di Anna Zupi
Le cose che si fanno a scuola sono le stesse che vengono ricordate per tutta la vita. Gli amici che si ritrovano dopo vent’anni a ricordare le giornate, i bei momenti trascorsi in aula o magari in una gita scolastica. Quasi mai sono presenti fisicamente i docenti ,il personale scolastico , ma nei ricordi sono i più citati : sono coloro i quali indirizzano, aiutano ogni giorno a scegliere i bambini o i ragazzi chi vogliono essere, quale strada intraprendere.
“Registro (s)connesso” un testo che sviscera la didattica a distanza analizzandone gli aspetti e cercando soluzioni per una riforma scolastica che vada bene per tutti. Scritto dal prof. Andrea Bevacqua, docente di scuola media inferiore, curatore, insieme ad Alessandro Sebastiano Citro e Giorgio Marcello raccolgono riflessioni ed esperienze sulla “Dad”, con la prefazione dello scrittore Christian Raimo e edito da Dignità Del Lavoro Cooperativa sociale.
Da marzo il tema lockdown ha colpito e coinvolto tutta l’Italia coinvolgendo la scuola che è il perno su cui tutto ruota: docenti, genitori, alunni, dirigenti, tecnici informatici.
Probabilmente tra una decina d’anni, quando i nostri alunni delle scuole secondarie di I e II grado saranno lontani dalle aule scolastiche già da un po’, ricorderanno con amarezza l’ultimo anno del ciclo di studi del 2020.
Per la prima volta la scuola che da sempre è stato punto di ritrovo e aggregazione si è trovata ad essere un luogo virtuale individuata con l’acronimo Dad (didattica a distanza) con i relativi problemi e conseguenze.
Eh sì! Perché il senso di “non concluso” apparterrà agli alunni che in questo “annus horribilis” hanno portato a termine un percorso di studi, per passare ad una fase successiva della propria vita, in differita.
Risponde ad alcune nostre domande Manuela Magnelli, una delle ventisette autrici del libro.
Cosa racconteranno, nelle rimpatriate tra compagni, quando saranno adulti? Ci sarà davvero un vuoto nella memoria, un “nulla da raccontare” oppure i ricordi, se pur sul filo della rete internet, viaggeranno velocemente nella memoria in attesa di essere condivisi?
Io credo che nulla andrà nell’oblio! Anzi! Ci sarà tanto da raccontare non solo per l’eccezionalità degli avvenimenti che hanno caratterizzato quest’anno scolastico ma anche per la varietà di momenti, didattici e non, di cui si è composto. Innanzitutto c’è, per le classi terminali, il vissuto storico nella scuola! Mi riferisco a esperienze maturate nel corso di un triennio o di un quinquennio scolastico, tempo necessario per costruire un ricordo condiviso che, di certo, non può trovare annullamento in un quadrimestre frequentato dinanzi a un pc.
E della didattica? Cosa ricorderanno questi ragazzi? Avranno lacune incolmabili oppure si procederà, nella scala degli apprendimenti, come se nulla fosse?
E’ opportuno, a mio avviso, fare delle precisazioni. La Dad non è stato altro che una sorta di “ospedale da campo”. Dirigenti, docenti, personale scolastico, si sono attrezzati nel miglior modo possibile per soccorrere la scuola pubblica italiana. Come in ogni terribile situazione d’emergenza, non preventivabile, si è intervenuti fattivamente per salvare il salvabile. Era forse meglio chiudere l’anno scolastico prima, interrompere ogni attività perché non ritenuta confacente alla finalità stessa della scuola? Assolutamente no! Se è vero che gli apprendimenti potrebbero risultare, all’inizio del prossimo anno scolastico, lacunosi e incompleti, è anche vero che la scuola italiana da sempre affronta la disomogeneità degli esiti scolastici e le motivazioni sono, in un certo senso, sempre le stesse: famiglia e opportunità del territorio.
Come può un bambino sentirsi in classe guardando un monitor e non pensare di essere davanti la Tv? Come possiamo pretendere che mantenga la stessa concentrazione senza avere gli stimoli che può dargli un insegnante guardandolo negli occhi camminando tra i banchi o semplicemente un compagno di banco con un sorriso?
Molti colleghi hanno demonizzato la Dad, ritenendola eccessivamente lontana dal modo di fare scuola in presenza. E’ chiaro che la scuola, intesa come processo di insegnamento/apprendimento con la finalità ultima di costruire, attraverso i saperi, una coscienza civile, necessiti del confronto diretto, degli ambienti di apprendimento, fosse anche un’aula “sgarrupata”, per citare il maestro D’Aorta, per adempiere ai propri compiti.
Dicono “abbiamo perso molti alunni con la Dad”. Io mi chiedo “sono stati mai veramente nostri questi alunni?”.
Se è vero che l’empatia, lo sguardo, il contatto giornaliero all’interno di una classe ci consentono di tenere per il bavero gli alunni più demotivati è altrettanto vero che la presa, per trattenerli a seguire lezioni a distanza, non è stata sufficientemente forte. Oppure, semplicemente, non siamo stati in grado di farli diventare veramente nostri alunni già quando eravamo in presenza, non siamo riusciti a conquistarli. E li abbiamo persi! La scuola perde i ragazzi ai quali non si è riusciti a trasmettere il senso di salvezza che una buona istruzione può offrire.
Quanto avrà reso questa didattica a distanza e quante lacune ritroveremo il prossimo anno?
Non hanno avuto né tablet né pc! Come avrebbero potuto seguire le lezioni a distanza? Quanti alunni abbiamo in classe che a stento portano libri e quaderni? Quanti, pur avendo gli aiuti concreti nelle classi, arrancano di fronte alle responsabilità che la scuola mette di fronte? Il problema non è la Dad. Il problema è a monte. È il retroterra culturale delle famiglie, dell’ambiente in cui vivono, senza voler generalizzare, è il giusto peso che si dà alla scuola italiana a fare la differenza.
Per la prima volta i genitori capiscono il vero ruolo dell’insegnante con tutte le difficoltà e in tutte le sfaccettature: genitori che tornano ad essere alunni e docenti disperati che intimano i genitori a non suggerire durante le videolezioni….
Molte famiglie si sono affiancate ai figli per essere loro di supporto, sia a livello tecnologico che, in parte, didattico. Hanno seguito le lezioni e si sono cimentati nel ruolo di docenti laddove la lezione a distanza non fosse stata sufficientemente esplicativa. Qualcuno si è annoiato, qualcuno si è sostituito ora al figlio, ora al docente. Qualcuno ha finalmente compreso quanto lavoro ci sia dietro a chi sale in cattedra e non si improvvisa insegnante. Tutto è racchiuso nella parola didattica che è una scienza e come tale deve essere studiata e applicata. Metodi, strumenti, osservazioni sul campo, anche quando il campo diventa il digitale, come luogo di apprendimento trasversale alla classe.
Come può un bambino sentirsi in classe guardando un monitor e non pensare di essere davanti la Tv? Come possiamo pretendere che mantenga la stessa concentrazione senza avere gli stimoli che può dargli un insegnante guardandolo negli occhi camminando tra i banchi o semplicemente un compagno di banco con un sorriso?
A settembre, Covid permettendo, sarà necessario rimodulare nuovamente i tempi di apprendimento. Penso ai bambini della scuola primaria, alla loro capacità di attenzione che deve essere instradata e poi allenata, allenamento che non può naturalmente intendersi mai concluso. Occorre focalizzare l’attenzione sui tempi di trasmissione dei contenuti e di esecuzione dei compiti. Non dimentichiamoci che la nuova generazione ha acquisito i tempi del digitale, limitatissimi, con la possibilità, offerta dagli adulti, di fare clik per chiudere una connessione che non ci interessa. Occorre aprire un buon libro i cui tempi di lettura sono quelli dettati dalla nostra capacità di fare nostro quanto stiamo leggendo, conquistandoci fino all’ultima pagina!
Dove si può comprare il libro?
E’ possibile acquistare il libro al Bookshop dei Brettii e degli Enotri o alla Libreria Ubik di Cosenza. Oppure ordinandolo al seguente indirizzo: info@dignitadellavoro.it o via WhatsApp +39 347 179 7352



