Mar 27 Set 2022
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Antonio Nevone: una vita da “Duff”; da cantautore a produttore

di Anna Zupi

Antonio Nevone, Totonno per gli amici, cosentino verace muove i primi passi nel mondo della musica inconsapevolmente da bambino. Galeotto fu il giradischi del papà che lo fece appassionare a quel ritornello che poi diventerà la colonna sonora della sua vita:”tunnel of love” dei Dire Straits.


Genio e sregolatezza, cade e si rialza più forte e da ogni evento negativo ne tira fuori un successo. Rocker fuori tempo, ma sempre sul pezzo, sempre sul palco. Stimatissimo musicista Antonio Nevone vanta un’importante carriera con i Duff: gruppo storico calabrese degli anni novanta. Oggi è proprietario dell’etichetta discografica “Duff Records Studio”.

 “Tra i primi ricordi della mia vita, avevo tre o quattro anni,  c’era nella mia stanza il giradischi di mio padre. Ogni giorno mi arrampicavo al mobile per ascoltare una canzone che nel ritornello faceva “Pò-Pò-Pò” e che trovavo divertente. In realtà diceva “neon burnin UP ABOVE” ed era Tunnel of Love dei Dire Straits. Ancora neanche arrivavo al piatto del giradischi, eppure avevo imparato a memoria dove mettere la puntina per ascoltarla”

 Anni di studio lo formano, ma sarà il Maestro Lutte Berg a fargli spiccare il volo.

 “Ho studiato pianoforte e teoria musicale dai sette ai nove anni con un insegnante privato, poi per un po’ ho abbandonato. Ho ricominciato qualche anno dopo alla Scuola MANA. Sono ripartito dalla chitarra classica con il Maestro Roberto Scornaienchi, imparando i primi rudimenti e l’impostazione sullo strumento. Poi dopo qualche mese la mia anima rock scalpitava e sono passato al corso di chitarra elettrica con Lutte Berg. Come ricorderanno tanti colleghi chitarristi, era uno che ti spingeva a buttarti fin dalla prima lezione, ti insegnava una nuova scala e cinque minuti dopo stavi già suonando e creando qualcosa di tuo senza neanche sapere come. Non era solo imparare la chitarra, era anche una scuola di improvvisazione e di creatività. Da lí iniziai a scrivere canzoni.”

 Come hai maturato la passione per la chitarra?

 Nel 1991 i miei mi avevano regalato per Natale una chitarra classica Eko, ma dopo pochi giorni l’avevo abbandonata in un angolo. Qualche mese dopo mi è tornato l’interesse, conosco anche il giorno esatto perché ricordo che in TV si stava dimettendo Cossiga, l’ho cercato su Wikipedia ed era il 28 Aprile 1992. Quel pomeriggio ripresi la chitarra in mano cercando di imitare la posizione delle dita di Vasco Rossi in un video in cui suonava “Tango della gelosia”. E da allora non l’ho più lasciata.

Quali sono stati i tuoi primi gruppi?

 “A tredici anni suonavo con mio cugino Aldo Furlano al basso e il mio amico Carlo Tirroni alla batteria. Con grande gioia dei vicini suonavamo nella mia stanza, facevamo cover dei Queen e ci chiamavamo The King. Poteva esistere un nome peggiore? Qualche mese dopo iniziammo a fare anche pezzi dei Guns n Roses, e il nome della band divenne The King of Guns. Quindi esisteva un nome peggiore. Nel frattempo, anche grazie alla Scuola MANA, iniziavo a conoscere altri musicisti, ci vedevamo in giro per la città o nei garage a fare prove. Poi nel 1996, ero ancora solo chitarrista, entrai entrai a far parte degli Alison, una band già avviata, che suonava nei locali ed aveva pezzi propri. Eravamo io, Fabio Pujia, Antonio Ciciarelli, Luca Garro e Luigi Marino.”

 C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe stata la tua vita?

 Ho un carattere per il quale tendo a trovare lo slancio nella sconfitta, e se c’è stato un momento del genere credo sia stato dopo il mio primo concerto dal vivo con gli Alison, la mia prima volta in un locale. Suonavamo da spalla a “La Soluzione” di Andrea Venneri e Tony Perri, una delle band migliori che Cosenza abbia mai espresso. Loro erano già abbastanza conosciuti ed io ero emozionatissimo. Finalmente salgo sul palco, attacco la chitarra, faccio due accordi, l’amplificatore della mia chitarra inizia ad emettere un suono gracchiante e, poco dopo, si spegne. Ricordo che provai in tutti i modi a riaccenderlo, ma niente, l’alimentazione era completamente andata, e il mio primo concerto con gli Alison lo feci guardandoli suonare da sotto il palco. Mi ritrovai mezzo ubriaco a piangere da solo in un vicolo dietro al locale, prendendo a calci saracinesche chiuse. Che delusione. Per assurdo credo fu proprio in quel momento che promisi a me stesso che avrei fatto della musica la mia vita. C’è anche una frase in “La tua Storia”, un pezzo dei Duff, in cui cito “le sconfitte e i sogni di rivincita”, ed è un pò in riferimento a questo episodio.

 Il gruppo più importante in cui hai militato porta lo storico ed eterno nome DUFF. Cosa significa e chi lo ha creato?

 È il nome della birra dei Simpson, l’avevamo scelto all’epoca insieme agli altri componenti del gruppo, ma a dir la verità non mi è mai piaciuto tantissimo. Nel 1998 magari ci poteva stare, i Simpson erano ancora un fenomeno relativamente di nicchia, ma col senno di poi…non è un nome divertente, non è un nome serio, non è punk, non è provocatorio, non è niente. L’unico aspetto positivo è che è facile da ricordare!

Durante le prove degli Alison suonavamo spesso pezzi Punk con Luca il batterista, roba dei Nofx, degli Offspring, dei Bad Religion, e quando gli Alison si sciolsero fu quasi automatico fondare un gruppo con lui. Siamo partiti a metà 1997 con una formazione a 3, io, Luca e Aldo mio cugino al basso, e non avendo un cantante sono stato praticamente costretto a cantare io. Dopo diversi concerti, cambi di nome e cambi di formazione, siamo giunti ad una forma “stabile” nei primi mesi del 1998, con l’entrata di Andrea Tradigo alla chitarra. Con la band al completo le canzoni che scrivevo diventavano qualcosa di sempre più complesso e personale: portavo il pezzo, ognuno dava il suo contributo e magicamente la canzone che avevo scritto nel buio della mia stanza diventava un pezzo dei Duff.

 Il vostro “Punkrock fuori moda dal 1998” ha portato alla pubblicazione di cinque album.

 Essere fuori moda ci ha sempre descritto bene, se pensi che abbiamo iniziato a fare Punkrock proprio quando stava finendo l’esplosione Punk degli anni ’90. E sotto alcuni aspetti eravamo fuori moda anche nel nostro stesso contesto musicale. Non avevamo i vestiti delle marche giuste, pochi piercing o tatuaggi, non siamo mai stati particolarmente belli e soprattutto non abbiamo mai avuto l’appoggio di nessuno dei “nomi che contano” della scena Punkrock nazionale. Ma in fondo proprio essere al di fuori di queste dinamiche ci ha lasciati liberi di fare e di essere quello che volevamo. Abbiamo iniziato con l’hardcore melodico, musicalmente siamo cresciuti, ci siamo evoluti, ma non siamo mai stati costretti a prendere direzioni musicali diverse o più “alla moda”. Semplicemente abbiamo continuato a suonare quello che ci piaceva. Abbiamo fatto 5 album con la stessa attitudine, la stessa onestà e lo stesso approccio del primo giorno, eppure abbiamo ottenuto tantissimo in confronto ad altre band promozionalmente più “spinte” di noi. Siamo partiti da meno di zero e siamo arrivati a dividere il palco con i nostri eroi musicali, i Nofx, i Millencolin, gli Snuff, gli Agnostic Front, Marky Ramone. E poi i rapporti all’interno della band sono sempre stati buoni, anche se abbiamo avuto un paio di cambi di formazione, dovuti principalmente a scelte personali, nel 2006 è entrato al basso Vincenzo Basile e nel 2010 alla batteria Umberto Intini.

 Anni di tour, tra amicizia, palchi, la Dracma.

 La nascita della Dracma di Piero Vena e Monica Ricci nel 1996 fu l’evento che cambiò tutto. Lì confluivano, si incontravano e si mischiavano tante realtà di quella che era ormai una scena musicale in pieno fermento. Parliamo della metà degli anni 90, tutti suonavano e c’era nell’aria una tensione magica, la sensazione che qualcosa stesse davvero per succedere. Attorno a quelle 4 sale ruotavano gran parte delle nostre amicizie dell’epoca, e posso dire con orgoglio che molti di loro sono nostri amici ancora oggi. Tra i primi ad aver apprezzato e supportato i Duff credo ci siano stati Riccardo e Marcella Foti, ed i Black Wall Ska, Silverio e Mattia Tucci, Vladimir Costabile e Francesco Cangemi. E poi le tante band, tutte validissime, con cui abbiamo diviso prove, palchi, e scorribande, come i Mas Ruido (con loro la nostra prima data fuori Cosenza, a Messina), gli Ustika, i Reiki-Do, i Miss Fraulein, i Camera 237, i Next To Suicide, i Pi.gr.i., i Ganja Social Club, i Lumpen, i Meat For Dogs. Sicuramente ne dimentico molti, ma sono troppi per ricordarli tutti. C’è sempre stato uno scambio continuo e reciproco tra il mondo delle nostre amicizie e quello della musica: nei live spesso ci seguivano alla fonia Angelo Sposato o Cristiano Copat, e in diversi tour ci hanno accompagnati amici come Riccardo Foti, Stefano Conforti, Corradino Aquino. Il senso del fare musica è soprattutto questo per me, circondarmi di amici, e averne altrettanti in giro per l’Italia. Sotto questo aspetto i Duff sono stati un successo, ancora oggi abbiamo fratelli un pò in tutte le regioni, in Toscana, in Romagna, in Campania, in Abruzzo, dal Piemonte alla Sicilia, dalla Lombardia alla Puglia.

 Quale tour resterà impresso nei vostri ricordi? Ci racconti qualche aneddoto?

Sicuramente il “Diswacciutour”, tre anni di concerti tra il 2001 e il 2003, durante i quali abbiamo suonato praticamente ovunque. Agli inizi nella nostra città venivamo spesso snobbati, e quando abbiamo iniziato a suonare in giro siamo rimasti stupiti del fatto che potessimo davvero piacere alla gente, che imparassero le canzoni a memoria e le cantassero sotto il palco, o che ci chiedessero la foto o addirittura l’autografo. Sono stati anni duri ma bellissimi, passati a dormire letteralmente sui pavimenti di mezza Italia. Mi viene in mente una data ad Imperia, a 1000 km di furgone da Cosenza, in cui ci diedero 120 euro di rimborso spese (ma almeno dormivamo su un divano). Facendo due calcoli, 120 diviso 1000, ci avevano dato 12 centesimi al km, ed era un fatto così triste e ridicolo al tempo stesso che chiamammo il nostro disco del 2005 proprio “12 centesimi al km”. Qualche anno dopo realizzai che non avevo neanche calcolato il ritorno, e che quindi in realtà i centesimi al km erano 6, ma vabbè…

  Dai Duff all’etichetta discografica. Cosa è successo?

 I percorsi di vita portano a fare scelte che non sempre sono compatibili con una band, e nel 2017 i membri dei Duff vivevano ormai in 4 diverse città d’Italia. Era palese che fosse giunto il momento di fermarci. Non ci sono mai stati screzi o litigi, quindi più che uno scioglimento è una pausa a tempo indeterminato. È più forte di me, ma non mi trovo bene a scrivere canzoni per poi mandarle via mail agli altri: credo nel rapporto fisico, reale, con quello che si suona, credo nella necessità di interazione reale e costante tra i musicisti della band. Puoi tentare quello che vuoi, ma penso che senza questa interazione la band di fatto non può esistere. Duff Records è stata un pò la nostra reincarnazione, per mettere a frutto le esperienze, i contatti e le relazioni maturate in 20 anni di Duff. L’idea era quella di creare una piccola realtà indipendente, che fornisse il supporto necessario alle altre band nelle attività di produzione, distribuzione e promozione. Ma al contrario di quello che credevo, c’è ancora tanto bisogno di musica, ed abbiamo avuto una crescita esponenziale in pochi anni, al punto che pochi giorni fa è uscita Duff Records Vol.2, la nostra seconda compilation con gruppi punk provenienti da tutto il mondo. E di questo devo ringraziare Luigi Posteraro e Fabio Grandinetti, che sono oggi le colonne portanti di Duff Records.

 Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?

 Oltre all’etichetta, il mio impegno è focalizzato sul “Duff Records Studio”, una costola di Duff Records con cui negli ultimi anni ho prodotto e mixato band di tutta Italia, oltre ad alcune delle pubblicazioni di Duff Records. Anche in questo cerco di mettere a frutto l’esperienza maturata in questi 20 anni di musica, e non a caso i professionisti a cui mi ispiro maggiormente sono proprio quelli che hanno lavorato alle registrazioni e ai live dei Duff fin dall’inizio, ovvero Piero Vena e Angelo Sposato. Sono letteralmente cresciuto guardandoli lavorare, e credo di dovere a loro il 90% di quello che so in quanto ad arrangiamenti, produzione e mix. Anche Vladimir Costabile mi ha insegnato tanto, e sua è la “colpa” di avermi prestato circa dieci anni fa i libri di Bobby Owsinsky e di Bob Katz, li ho imparati praticamente a memoria. Avevo intrapreso questo percorso principalmente per auto produrre i miei dischi, poi ho iniziato a ricevere richieste di collaborazione da altre band e con il tempo mi sono organizzato per prendere parte a più produzioni possibili. E ora tra progetti, esperienze e formazione sono passati quasi 10 anni, culminati l’anno scorso con la mia partecipazione alla Mixing Masterclass di Chris Lord Alge, produttore californiano che ha curato i dischi di band come Green Day e Muse. Riguardo le attività in cantiere, sto lavorando al mix dei KJÜMMO, formazione composta da alcuni dei musicisti “storici” della scena cosentina, Aldo D’orrico, Anthony W Calabrese e Francesco De Napoli, e nei prossimi mesi mi dedicherò al nuovo disco dei Soundeep, band Hardcore Melodico di Verona. E siccome non ho mai smesso di scrivere, nel futuro prossimo vorrei pubblicare nuova musica mia, anche se non ho ancora deciso come. E forse il bello è proprio questo.