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Emergenza chirurgia generale, a Cosenza e in Italia le borse di studio restano vuote

La carenza di chirurghi generali non rappresenta più una semplice criticità interna alle strutture ospedaliere, ma costituisce una minaccia concreta per la tenuta dell’intero Servizio Sanitario Nazionale. Tra i territori in cui si registrano i segnali più preoccupanti si trova Cosenza, dove le assegnazioni delle borse di specializzazione in chirurgia generale non raggiungono nemmeno il 20% dei posti messi a disposizione. Il dato locale riflette un contesto nazionale particolarmente critico, caratterizzato da un progressivo invecchiamento del personale in servizio e da una professione che manifesta un gradimento sempre minore tra i giovani medici.

L’allarme è stato lanciato dalla Società Italiana di Chirurgia (SIC) per voce del presidente Ludovico Docimo, in occasione del 128° Congresso nazionale dell’organizzazione scientifica a Roma.

Proiezioni e ricambio generazionale fino al 2030

Le prospettive elaborate dalla SIC mostrano un divario destina ad allargarsi progressivamente nei prossimi anni. Entro il 2030 sono previsti circa 2.800 pensionamenti a fronte di un ingresso stimato inferiore ai 1.300 nuovi specialisti, generando un saldo negativo pari a circa 1.500 unità.

Ad appesantire la situazione è l’età media della forza lavoro attiva: oltre il 50% dei chirurghi attualmente in servizio negli ospedali ha superato la soglia dei 60 anni. Un ricambio generazionale insufficiente rischia di incidere direttamente sulla continuità dei servizi, con un impatto marcato sulle strutture periferiche e sui presidi territoriali che incontrano maggiori ostacoli nelle fasi di reclutamento.

«I numeri indicano un divario drammatico tra un calo del 20% dell’organico e un aumento del 12% della domanda di cure nei prossimi cinque anni», dichiara il presidente della SIC, Ludovico Docimo.

I dati sulle borse di specializzazione e il caso cosentino

La tendenza si manifesta chiaramente nell’esito delle assegnazioni relative ai contratti di specializzazione del 2026. Nonostante una lieve ripresa rispetto al 2025, anno in cui i posti vuoti avevano raggiunto il 37,8%, la percentuale di contratti non assegnati a livello nazionale rimane ferma al 30%. Su un totale di 646 posizioni disponibili, 193 non sono state coperte.

La ripartizione geografica dei dati evidenzia differenze marcate. Se a L’Aquila non è stato assegnato alcun contratto e a Udine e Genova le scoperture hanno toccato la soglia del 90%, nelle sedi di Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia le adesioni non hanno superato quota 20%. Inoltre, prendendo in esame i primi 1.000 medici graduati al concorso nazionale, soltanto nove cattedre di chirurgia generale sono state selezionate.

Alla scarsa adesione iniziale si aggiungono le defezioni in corso di carriera: circa il 10% degli specializzandi abbandona il percorso formativo prima del termine, mentre un ulteriore 10% sceglie di trasferirsi all’estero o di proseguire la propria attività all’interno delle strutture sanitarie private.

Liste d’attesa e richieste di riforma del settore

Il deficit di personale rischia di ripercuotersi direttamente sulle attività operatorie previste sul territorio nazionale, dove si contano quotidianamente circa 650.000 interventi all’anno.

«Questo si traduce nel rischio che l’accesso alle sale operatorie diventi critico per un intervento di chirurgia generale su dieci dei 650 mila eseguiti ogni anno, con un allungamento dei tempi di attesa e maggiori distanze da percorrere, specialmente al Sud», precisa ancora Docimo.

Per contrastare la riduzione degli organici, la Società Italiana di Chirurgia ha sollecitato la definizione di un piano strategico nazionale. Tra le misure indicate figurano l’introduzione di incentivi di natura economica, la revisione delle condizioni organizzative di lavoro, l’estensione dell’accesso ai sistemi di chirurgia robotica e la rapida approvazione delle norme relative alla responsabilità professionale e allo scudo penale per gli operatori sanitari.