Nel teatrino della politica moderna, sia essa nazionale, regionale o locale, esiste un cliché oramai consueto e persino stancante: lo scaricabarile sistematico sulle giunte del passato. Ogni volta che emerge un nodo irrisolto, una criticità o un ritardo infrastrutturale, la risposta preconfezionata di chi governa consiste nel puntare l’indice contro chi c’era prima. Tuttavia, l’alibi del “passato pesante” incontra un limite naturale nel fattore tempo. Quando una compagine di governo si insedia e rimane in carica per anni, la responsabilità dell’azione amministrativa e della risoluzione dei problemi passa inevitabilmente e interamente nelle mani di chi detiene il potere attuale.
È il caso dell’attuale governo della Regione Calabria, insediatosi nell’ottobre del 2021, e nello specifico dell’Assessorato ai Trasporti, guidato dall’assessore Gianluca Gallo, la cui vasta ed eclettica serie di deleghe spazia dall’Agricoltura alla Forestazione, dalle Aree interne alle Minoranze linguistiche, fino al Trasporto Pubblico Locale. Proprio su quest’ultimo settore si consuma un quesito singolare, un’anomalia contabile e gestionale che sembra trovare cittadinanza quasi esclusivamente nel territorio calabrese.
Per comprenderne l’origine occorre fare un passo indietro nel tempo: con la Legge Regionale numero 18 del 28 dicembre 2006, la Calabria ha inteso superare il vecchio impianto normativo, arrivando nel 2008 alla stipula dei primi contratti di servizio regolati da un corrispettivo chilometrico contrattuale. L’obiettivo teorico di questa svolta era garantire trasparenza, equità e parametri omogenei per la gestione dei vettori su gomma. Oltre sedici anni dopo l’introduzione di quel meccanismo, e nonostante il lungo periodo trascorso sotto la guida dell’attuale responsabile istituzionale, la situazione è rimasta cristallizzata in una disparità sconcertante, lasciando spazio a impegni mai tradotti in atti concreti.
Il punto cruciale della questione risiede nella modalità con cui la Regione stima ed eroga alle aziende concessionarie il corrispettivo chilometrico di riferimento comprensivo di IVA. L’importo erogato risulta infatti suddiviso in differenti fasce di valore, determinando una situazione per cui le aziende consorziate, operanti tutte all’interno del medesimo bacino territoriale regionale, percepiscono contributi nettamente diversi tra loro. Si tratta di imprese che impiegano mezzi equivalenti, percorrono le stesse strade della rete viaria calabrese e offrono analoghi servizi all’utenza quotidiana, eppure alcune società ricevono compensi nettamente inferiori mentre ad altre vengono riconosciuti importi decisamente superiori.
Nello specifico, la forbice di guadagno rivela una realtà ancora più amara: ci sono ditte che risultano già ingiustamente ed inspiegabilmente penalizzate da moltissimi anni, vedendosi riconoscere un corrispettivo inferiore anche di 0,50 – 0,80 euro al chilometro rispetto ad altre imprese consortili. Una cifra enorme quando la si moltiplica per le centinaia di migliaia di chilometri percorsi ogni anno nell’ambito del servizio pubblico.
Nel corso del proprio mandato, l’assessorato ha più volte manifestato l’intenzione di intervenire sulla materia, promettendo di rimodulare il quadro economico complessivo e di livellare finalmente i parametri di rimborso a chilometro per assicurare parità di trattamento al comparto. Tuttavia, ai proclami non hanno fatto seguito i fatti amministrativi. Piuttosto che affrontare con determinazione il riequilibrio delle risorse e la revisione di queste storiche sproporzioni, l’azione politica ha preferito privilegiare impegni di rappresentanza e iniziative di facciata, rinviando a data da destinarsi la soluzione di un’ingiustizia contabile che incide direttamente sulla stabilità delle imprese penalizzate e sulla trasparenza della spesa regionale.



