Per qualche settimana d’estate, la Calabria si convince di essere una terra florida e proiettata verso lo sviluppo tra piazze gremite, luci accese e musica a volume massimo. A denunciare questa situazione è Domenico Mazza, rappresentante del Comitato Magna Graecia, che evidenzia come gli amministratori locali — dallo Stretto al Pollino, dal Tirreno allo Jonio — contino i presenti esibendo le affluenze come prova di buon governo. Mazza sottolinea tuttavia l’esistenza di un vero e proprio equivoco, spesso alimentato ad arte: la politica confonde volutamente i flussi turistici reali con il semplice turismo di ritorno. Non si tratta infatti di nuovi visitatori conquistati da un brand territoriale, ma di emigrati che rientrano per un mese per poi tornare altrove per i restanti undici.
I dati Istat confermano un quadro critico, evidenziando che negli ultimi dieci anni la popolazione calabrese è diminuita di oltre 100.000 unità. A questa emorragia contribuisce un saldo migratorio strutturalmente negativo e marcato soprattutto tra i giovani. I rientri estivi non modificano il bilancio demografico, poiché a settembre i comuni tornano a perdere abitanti mentre la media d’età dei residenti continua a crescere. Si tratta di un trucco statistico che gonfia gli indici di affluenza, lasciando le piazze temporaneamente piene ma la regione strutturalmente vuota. L’unica vera eccezione è rappresentata da contesti come la Costa degli Dei, dove località come Tropea e Ricadi registrano densità turistiche elevate e flussi esogeni genuini grazie a anni di marketing territoriale.
A settembre, tuttavia, il sipario cala e la realtà presenta un conto salatissimo. Il servizio sanitario regionale registra una mobilità passiva verso altre regioni che supera i 300 milioni di euro all’anno, mentre i pronto soccorso soffrono di croniche carenze di personale. La rete viaria e le ferrovie non elettrificate confermano le difficoltà di connessione del territorio, e nell’entroterra la sparizione dei servizi essenziali accelera lo spopolamento tra plessi scolastici accorpati, uffici postali ridotti e farmacie a turnazione. Di fronte a tale emergenza, le istituzioni comunali e regionali rispondono con intrattenimenti di massa come i concerti di Capodanno promossi dalla Rai, che garantiscono visibilità nell’immediato senza lasciare opere concrete. Finanziare una serata canora risulta elettoralmente remunerativo, mentre progettare infrastrutture e garantire la salute appare decisamente più complesso, spingendo anche i piccoli comuni a rifugiarsi nella logica dell’evento.
Mazza osserva come la classe dirigente abbia compiuto una mutazione, trasformandosi da amministratori della cosa pubblica a direttori artistici. Il valore politico non viene più calcolato sulla qualità delle reti idriche o delle infrastrutture, né sulle opportunità di lavoro in una regione dove la disoccupazione giovanile supera il 40%, ma sul prestigio dell’artista ingaggiato. Questo populismo dell’evento anestetizza le coscienze, barattando la mancanza di prospettive con poche ore di svago. Pur riconoscendo che per molte comunità isolate la festa di piazza rappresenta l’unico momento di aggregazione e riconoscimento collettivo, il problema sorge quando l’intrattenimento diventa la sola forma di politica pubblica.
Nel frattempo, le risorse destinate allo sviluppo restano inutilizzate. Sui fondi del PNRR la Calabria figura tra le ultime regioni per avanzamento della spesa, correndo il rischio concreto di perdere i finanziamenti non rendicontati entro le scadenze europee. I rari cantieri conclusi si riducono spesso a interventi di manutenzione ordinaria spacciati per rigenerazione urbana, senza generare occupazione duratura.



