di Antonio Vulcano
Sono uno tra tanti, sono il Pinus Nigra laricio, il più vanitoso, il più socievole, il più bello. A differenza di un mio consanguineo il Pino loricato che vive più in alto ma in solitudine, io amo la compagnia dei miei simili che a migliaia popolano i declivi dell’altopiano. Organizziamo dei concerti in compagnia del vento e mostre fotografiche a beneficio dei tanti che ci ritraggono quando siamo imbalsamati dalla neve. Discendo dalla famiglia delle Pinaceae e vanto nobiltà antiche che provengono da citazioni in opere di scrittori celebri come Virgilio, Plinio, Cicerone, Dionigi di Alicarnasso che hanno decantato la Silva Bruttia: una foresta di pini che copriva e copre, sebbene in misura minore, la parte più meridionale della penisola. Vengo anche chiamato, il calabrese o il silano, due pseudonimi che mi piacciono di più perché mi distinguono dalla generica e fredda terminologia scientifica. Il mio habitat naturale è in Calabria dove respiro l’aria di libertà delle alture e degli spazi: sono presente dalla Sila grande alla Sila piccola, alla Sila greca, in Aspromonte e nelle Serre vibonesi contribuendo con il mio ossigeno a rendere l’aria la più salubre che si possa respirare. Da vivo do ombra, frescura a uomini e animali, da morto ho dato il mio sangue-pix bruttia- per calafatare le triremi, aromatizzare il vino dei banchetti (pix in Italia ad vasa vino condendo maxime probatur Bruttia), illuminato le notti buie dei banchetti di Trimalcione e ancora oggi, il mio cuore resinoso, accende il camino di umili dimore ; con le mie ossa ho costruito navi resistenti, impalcature finanche per il duomo di Venezia. Ho pagato i debiti dell’insana guerra del 40-45 a inglesi e americani sacrificando i più nobili dei miei fratelli: i Giganti di Fallistro. Questa è la mia storia, in pillole, perché ho un passato millenario che risale all’ultima glaciazione in cui ho perso parte del dna della famiglia per trasformarmi e costituire una mia famiglia: laricio,appunto. Ma ora, voglio presentare il più nobile, il più bello della famiglia: nato in una curva a gomito, sulla provinciale che dal lago porta a Bocchigliero, piccolo borgo silano, si presenta inaspettato, al guidatore distratto, per la sua imponenza, per la sua altezza, per il suo essere unico rappresentante di una specie che per 40 mt e 3 di circonferenza non ha un ramo, un nodo se non in cima dove finisce con tre rami sbilenchi. Lo premiarono con una targa, ora perduta:”sono il più bello della Sila” così c’era scritto, come se la bellezza dovesse essere certificata per vederla.Da quell’altezza si specchia nell’azzurro del lago e come Narciso è destinato a struggersi dall’amore per se stesso. Non ha eguali in tutto l’altopiano; più in là, in una riserva indiana , sopravvivono i 50 Giganti di Fallistro, rimasti. Fa da sfondo ai selfie dei tanti ammiratori che si fermano meravigliati che il pino non sia entrato tutto nella foto!



