Sab 2 Lug 2022
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Ennesimo caso di infanticidio: “E adesso giudicateci tutte”

di Cecilia Gioia

Leggo con dolore l’ennesima morte di una piccola vita per opera di mano adulta. Il genere non è determinante per me, ma a quanto pare in una società culturalmente giudicante si. Mi chiedo quando abbiamo ridotto al minimo la nostra finestra di tolleranza verso la figura della madre.

Forse da quando abbiamo deciso inconsciamente di aderire ad un modello sempre più ideale e poco reale di una maternità edulcorata e politicamente rassicurante. Forse è  proprio lì che il giudizio lapidario e intollerante si è inserito, germogliando odio, parole fiele e pietre.

Perché violenza genera violenza e sguardi pieni di rabbia, mentre l’ennesimo infanticidio scorre davanti ai nostri occhi. Perché le madri, prima di diventarlo, sono innanzitutto donne. Con le loro fatiche, i loro traumi e le fragilità che la vita le presenta. Ma non si fanno sconti alle madri. Non sono contemplate deroghe, piuttosto si sottolineano mancanze su ciò che dovrebbe essere e che non è. Quindi si classifica tra madri buone e madri cattive. Una dicotomia pericolosa e alienante che stigmatizza e non previene.

Piuttosto patologizza o sottovaluta. In entrambi i casi nega ciò che quotidianamente appare ai nostro occhi. Perché la salute mentale è un optional, una roba per pochi eletti, forse una moda su cui i riflettori si accendono ad intermittenza. Giusto il tempo di qualche commento o giudizio, per poi spegnersi in un oblio che diventa fattore di mantenimento per una piaga fin troppo purulenta. Da decubito, direi. Perché continuiamo a sederci su, rimanendo statici, illudendoci che tutto questo non ci riguarda e che se accade, è lontano. Distante da noi e dalle nostre certezze.

Forse non sappiamo invece che solo il 49% delle madri chiede aiuto per disagio psicologico. Più della metà non lo fa a causa della paura dello stigma sociale, che ostacola il lavoro di prevenzione di chi si occupa di psicopatologia perinatale. Solo questo dato spiega quanta strada c’è ancora da fare affinché la salute mentale sia riconosciuta come un diritto della donna e della madre. Mentre la prevenzione, quella primaria, si inizia prima, sin dal preconcepimento.

E quando questo non è  possibile, durante la gravidanza e il postpartum e oltre. Perché la maternità è un processo complesso, delicato come un cristallo che necessita di un clima favorevole che sappia proteggere il bambino o la bambina e la relazione di attaccamento con la madre. Perché anche l’amore materno, come le altre emozioni, ha una duplice valenza: positiva e negativa. Luci ed ombre che portano la donna a vivere emozioni contrastanti rispetto alla gravidanza ed alla nascita del suo bambino o bambina.

Per questo è importante aiutare le mamme a dare un significato alle proprie emozioni legate alla maternità ed intercettare le donne a rischio di psicopatologia in gravidanza e post partum. Perché una neomamma su cinque soffre di depressione post partum e circa la metà di queste donne sono già depresse in gravidanza. Come clinici esperti di psicologia perinatale abbiamo dunque dati epidemiologici, classificazioni diagnostiche, molta ricerca applicata,  programmi di psicoterapia evidence based, ma ancora poche donne chiedono il nostro aiuto.

Cosa manca? Manca la cultura che promuove accoglienza e non giudizio.  Manca lo sguardo consapevole sulle madri in difficoltà, che sono prima persone con le loro vulnerabilità. Perchè non siamo macchine, ma possiamo spegnerci. E in quel momento diventare altro. Perdonaci Elena, perdonaci Martina.

E adesso giudicateci tutte.

*Psicologa, psicoterapeuta – Responsabile del servizio di psicologia perinatale presso iGreco Ospedali Riuniti U.O. Ostetricia e Ginecologia.