Di Massimo Mastruzzo*
Ci sono partenze che non si dimenticano. Quelle con una valigia troppo pesante, un biglietto di sola andata e una famiglia che saluta dal finestrino cercando di nascondere le lacrime. Sono partenze che in Calabria, come in gran parte del Mezzogiorno, si ripetono da generazioni. Cambiano i treni, cambiano le destinazioni, cambiano le ragioni immediate. Non cambia abbastanza quella principale: partire perché altrove esistono opportunità che nella propria terra troppo spesso mancano.
Poi arriva dicembre.
Per migliaia di studenti e lavoratori che vivono lontano, Natale significa soprattutto una cosa: tornare a casa. Ritrovare i genitori che invecchiano, gli amici rimasti, i luoghi dell’infanzia, una tavola attorno alla quale, almeno per qualche giorno, la famiglia torna a essere intera.
E proprio mentre si preparano quei ritorni, arriva la notizia: dal 13 dicembre il Frecciarossa non partirà più da Sibari, temporaneamente limitato a Paola per consentire i lavori nella galleria Santomarco. Il ripristino del collegamento da Sibari è previsto per la fine di gennaio.
I lavori sono necessari. Nessuno pretende che le infrastrutture ferroviarie non vengano sottoposte a manutenzione. Ma è legittimo domandarsi perché un intervento con conseguenze tanto rilevanti per la mobilità di un territorio debba coincidere proprio con le festività natalizie.
Secondo quanto dichiarato dall’assessore regionale ai Trasporti Gianluca Gallo, Rete Ferroviaria Italiana avrebbe scelto quel periodo ritenendolo caratterizzato da una minore utenza. Una valutazione che meriterebbe di essere spiegata, soprattutto alla luce dei rientri natalizi di chi vive e lavora lontano dalla Calabria.
Perché c’è una differenza enorme tra contare i passeggeri e comprendere il significato dei loro viaggi.
Un treno non trasporta soltanto persone. Trasporta aspettative, sacrifici, legami familiari. E quando quel treno collega una terra di emigrazione con le città nelle quali vivono tanti suoi figli, la sua funzione non può essere misurata esclusivamente attraverso un calcolo di convenienza organizzativa.
Chi parte dalla Calabria per necessità paga già un prezzo che nessun biglietto ferroviario riesce a rappresentare. Paga la distanza dagli affetti, l’assenza nei momenti importanti, le ricorrenze perdute, i genitori che si vedono sempre meno. E quando finalmente riesce a tornare, deve spesso affrontare anche il costo economico di viaggi che, soprattutto nei periodi festivi, possono pesare considerevolmente sui bilanci familiari.
Ora, per chi utilizzava il collegamento da Sibari, si aggiunge l’incertezza di un viaggio da riorganizzare, con trasferimenti e coincidenze da verificare.
A rendere ancora più difficile la situazione è l’incertezza sui collegamenti alternativi. Al 24 ottobre, mentre l’interruzione ferroviaria è ufficialmente programmata, non risulta ancora pubblicamente verificabile un piano completo di autobus sostitutivi diretti tra Sibari e Paola, con coincidenze garantite con il Frecciarossa e senza costi aggiuntivi per i viaggiatori.
Chi vive lontano dalla propria terra ha diritto di conoscere per tempo come, e se, potrà tornare a casa.
Non sappiamo ancora quanti passeggeri subiranno concretamente disagi, né se i servizi sostitutivi riusciranno a garantire tempi, costi e coincidenze adeguati. Ed è proprio per questo che RFI, Trenitalia e Regione Calabria dovrebbero fornire risposte precise, pubbliche e verificabili.
Ma la questione supera il singolo collegamento ferroviario.
Da decenni il Mezzogiorno perde giovani, competenze, energie. Si discute di spopolamento, denatalità, fuga dei laureati, carenza di opportunità lavorative. Si riconosce, almeno a parole, che l’emigrazione rappresenta una delle grandi emergenze sociali ed economiche del Paese.
Eppure, troppo spesso, quando si programmano servizi e infrastrutture, sembra che le conseguenze concrete di questa emigrazione rimangano fuori dai ragionamenti.
Come se chi è partito non appartenesse più al territorio dal quale proviene. Come se il diritto di mantenere vivi i legami con la propria terra fosse una questione privata, anziché una componente della coesione sociale del Paese.
Il problema non è pretendere che un Frecciarossa non si fermi mai. È chiedere che le esigenze di un territorio segnato dall’emigrazione entrino davvero nelle decisioni di chi organizza i trasporti.
Perché l’emigrazione non finisce quando si lascia la propria terra. Continua ogni giorno nella distanza dagli affetti. E torna a farsi sentire ogni volta che si cerca di accorciarla.
C’è un’immagine che racconta il Natale di tante famiglie meridionali meglio di qualsiasi statistica: una madre o un padre che aspettano alla stazione, guardando l’orologio e cercando tra i passeggeri il volto di un figlio che non vedono da mesi.
Non è un’immagine romantica. È una delle conseguenze più umane e dolorose della disuguaglianza territoriale italiana.
Qualche anno fa ho voluto vivere personalmente un’esperienza che ancora oggi ricordo con particolare intensità. Dovevo partecipare a un convegno a Matera e, vivendo a Brescia, decisi di affrontare il viaggio di andata e ritorno, nell’arco di un fine settimana, su un pullman della compagnia Marino.
Io partivo per un convegno. Ma durante quel lungo viaggio mi ritrovai a osservare persone che salivano e scendevano alle diverse fermate, con le loro valigie e i loro bagagli. E soprattutto le persone che le aspettavano all’arrivo: un marito, una moglie, un padre, una madre. Poi gli incontri, gli abbracci, il tempo trascorso a ritrovarsi.
Durante il viaggio di ritorno, verso Brescia, ripensai a quelle scene. Mi domandai quanti dei miei compagni di viaggio fossero lavoratori costretti a vivere lontano dalle proprie famiglie, quanti stessero tornando al Nord dopo aver trascorso appena un fine settimana con i propri cari.
Non conoscevo le loro storie e non potevo sapere quali fossero le ragioni dei loro spostamenti. Ma quegli incontri mi avevano portato a immaginare le loro paure, le aspettative, i sacrifici, i sogni. E soprattutto a riflettere su una realtà che conoscevo bene: quella di un Mezzogiorno dal quale, troppo spesso, si parte non perché lo si desideri, ma perché mancano le condizioni per costruirvi il proprio futuro.
Io ero partito per un convegno e dopo due giorni ero tornato alla mia vita. Ma quanti di quei viaggiatori stavano tornando alla propria vita lasciandosi alle spalle, ancora una volta, una parte della propria famiglia?
Quel viaggio mi ha lasciato una convinzione ancora più profonda: dietro ogni statistica sull’emigrazione ci sono persone, famiglie e legami che nessun numero riesce a raccontare fino in fondo.
Un Paese che non riesce a offrire a tutti le stesse opportunità di restare dovrebbe almeno preoccuparsi di garantire a chi è dovuto partire condizioni dignitose per tornare.
Perché tornare a casa a Natale non dovrebbe diventare un altro prezzo da pagare per essere nati nel posto sbagliato.
*Direttivo nazionale MET Movimento Equità Territoriale



