La strina è una tradizione tipica della Calabria, che consiste nel portare di casa in casa un canto augurale per il Natale e il nuovo anno, accompagnato da strumenti musicali.
Si tratta di un’usanza antica e folkloristica, che si è mantenuta soprattutto nei paesi dell’entroterra, ma che negli ultimi anni è stata riscoperta e valorizzata da alcune compagnie popolari, che la propongono in serate dedicate al pubblico.
La strina: origini e significato
La strina deriva dal termine latino “strena”, che indicava i doni di buon augurio che si scambiavano nelle calende di gennaio. La strina, infatti, è un canto di questua, che i suonatori portavano alle famiglie facoltose, ricevendo in cambio uova, formaggio, olio, vino e salumi. Il canto esprimeva la “buona novella” della nascita di Cristo e augurava prosperità e felicità per l’anno nuovo. La strina aveva anche una funzione sociale, di coesione e solidarietà tra i membri della comunità, che si riunivano in gruppi di amici e parenti per partecipare al giro delle case e alla festa finale.
La strina: varianti e strumenti
La strina non ha una versione unica, ma cambia a seconda dei paesi e dei dialetti della Calabria. Ogni strina ha le sue strofe, le sue melodie e le sue regole. Il periodo in cui si canta la strina varia anche da luogo a luogo, ma solitamente va dall’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, al 6 gennaio, giorno dell’Epifania. In alcuni paesi si canta anche nel periodo di Carnevale, dando vita alla “strina di i supprissate”, legata alla stagione dei salumi.
Gli strumenti che accompagnano la strina sono quelli tipici della musica popolare calabrese, come la zampogna, il pipita, il tamburello, la chitarra, il mandolino e la fisarmonica. Tra gli strumenti più caratteristici ci sono i “sazeri”, conosciuti anche come “murtali” o “ammaccasali”, che sono dei cilindri di bronzo usati per “ammaccare” il sale, che producono un suono metallico e ritmico.
La strina: come si canta
La strina inizia con un saluto alla famiglia ospitante, a cui si augura tante gioie e benedizioni. Poi si passa agli auguri personalizzati ad ogni componente del nucleo familiare, chiamato per nome e associato a una rima. Infine si chiede il dono, con la formula “fammi la strina”, che oggi si traduce in un invito a entrare in casa per condividere un bicchiere di vino e un po’ di cibo. Chi si rifiutava di aprire la porta veniva invece deriso con delle strofe offensive. Il canto si concludeva con un ringraziamento e un arrivederci, per poi riprendere il giro fino alla mattina.



