Il dibattito artistico contemporaneo spesso mette in una sorta di confronto-scontro la figura del critico d’arte e dell’artista. Professionalità nate con l’obiettivo di collaborare insieme che spesso diventano incompatibili e distanti l’una dall’altra. Ma qual è il ruolo del critico d’arte? Qual è il suo “lavoro”? Roberto Sottile, critico d’arte e curatore, ha fornito utili risposte.
Arte e critica. Il ruolo del critico d’arte?
Facciamo finta di entrare in libreria per dover comperare un libro di storia. Abbiamo anche le idee chiare, ci serve un libro di storia sulla seconda guerra mondiale. In base a cosa scegliamo il libro? In base al modo in cui i contenuti vengono raccontati e soprattutto scegliamo anche considerando la credibilità della casa editrice e la bravura dell’autore. Ecco, i contenuti sono le opere d’arte, la casa editrice invece rappresenta il museo la galleria, lo spazio espositivo, mentre chi scrive il libro, chi ha la capacità di selezionare gli eventi storici, di dare misura e giudizio è il critico d’arte. Il libro della seconda guerra mondiale ha successo, non solo per i contenuti, ma per come vengono raccontati. Spero di essere stato chiaro.
Il critico d’arte è una sorta di “ricercatore”?
Di recente ho letto di come la figura del gallerista abbia soffocato e messo da parte quella del critico d’arte. Ciò forse è vero nella misura in cui il critico sbaglia a fare il proprio lavoro. Fare il critico d’arte significa essere a conoscenza delle ricerche artistiche contemporanee, avere la capacità di lettura critica e assumersi anche la responsabilità scientifica dei progetti curatoriali. Non significa dire si oppure no per realizzare una mostra. Non dimentichiamoci che il critico ha la responsabilità scientifica di un progetto espositivo. Una mostra è il risultato finale di un lavoro dove l’artista si presenta attraverso una lettura fatta dal critico che spesso è anche il curatore della mostra, e il tempo di costruzione di un progetto espositivo è lungo, complesso, può durare anche mesi, anche anni. Alla base di tutto c’è una piena sintonia tra artista e critico, senza la quale una mostra non ha ragione di esistere. Una mostra è il risultato condiviso tra artista e critico. Non bisogna mai sottovalutare però il lavoro del critico che ha le competenze, almeno dovrebbe, di garantire una lettura completa dell’opera artistica.
La parte più importante del tuo lavoro?
Tutto il percorso è importante. Dal primo approccio con l’artista, un momento di confronto, di incontro che spesso avviene nello studio, nella casa naturale in cui la creatività prende forma dove li la presenza del critico è assente, volutamente assente. L’artista vive nella sua dimensione esclusiva nel suo “laboratorio” e successivamente diventa con il critico d’arte inclusivo. Altra tappa importante del mio lavoro è la costruzione del progetto scientifico, la selezione delle opere e la stesura del progetto espositivo. Una prima fase teorica a cui segue nelle giornate di allestimento un lavoro concreto, reale, dove le dinamiche del progetto possono variare, perché come dico sempre, le opere una volta che entrano nel museo cambiano, assumono una nuova immagine.
Racconta la mostra più complessa che hai curato…
Le mostre che ho realizzato hanno una complessità organizzativa dovuta alla diversità della produzione artistica selezionata per andare in mostra. Tra le tante mostre mi piace ricordare “Ci guardano” di Sofia Lipecka. Nella fase preliminare durante la discussione di come costruire il percorso espositivo l’artista voleva realizzare l’allestimento e presentare le opere come una sorta di quadreria, cioè pareti con più opere su più livelli. Proposi un percorso più pulito, un sequenza di immagini, le opere erano tutte su cartoncino della stessa misura, tutte realizzate a carboncino, da presentare alla stessa altezza, stessa distanza l’una dall’altra capaci di accompagnare nel percorso della sala espositiva il visitatore verso l’unica opere realizzata a colore che rappresentava una sorta di linea di confine tra quel passato, la Shoah e quelle che potremmo chiamare le nuove Shoah. Con un piccolo espediente visivo le opere vennero solo fissare alle due estremità superiori e lasciate libere, come bozzetti appesi nello studio dell’artista. Pronti ad accogliere, ad accompagnare, ma anche ad interrogare il visitatore. Il museo era diventato uno spazio nuovo, diverso. Dove anche la sala video venne spostata a chiusura di questo percorso.
Anche la collettiva “Geni Comuni” non è un progetto semplice…
È vero. Geni Comuni è un progetto complesso e la complessità risiede nella diversità delle opere in mostra che vanno da un minimo di quaranta a cinquanta, anche sessanta opere. Il percorso espositivo è fondamentale per dare dignità ad ogni lavoro e salvare tutta la mostra, senza privilegiare nessuno, ma dare ad ogni lavoro esposto la capacità di non confondersi oppure venire soffocato dalle altre opere. Un lavoro complesso.
Lavoro complesso invece la mostra di Giuseppe Lo Schiavo al MARCA di Catanzaro
Difficile ma avvincente. Un lavoro di preparazione durato quasi 16 mesi, per ottenere un risultato di cui sono molto soddisfatto, sia sotto il profilo curatoriale ma anche critico. Un progetto molto particolare perché costruito attorno ad una ricerca fotografica che si contaminava di momenti installativi, di esperienze e percorsi sensoriali audio e video. Un risultato importante dove penso si sia realizzata a piano quella sintonia necessaria tra critico e artista per portare a casa il risultato.
Il progetto espositivo su cui avevi maggiore attesa?
Tutte le mostre che ho curato rappresentano un momento di verifica non solo per l’artista ma anche per me, come critico e come curatore. Tra le tante mostre ne voglio ricordare due, la mostra di Diego Minuti e quella di Francesco Speciale, diverse tra di loro, che hanno per un periodo coabitato all’interno degli spazi museali del Museo del Presente, in spazi distinti ovviamente, ma tutto ciò mi affascinava molto. Poter offrire due idee così diverse, così lontane e per certi versi vicinissime. Da una parte Diego Minuti con una ricerca sui materiali sull’immagine sulla forma e sullo spazio e dall’altra parte Francesco con tutta la sua creatività costruita su delle ricerche che contaminavano l’arte attraverso e per mezzo di diverse sensibilità, attraverso equilibri e materie che coesistevano l’una grazie alla forza dell’altra. Una mostra importante di cui sono molto orgoglioso.
Parte del tuo lavoro è occupato dalla scrittura, che suggerimento daresti per scrivere bei testi?
La scrittura è una parte fondamentale. Si scrive per raccontare il percorso scientifico, si scrive il testo della mostra per offrire una lettura critica. Purtroppo non tutti scrivono. E spesso ci si imbatte in testi critici privi di identità e così astrusi che si deve ricorrere al dizionario per superare la prova della comprensione del testo. La scrittura di un testo critico è un esercizio artistico, un momento sensibile, dove attraverso la scrittura l’arte e la critica diventano una sola cosa. Non si scrivono testi belli, ma testi capaci di offrire delle riflessioni. Un suggerimento, ne basta uno solo, essere immediati nella comunicazione critica.
Quindi si impara a diventare un buon critico d’arte?
Si migliora, ma la cosa più importante non si impara, si possiede oppure no, sto parlando della sensibilità e della creatività, perché arte e critica vanno di pari passo. Spesso però si corre il rischio che il critico diventi un reporter, se accade ciò si decreta la fine della critica d’arte.
Che caratteristiche deve avere il critico d’arte?
Il critico d’arte è il complice perfetto dell’artista. Autoritario al punto giusto, senza mai prendersi troppo sul serio, che non significa non essere professionali, ma significa costruire sul posto di lavoro un clima sereno.
C’è nel tuo ormai più che decennale percorso professionale una persona o più persone che hanno segnato in positivo la tua strada?
Tanti sarebbero i nomi, dagli artisti con cui ho lavorato, i galleristi i direttori di musei e critici, tra questi sicuramente Maurizio Stefano Monticelli, non solo perché mi ha dato la possibilità di realizzare importanti progetti e di poter dare il mio contributo critico, ma anche perché mi ha sempre spronato ad una visione della mia professione del mio ruolo che risulta importante nel sistema dell’arte. A Maurizio devo riconoscere la capacità di visione e la capacità di riconoscere il talento, quello vero.
La mostra più bella che hai realizzato? Che ti ha appassionato di più?
Quella che sto preparando, che verrà domani. Perché ad ogni progetto realizzato lasci un pezzo di te stesso…
A. S.



