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Tallini ed Oliverio: al primo applausi al secondo la santificazione

                                       Oliverio santo subito

C’è una regola nel giornalismo pulito e indipendente alla quale non si può derogare e cioè che la notizia di un pronunciamento giudiziario, che assolve un cittadino inquisito, impone lo stesso spazio e la stessa rilevanza data alla notizia del suo coinvolgimento.

Diamo quindi spazio e rilevanza alla vicenda di Domenico Tallini, ex-presidente del consiglio regionale in quota Forza Italia e a quella di Gerardo Mario Oliverio, targato PD, che ha governato per un quinquennio la Calabria dall’ultimo piano della Cittadella regionale che oggi porta il nome di Jole Santelli.

Domenico Tallini è rimasto impigliato in una inchiesta giudiziaria su traffico di farmaci e farmacie cui non sarebbe estranea una famiglia mafiosa del crotonese e, sul presupposto del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio , è stato oggetto della misura cautelare degli arresti domiciliari. Successivamente il Tribunale della Libertà non ha ritenuto necessaria la misura cautelare ed ha rimesso in circolazione l’ex-presidente del consiglio regionale. Tallini non ha perso tempo e quando ha fatto ingresso nell’aula del consiglio regionale, dimentico di avere annunciato il ritiro dall’attività politica, è stato salutato dall’assemblea riunita da un prolungato applauso.                                         

Applauso? E per significare cosa? Che la magistratura ha sbagliato? Che la politica non si fa processare? Che la politica si ritiene al di sopra della legge? Che Tallini non ha commesso i fatti contestatigli? Che Tallini è vittima di una persecuzione giudiziaria? L’impianto accusatorio purtroppo rimane in piedi integro. Se i consiglieri in aula volevano esprimere solidarietà e vicinanza a Tallini se lo potevano abbracciare privatamente e nessuno aveva niente da ridire, rientrando il gesto nella sfera personale, lontano da riflettori e telecamere e senza impegnare e coinvolgere il consiglio regionale che, in quanto istituzione del nostro ordinamento democratico, non può entrare in conflitto palese con l’operato della magistratura. Bisogna rispettare le regole e cioè attendere i tre gradi di giudizio, riconoscendo a Tallini la presunzione di innocenza. L’applauso diventa, invece, un oltraggio alla magistratura, la totale mancanza di pudore istituzionale, un vulnus all’immagine della Calabria che ormai transita, quasi quotidianamente, fra il ridicolo e il drammatico, nelle reti televisive.

Il caso di Gerardo Mario Oliverio è diverso ma con forti implicazioni politiche. Oliverio insieme a Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio, figure apicali della nomenclatura calabrese del PD, è rimasto impigliato nell’inchiesta “Lande desolate” che aveva per oggetto appalti e pagamenti relativi all’aviosuperficie di Scalea, all’impianto sciistico di Lorica ed ai lavori di Piazza Bilotti a Cosenza. Nei suoi confronti la Procura ottenne la misura dell’obbligo di dimora in quel di San Giovanni in Fiore, residenza ufficiale di Oliverio, mantenendogli le attribuzioni e le prerogative di presidente della giunta regionale.

Fu, senza dubbio, un duro colpo per la piena agibilità della carica che potrebbe spiegare inadempienze e insuccessi di governo. Alcuni giorni fa è intervenuta per lui la sentenza che “il fatto non sussiste” per Adamo e per la Bruno Bossio “non luogo a procedere”. Non si registrano applausi ma numerose manifestazioni di felicitazioni e solidarietà, pienamente legittime e in qualche modo dovute. Il problema nasce nel momento in cui l’assoluzione di Oliverio la si proietta sullo scenario politico, mettendo su una sorta di risarcimento dovuto per i danni politici subiti.

Se fosse vero quanto sostengono i suoi fans e supporters e cioè che la posizione di inquisito costò ad Oliverio la mancata ricandidatura alla guida del governo regionale, sarebbe una questione tutta interna al PD che, se non ci fosse stata, avrebbe portato, secondo i suoi sostenitori di ieri e di oggi, alla sua rielezione. Si arrivò persino a sostenere che sia stato il procuratore Nicola Gratteri a dissuadere Zingaretti dal ripresentare Oliverio. Ovviamente Gratteri smentì dichiarandosi fuori dai giochi politici. Ora i supporters di Oliverio si agitano per ottenere un risarcimento politico che, a quanto pare, si dovrebbe concretizzare nella candidatura di Oliverio alle regionali dell’11 aprile.

Fermo restando che il PD può prendere tutte le decisioni di cui è convinto, ha fatto autorevolmente dichiarare che, felicitazioni a parte dovute a Oliverio e partners, l’orientamento del PD rimane quello di innovare e rinnovare la rappresentanza politica in Calabria, a significare che la segreteria nazionale non avrebbe ricandidato Oliverio a prescindere dal coinvolgimento nell’inchiesta “Lande desolate”.

A Oliverio, in verità, nessuno ha mai palesemente opposto la vicenda giudiziaria come pregiudizio alla sua ricandidatura. Oliverio è stato bocciato dai calabresi perché è venuto meno al suo programma di governo, ha governato male, non ha bonificato la burocrazia regionale lasciando al loro posto dirigenti chiacchieratissimi, non ha creato un solo posto di lavoro, il porto di Gioia Tauro ha atteso inutilmente il potenziamento dei servizi di supporto, “cantiere Calabria” e ZES (zona economica speciale) sono rimasti lettera morta. Ha fatto la guerra ai commissari della sanità minacciando di incatenarsi davanti a Palazzo Chigi. Non si è mai incatenato ed ha lasciato, insieme al suo superconsulente Franco Pacenza, che la gestione commissariale devastasse il sistema sanitario, pago degli insuccessi commissariali e di nominare i manager nelle ASP. Ha annunciato a più riprese un report sulle cose fatte e gli obiettivi raggiunti che non è mai arrivato. Sanità, scuola e trasporti restano handicap con lui consolidati che condizionano anche oggi ogni strategia di sviluppo. Complice e succube del PD nazionale non ha mai avuto, né lui né i suoi partners parlamentari, nulla da dire sulla ruberia di risorse  destinate al sud a vantaggio del nord. Col suo compagno di partito Bonaccini, presidente dell’Emilia e presidente della Conferenza Stato-Regioni, ha condiviso, a danno del sud, “la spesa storica” come criterio di ripartizione della spesa pubblica per sanità, scuola, trasporti, asili nido e welfare. Una vergogna di Stato prima che un tradimento dei diritti del Sud.

E allora si tenga separato il piano giudiziario dal piano politico e non si facciano strumentali confusioni. Il PD calabrese, se lo ritiene, avvii al suo interno la procedura di beatificazione politica di Mario Oliverio e dei suoi apostoli, diffidi pure i vertici nazionali dal prendere in considerazione la candidatura di Luigi De Magistris ma non minacci i calabresi di ricandidare Oliverio. I calabresi hanno già dato e siamo sicuri che l’astensionismo avrebbe una impennata. Nulla da obiettare se in quel di San Giovanni in Fiore dovesse partire, comprensibilmente, l’operazione “Oliverio santo subito”, certi che anche l’abate Gioacchino, nella sua saggezza, non manifesterebbe alcuna gelosia.