Presenza costante, ascolto e condivisione dei momenti quotidiani. Il Sindaco Paolo Pappaterra ha vissuto in prima persona i giorni del presidio degli autotrasportatori a Campotenese, affiancato dal Vicesindaco Giuseppe Fasano e dagli Assessori Maria Olga Fortunato e Flavio De Barti. Un’azione volta a testimoniare la vicinanza delle istituzioni a una categoria messa a dura prova da costi crescenti e incertezze economiche.
Il valore del lavoro e la vicinanza istituzionale
Il primo cittadino ha voluto condividere i pasti e le ore del presidio insieme ai manifestanti, raccogliendo le storie di chi vive gran parte del tempo su strada.
«Ci sono tornato ogni giorno. Ho fatto colazione con loro, ho pranzato insieme a loro, ho ascoltato le loro storie. E più passava il tempo, più capivo che non ero davanti soltanto a dei lavoratori in protesta, ma a persone straordinarie. Uomini che trascorrono gran parte della loro vita sulle strade, lontani dalle famiglie, sacrificando sonno, salute e tempo con i figli per portare a casa il necessario. Uomini che, nonostante le difficoltà, non perdono la capacità di sorridere, scherzare e sostenersi a vicenda. Ho trovato una solidarietà autentica, un senso di fratellanza che mi ha profondamente colpito», dichiara Paolo Pappaterra.
Il significato della mobilitazione emerge anche attraverso le testimonianze delle famiglie, come quelle raccolte nel corso delle manifestazioni sul territorio.
«Non è bello vedere un papà che ti dice: “Amore, questa cosa non te la posso comprare perché devo pagare la bolletta”», sono le parole pronunciate da Rosa, una bambina di 12 anni al presidio di Rende.
Un passaggio su cui il primo cittadino si è soffermato: «Queste parole mi sono rimaste dentro perché raccontano, meglio di qualsiasi analisi, il significato più profondo di questa protesta. Lavorare dovrebbe significare vivere con dignità, non dover chiedere scusa ai propri figli per non poter garantire loro ciò di cui hanno bisogno. Quando un lavoratore arriva a dire “non ce la facciamo più”, quelle parole non possono essere ignorate».
Il ruolo della fascia tricolore e il richiamo alla responsabilità
La presenza al presidio ha assunto una valenza che supera il semplice presenzialismo, richiamando il senso di appartenenza alla comunità e la rappresentanza delle istanze popolari.
«Non chiedono privilegi. Chiedono che la loro fatica abbia un valore, che lavorare non significhi rimetterci e che sia possibile tornare a casa senza l’angoscia di non riuscire a sostenere la propria famiglia. Dietro ogni prodotto che arriva nelle nostre case c’è qualcuno che, per lavorare, ha dovuto lasciare la propria. Ci sono padri che partono mentre i figli dormono e famiglie che aspettano una telefonata. È una realtà che merita ascolto, rispetto e risposte», prosegue Pappaterra.
Il Sindaco ha poi rimarcato il valore simbolico della presenza istituzionale sul campo: «A Campotenese quella fascia ha assunto per me un significato ancora più profondo. Il Tricolore non appartiene soltanto ai palazzi e alle cerimonie: appartiene a chi si alza prima dell’alba, a chi tiene in piedi una famiglia con il proprio sacrificio, a chi continua a credere nell’onestà del lavoro anche quando tutto sembra remargli contro. Il Tricolore è anche loro. È di questo popolo».
In conclusione, viene rinnovato l’appello a non sottovalutare la portata delle richieste avanzate dalla categoria.
«Essere Sindaco non significa soltanto amministrare un Comune. Significa esserci, ascoltare, non voltarsi dall’altra parte e portare quelle voci nei luoghi in cui si prendono le decisioni. A questi ragazzi voglio dire grazie per avermi accolto, per aver condiviso con me le loro storie, per avermi fatto ridere e commuovere. Mi hanno ricordato che la dignità di un popolo non si misura dalla ricchezza che possiede, ma dal rispetto che riesce a garantire a chi lavora. A chi ha visto soltanto dei camion fermi, dico che io, dietro quei camion, ho visto un’Italia che soffre, ma che non ha perso la voglia di lottare, di sorridere, di abbracciarsi e di restare unita. Ho visto uomini, famiglie, fratelli. Ho visto il mio popolo. Un Paese può sopportare i camion fermi per qualche giorno, ma non può permettersi di lasciare senza futuro gli uomini che li guidano. Per questo, il grido “Non ce la facciamo più” deve diventare un richiamo alla responsabilità per tutti. Perché non può essere normale che chi trascorre la vita a lavorare debba arrivare al punto di gridarlo», conclude Pappaterra.



