di Atanasio Arch. Basile Pizzi
Gli agglomerati della Regione storica diffusa Arbër, nascono secondo regie disposizioni e in linea il modello di famiglia allargata degli abitanti le colline dei Balcani, e contenute consuetudinario del Kanun. I quartieri, Kisha, Brègù, Sheshi e Kësthënja, rappresentano il percorso evolutivo seguito per la configurazione del centro antico e restituirci l’odierno assetto plano/volumetrico.
Il processo di trasformazione dell’ambiente naturale a quello costruito è avvenuto grazie ai parametri degli ambiti parallele ritrovati, perché simili da punto di vista morfologico, faunistico, orografico e climatico, in tutto, gli stessi ambiti delle terre oltre Adriatico. È in queste macro aree che le costanti dei sistemi urbani: il recinto, la casa e l’orto botanico, hanno trovato l’ambiente ideale per arrivare sino ad oggi; il recinto delimita il territorio, ove la famiglia allargata aveva il controllo assoluto; la casa, anch’essa circoscritta dal cortile era costituita da un unico ambiente in cui conservare le poche suppellettili, alimenti e rispondere alle ire del tempo; il giardino è luogo della prima spogliatura, dimora dell’orto stagionale, la farmacia.
Nel periodo che va dal XV al XX secolo, gli esuli lentamente hanno riposto il modello familiare allargato per quello urbano e poi, in tempi più recenti vive quello della multimedialità. Quando la famiglia allargata inizia ad assumere la conformazione urbana, sono stati realizzati i primi isolati (manxane), secondo schemi articolati o lineari. Inoltre lo sviluppo degli agglomerati tendenzialmente accoglie le direttive dell’urbanistica greca che allocava gli accessi degli abituri, sulle strette vie secondarie, ruhat. Mentre la via principale (hudatë), era un luogo di passaggio per collegare le medie distanze. La Gjitonia, sin dal XVI secolo ha tenuto uniti gli Arbër, opponendosi ad altri modelli locali, divenendo il luogo della ricerca dell’antico legame familiare allargato, il teatro della consuetudine Arbër. Essa ha origine dal tepore del focolare, si espande con cerchi concentrici, nei rioni (shëshi) e si estende lungo i vicoli (rruhat) e le strade (hudatë) sino a giungere gli angoli più reconditi dei territori, Territorio comunale (kuschëtë) e non solo. La Gjitonia si avverte, si respira, si assapora, si vede, si tocca, senza mai poter essere tracciata, circoscritta o murata di materia, perché è un ordinamento di sensi condivisi.
Gli agglomerati Albanofoni rappresentano il cardine che lega lingue, religioni e storie dissimili, le uniche in grado di produrre il modello d’integrazione più consolidato del mediterraneo in epoca moderna. Il piccolo abituro, (shëpia), in origine realizzato in forma estrattiva, nel corso del tempo, il genio locale lo realizza con materiali additivi, blocchi di terra mista a fango e paglia, in fine, grazie ai processi evolutivi dell’uomo, è stato ottimizzato tutto, con l’utilizzo di materiali meno deperibili e più duraturi come : pietre, calce e arena.
I centri abitati così realizzati, si espansero prima in forma orizzontale e poi per non valicare la misura di pertinenza territoriali urbane delle famiglie allargate, in direzione verticale, con piano di residenza a piano terra e al primo piano con copertura sempre a falda unica. Dopo il terremoto del 1783 e la conseguente Soppressione della Giunta di Cassa Sacra, gli stessi ambiti urbani Arbër ebbero un nuovo sviluppo architettonico. Infatti assunsero una nuova veste distributiva che allocava i magazzini e le stalle al piano terra, le abitazioni al primo livello e copertura a multi falda ventilata da apposite aperture. I successivi frazionamenti, richiesero l’uso delle scale esterne, in quanto, non tutti avevano la possibilità di costruire nuove abitazioni, modificando così i piani terra che tornavano ad essere residenze per i più poveri. Cambiavano così radicalmente le prospettive, all’interno dei rioni tipici con i vicoli che si articolavano con numerosi restringimenti, rendendo persino disagevole il passaggio degli animali da soma con basto o relativo carico. Il ciclo di crescita si arricchisce ulteriormente dopo il decennio francese, con la costruzione dei nuovi palazzotti nobiliari, espressione di una classe sociale emergente dopo il due agosto del 1806. Ciò avviene solo per le classi più elevate, perché quelle meno abbienti, continuano a occupare i vecchi Katoj, diversamente dalla media borghesia che evidenzia la nuova posizione sociale, imitando frammenti dei palazzi, con portoni e finestre coronate in pietra lavorata, per denotare una posizione sociale non minore.



