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Vescovi calabresi contro l’autonomia differenziata: “Accentua i divari Nord Sud”

Un progetto che darà «forma istituzionale agli egoismi territoriali della parte più ricca del Paese». I vescovi calabresi denunciano, nel documento firmato il 24 marzo, domenica della Palme, le criticità dell’autonomia differenziata che, secondo i presuli, porterà a «cristallizzare» i divari già esistenti con grave danno delle persone più vulnerabili e della stessa coesione nazionale.

E propongono che «in tutte le comunità diocesane e in tutti i territori si organizzino occasioni di approfondimento e di pubblica discussione su questo tema e si promuovano adeguate forme di mobilitazione democratica, legando solidarietà e giustizia».

I vescovi hanno voluto intitolare il documento “La dis-unità nazionale e le preoccupazioni delle Chiese di Calabria: spunti di riflessione”.  Riflessione che parte dalla Dottrina sociale della Chiesa e dai precedenti pronunciamenti della Conferenza Episcopale Italiana: “I problemi del Mezzogiorno, Lettera collettiva dell’Episcopato meridionale(1984), “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno(1989) e Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno(2010).

Documenti che mettono al centro «un’idea di sviluppo che non consideri solo gli indicatori economici, ma che metta al centro le persone, le risorse e le vocazioni dei territori. A questo riguardo, anticipando alcuni temi che ritroviamo oggi nel magistero di papa Francesco», scrivono i vescovi, «il documento del 1989 evidenzia la necessità di ripensare il modello economico, in particolare il mercato, e il modello antropologico di fondo, allontanandosi dall’individualismo, dal soggettivismo e dalla ricerca del godimento immediato».

Non parlano da politici, ma da pastori ritenendo «riteniamo insostenibile il progetto di autonomia differenziata. Tale posizione», spiegano, «non equivale alla difesa dello status quo. Essa poggia, al contrario, sulla consapevolezza che sono necessari cambiamenti anche importanti nelle politiche pubbliche e, in particolare, nel sistema italiano di welfare. Cambiamenti che, però, dovrebbero andare in direzione opposta rispetto a questo disegno di regionalismo differenziato». Citano il cardinale Matteo Zuppi che, il 18 marzo scorso, introducendo i lavori del consiglio permanente della Cei, ha espresso preoccupazione per «la tenuta del sistema Paese, in particolare di quelle aree che ormai da tempo fanno i conti con la crisi economica e sociale, con lo spopolamento e con la carenza di servizi». Con il presidente della Cei anche i vescovi calabresi rinnovano «l’appello per uno sviluppo unitario, che metta in circolo in modo virtuoso la solidarietà e la sussidiarietà, promuovendo la crescita e non alimentando le disuguaglianze. Da parte sua la Chiesa in Italia, fedele al Vangelo e nel solco del percorso compiuto finora, continuerà a contribuire all’unità, accompagnando le comunità e non lasciandosi spaventare dalle contingenze del tempo presente».

Tra le maggiori criticità della riforma sull’autonomia il documento della Cec mette in luce il punto di partenza e cioè che «le Regioni che oggi chiedono l’autonomia rispetto a settori importanti delle politiche pubbliche, si aspettano che la maggior parte del gettito fiscale sia lasciato nelle stesse Regioni che lo producono. In questo modo, quelle più sviluppate economicamente si ritroverebbero a poter gestire più risorse di quelle che lo Stato attualmente impiega nei rispettivi territori, con riferimento alle stesse materie. Questo è il motivo per cui il progetto di autonomia differenziata è stato efficacemente definito dall’economista Gianfranco Viesti come la “secessione dei ricchi”. Non è un caso che l’iniziativa sia stata presa dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, a partire dal 2017».

Una “secessione” perché, da «punto di vista amministrativo le Regioni che chiederanno l’autonomia differenziata somiglieranno ad altrettante Regioni-Stato, con poteri estesissimi in materie fondamentali. Si innescherebbe una dinamica di dis-integrazione e non di integrazione delle politiche e degli interventi» Dei ricchi perché «dal punto di vista economico le Regioni richiedenti punterebbero a ottenere uno status paragonabile a quello delle autonomie speciali. Le Regioni che aspirano all’autonomia, come il Veneto e la Lombardia da più tempo e l’Emilia Romagna da qualche anno, vogliono poter gestire in proprio la maggior parte delle risorse ricavate dalle tasse. Dimenticando che queste hanno come criterio, in base alla Costituzione, la progressività del prelievo e l’universalità dell’accesso dei cittadini ai servizi pubblici. In altre parole le tasse sono in funzione di obiettivi di giustizia sostanziale e del superamento delle disuguaglianze tra le persone, non dei territori (Cfr. artt. 2 e 3 della Cost.)».

Si tratta, sottolinea il documento, di una questione di «democrazia sostanziale» visto che, se il progetto andasse in porto moltissimi cittadini potrebbero non riuscire più ad accedere ai diritti fondamentali come istruzione, sanità, trasporti. Inoltre «la realizzazione di questo progetto», si legge nel testo, «potrebbe avere esiti disastrosi sul piano della coesione sociale».

I vescovi rispondo anche a chi dice che i Lep, i livelli essenziali di prestazione, sarebbero sufficienti a garantire a tutti gli italiani gli stessi standard di vita. In realtà i vescovi ricordano che «nell’ambito della tutela della salute, ad esempio, la regionalizzazione del sistema sanitario e la definizione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea) non solo non hanno ridotto i divari di tutela della salute tra i territori, ma li hanno addirittura amplificati, come dimostrano i dati sulla migrazione sanitaria». Un secondo motivo di perplessità «riguarda il riferimento ai costi e ai fabbisogni standard: la premessa per uno sviluppo vero dei territori, soprattutto di quelli più periferici, non può limitarsi alla mera definizione di servizi minimi essenziali, né alla definizione rigida di un budget di spesa – che finirebbe con il penalizzare soprattutto le aree interne delle Regioni più deboli – ma esige invece l’adozione di modelli di intervento capaci di valorizzare le risorse e aderire ai bisogni delle persone che vivono nei luoghi, in tutti i luoghi, territori urbani e non, città e piccoli paesi». Un terzo «motivo di perplessità, il progetto in discussione afferma testualmente che “dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Resta dunque irrisolta la questione del reperimento delle risorse necessarie per garantire i Lep». Infine, una quarta obiezione riguarda il fatto che, anche se si recuperassero le risorse per i lep, nei contesti più periferici e con meno infrastrutture sarebbe difficile se non impossibile «programmare, progettare, gestire, rendicontare e valutare gli interventi ordinari».

È per questo che «la secessione dei ricchi», cioè l’autonomia differenziata, «finisce per essere in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione, in particolare con il principio di uguaglianza sostanziale espresso nell’articolo 3, ma è anche in contrasto con il sentimento di appartenenza a un’unica comunità, e con le prospettive di uno sviluppo autenticamente umano del Paese».

La logica con cui far ripartire i territori più deboli non è, dunque, quella di dare più risorse e più vantaggi a quelle che vengono considerate le locomotive d’Italia sperando che facciano da traino. «Questa prospettiva non può essere condivisa», dicono chiaramente i vescovi. «La strada da percorrere è invece quella che passa dal riconoscimento delle differenze e dalla valorizzazione di ogni realtà particolare, soprattutto delle aree più periferiche e/o interne. I contesti che non ce la fanno vanno accompagnati, riconoscendo nella solidarietà tra territori un valore costituzionale da difendere e un impegno pastorale che il popolo di Dio che è in Italia va incoraggiato a perseguire perché progredisca nella sua ricerca di fedeltà al Vangelo. Nella prospettiva di uno sviluppo umano autentico, le difficoltà dei territori con infrastrutture più deboli, con rendimento istituzionale insufficiente, non vanno interpretate come un freno per chi è più veloce, ma come un problema comune, da cui venire fuori insieme». Per questo «bisogna trovare vie perché si maturi la consapevolezza che il Paese avrà un futuro solo se tutti insieme sapremo tessere e ritessere intenzionalmente legami di solidarietà, a tutti i livelli».