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Legge elettorale, via libera della Camera alla riforma: il testo passa al Senato tra le proteste

L’Aula della Camera ha espresso il proprio voto favorevole sulla riforma della nuova legge elettorale, approvando il provvedimento con 217 voti a favore, 152 contrari e 2 astenuti. La riforma, che ora passa all’esame del Senato, è stata licenziata attraverso uno scrutinio segreto che ha scatenato l’esultanza tra i banchi del centrodestra, ma ha anche registrato momenti di altissima tensione e accese contestazioni da parte delle opposizioni.

Proteste in Aula e lo scontro sulle preferenze

La seduta a Montecitorio è stata caratterizzata da un clima molto teso, in particolare durante le dichiarazioni di voto. I deputati di minoranza hanno esposto diversi cartelli di protesta con slogan contro la maggioranza, definendo il testo una “legge truffa”. Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, è dovuto intervenire ripetutamente per richiamare i parlamentari all’ordine e ha disposto la rimozione dei cartelli da parte dei commessi, richiamando formalmente anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.

Il dibattito si è infiammato sul tema delle liste bloccate e del precedente voto segreto sulle preferenze. Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia, si è rivolto duramente alle opposizioni dichiarando: “Avete segnato un colpo e avete fatto bene a festeggiare come aveste vinto i mondiali per aver impedito agli italiani di esprimere le preferenze: è una vittoria vostra e ve la lascio tutta: almeno riuscirete a essere eletti nelle vostre liste bloccate e a prendere in giro ancora una volta gli italiani”.

Sul fronte opposto, Edoardo Ziello di Futuro Nazionale ha annunciato il voto contrario della sua componente, sollevando il caso delle esenzioni dalle firme per alcune forze politiche di centrosinistra e parlando apertamente di franchi tiratori all’interno della maggioranza nel precedente voto sulle preferenze.

Gli attacchi di Pd e Movimento 5 Stelle

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha attaccato direttamente la presidenza del Consiglio, contestando la stabilità della coalizione di governo dopo l’esito del voto segreto: “Quanta ipocrisia in questa Aula da coloro che hanno sfiduciato Meloni, chi ha tradito? Questa è l’unica ossessione di Meloni. Almeno quaranta persone hanno tradito. Volete cambiare la legge elettorale perché avete paura di perdere”. Schlein ha poi accusato la maggioranza di trascurare le reali emergenze dei cittadini, come la sicurezza sul lavoro e la povertà, per concentrarsi sulla gestione del potere.

Anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha espresso una ferma contrarietà, definendo la riforma un tentativo di garantire l’inamovibilità degli eletti attraverso meccanismi di preselezione delle candidature da parte delle segreterie: “Voi volete prendere in giro gli italiani dicendo che gli volete dare potere di scelta”. Conte ha poi concluso preannunciando una forte opposizione nei successivi passaggi parlamentari del provvedimento.

Le critiche delle altre forze di minoranza

La contrarietà al testo è stata ribadita in modo compatto da tutto l’arco delle opposizioni. Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, ha denunciato il rischio di uno svilimento del ruolo del Parlamento, parlando di un tentativo di introdurre surrettiziamente elementi di premierato senza passare per una riforma costituzionale formale.

La capogruppo di Italia Viva, Maria Elena Boschi, ha evidenziato le difficoltà politiche della maggioranza emerse durante le votazioni a scrutinio segreto, sostenendo che l’approvazione di una nuova legge elettorale a fine legislatura rappresenti un segnale di debolezza e di timore per l’esito delle prossime consultazioni.

Anche Azione, per bocca del capogruppo Matteo Richetti, ha espresso parere contrario nel merito del testo, pur rivolgendo un riconoscimento pubblico al relatore di maggioranza Angelo Rossi per il confronto mantenuto durante i lavori. Riccardo Magi di Più Europa ha infine espresso parole molto dure, definendo la riforma un sistema bloccato volto a limitare la rappresentanza democratica.