato; sottoposto a nuove verifiche.

Ogni cambio di stagione politica ha spesso significato riaprire discussioni che per altre infrastrutture erano già state superate.

Questo non significa che il Ponte debba essere costruito comunque. Significa chiedersi se esista una differenza tra controllare e rinviare indefinitamente la decisione.

Stessi soldi pubblici, ma diversa capacità di trasformarli in opere

C’è un elemento che alimenta la percezione di disparità. Molte opere del Nord hanno ricevuto continuità finanziaria e amministrativa anche in presenza di extracosti, revisioni progettuali, ricorsi, cambi di governo.

Nel caso del Ponte, invece, la continuità è stata spesso sostituita dalla ciclicità: si riparte, ci si ferma, si rivaluta, si ricomincia.

Il risultato è che il costo non scompare. Si trasforma. Non si spendono meno risorse: si spendono anni in studi, aggiornamenti progettuali, contenziosi e costi amministrativi senza arrivare alla fase esecutiva.

Il vero punto non è il Ponte. È il principio

Il problema non è sostenere che il Nord sia stato favorito o che il Sud debba avere corsie preferenziali. Il punto è un altro.

Se uno Stato applica gli stessi criteri: economici; ambientali; tecnici; giurisdizionali; allora dovrebbe produrre anche una simile capacità decisionale.

Se un’opera supera le verifiche previste: si realizza. Se non le supera: si archivia.

Quello che genera sfiducia non è il controllo. È il fatto che alcune infrastrutture arrivino comunque al cantiere mentre altre restino per decenni nello stato di discussione permanente.

Perché il dibattito infinito non può diventare una destinazione geografica.

Stessi controlli. Stessi soldi. Stessi ricorsi. E lo stesso diritto di arrivare a una decisione finale?

*Direttivo Nazionale MET Movimento Equità Territoriale