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Calabria dalle tante contraddizioni: spesso bistrattata dalla cronaca, ma bellissima

Quasi quotidianamente si sente parlare di una Calabria bistrattata dalla cronaca e dalla mentalità comune di tanti, che tracciano un resoconto fortemente approssimativo e retorico di essa, non tenendo affatto nel giusto conto la vera essenza della regione. Frequentata sin dalla Preistoria e poi dominata da un ventaglio complesso e accattivante di popolazioni, ciò che rende unica questa terra, come tutti sanno, sono le sue contraddizioni affascinanti. Terra di beati e santi, di briganti e di una forte e capillare delinquenza organizzata, di altezze ardite e di distese marine di rara bellezza. E non solo questo: tradizioni e credenze molto radicate nei territori, come il “fascinum” o “μάτιασμα” in greco antico o “u maluocchiu” o “affascinu”, da scacciare tramite rituali cristalizzatisi nel tempo.

Terra delle magare, si veda per esempio San Fili, discendenti dalle antiche streghe tessaliche, ma anche di splendide presenze immaginifiche. Ci si riferisce all’apparire della fata Morgana tra Reggio e la Sicilia, leggenda riconducibile al ciclo di Artù. Essa non è l’unica che popola l’ “imagerie” positiva della Calabria.

A Belmonte, infatti, ci si ricorda della bella ‘Mbriana’, da alcuni ritenuta un folletto, ma dai più similare alle più antiche “janas”, fate sarde di arcaica discendenza, protettrice delle famiglie e in opposizione al “monachiellu”, figure ambedue originariamente napoletane, conosciuto soprattutto nel caso del secondo sul suolo calabro. Un innestarsi di archetipi simbolici positivi rispecchiantisi anche in diverse ninfe e al contempo negativi, fra i quali Scilla, Cariddi e le Sirene che rendono unicamente poliedrica questa terra. Fucina di uomini dal successo straordinario all’estero o nel Nord della penisola. Accanto bisogna annoverare, per es., valenti giornalisti, medici, professori universitari e di “rango sociale inferiore” insieme ad altri professionisti che hanno scelto di fare della Calabria, delizia e croce, con tutte le sue asprezze, la loro vocazione e quasi ragione di vita. Grazie, dunque, a chi ha deciso di restare sul suolo dolce e amaro, come in uno bei dei più bei frammenti della lirica greca, ma anche a chi ha scelto di ritornarvi, ormai carico di esperienze, come l’Ulisse di Kavafis, per rivivere terre scoscese e indimenticabili, dilaniate dal contendere pretestuoso per interessi illegittimi, e l’affetto dei propri cari, magari rinunciando a guadagni maggiori fuori regione. Qui dove, come qualcuno ancora insegna, l’eccelso è costituito dal più difficile da conseguire, possibilmente cercando anche di renderlo migliore o tentando di far nascere con coraggio quasi utopicamente da nulla o poco tanto. “Per aspera ad astra”.

di Vanessa Cuconato, prof.ssa presso il Liceo classico “V. Julia” Acri, dott. di ricerca, autrice di articoli divulgativi e saggi scientifici.