Gio 16 Set 2021

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Mostra cinema di Venezia, successo per un “figlio” calabrese

Nato nel 1968 a Milano da genitori calabresi originari di Caulonia, Michelangelo Frammartino nato a Milano nel 1968 è un regista e sceneggiatore italiano conosciuto soprattutto per il film Le quattro volte (2010).

Da allora, però, di strada ne ha fatto molta, arrivando a presentare il suo terzo lungometraggio, Il buco, in concorso alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove riceve dieci minuti di applausi e il plauso della critica.

La storia è vera e racconta di voragini che si oppongono al cielo. Sono gli anni Sessanta, l’Italia è nel pieno del boom economico e assiste estasiata ed entusiasta alla costruzione dell’edificio più alto d’Europa nella città simbolo del progresso, il grattacielo Pirelli, prodigio di altezza nella modernissima Milano. Si sognano salti in alto e opportunità, ma, intanto, a Sud, all’altra estremità del Paese, sta per compiersi un’impresa invisibile, muta, un atto completamente gratuito: è il 1961 e il gruppo di speleologi piemontesi guidati da Giulio Gècchele raggiunge il Pollino, massiccio dell’Appennino meridionale, al confine tra Basilicata e Calabria, per esplorare il fondo dell’Abisso del Bifurto, a quasi 700 metri di profondità, 687 per la precisione, una delle grotte più profonde del mondo. Prima di accamparsi accanto al “buco”, i giovani speleologi sfiorano un piccolo paese dell’entroterra che sembra un presepe e non si accorge di loro: gli abitanti si occupano d’altro, guardano la tivù, tutti insieme, fuori dalle case, per agganciarsi al futuro, che sta sempre un passo più in alto, e assistere alla costruzione del grattacielo o al brio del varietà.

Il racconto è fatto di opposti, di invisibile e visibile, di grotte buie e pascoli al sole, di profondità e altezze, di discese coraggiose e riemersioni salvifiche, per riprendere fiato e riempire gli occhi di luce, per poi tornare giù a esplorare, calandosi sempre più in basso. La discesa degli speleologi nel cuore della terra e, fuori, il resto del mondo che sogna invece di toccare il cielo; più vicino, anzi proprio lì, accanto all’impresa, si consuma la storia parallela di un pastore solitario, unica voce che attraversa il film come un rintocco.

Il silenzio accompagna le immagini per poco più di un’ora e mezza e ci “costringe” a restare, a entrare nella sostanza, in quello che è quasi impossibile vedere. Ecco, a quelle prime domande forse dovremmo provare a rispondere ora: è cinema tutto questo o è qualcosa di ancora più bello e, appunto, più profondo?

Non sono stati scelti attori professionisti per questo film, ma un squadra di veri speleologi e un fumettista, che disegna quel che viene scoperto, lasciandone traccia: gli interpreti principali sono Paolo Cossi, Jacopo Elia, Denise Trombin, Nicola Lanza. “È stata una sfida trovare il cast perché l’idea di essere visibile, di partecipare a un film non li attraeva molto – ha spiegato il regista -. Volevano restare al buio, stare sottoterra. Mi piaceva l’idea di lavorare con persone che non volevano fare un film, che non volevano essere viste. Nella speleologia c’è quasi una propensione alla sconfitta, nel senso che non c’è trionfo. Non c’è la cima della montagna da raggiungere come nell’alpinismo dove si vince, si riesce nell’impresa. Nella grotta non si sa dove si va. Non c’è un punto fisso da raggiungere. Quando l’esplorazione finisce, è una piccola sconfitta. Il punto di arrivo è di solito un posto brutto, un posto stretto, sporco e fangoso. C’è sempre una sorta di malinconia. Questa vocazione alla scomparsa, piuttosto che all’affermazione della visibilità, era cinematograficamente intrigante”.

da Il BoLive