Vittorio Staccione: Il calcio è un gioco, il calcio è vita. Anche nei periodi più bui della storia il calcio sa sempre ritagliarsi uno spazio. Perfino spiando tra il filo spinato dei campi di concentramento si poteva scorgere qualche ragazzetto malnutrito e sfiancato ma ancora con la forza di correre dietro un pallone, quello stesso pallone che prima inseguiva sui campi da calcio.
Una casacca a righe con un triangolo rosso sul petto (a simboleggiare i prigionieri politici) è l’ultima “divisa” indossata da Vittorio Staccione, centrocampista torinese che ha vestito anche la maglia del Cosenza.
Cresciuto a Torino insieme al fratello Eugenio, comincia a giocare, come tanti in quell’epoca, per strada con i sogni appesi ad un pallone di pezza.
Vittorio Staccione: una carriera travagliata
L’obbligo di Leva lo costringe ad abbandonare la sua Torino ed il suo Torino (con il quale esordì nel massimo campionato italiano) finendo alla Cremonese dove racimolerà 18 presenze ma nella cronaca sportiva del giornale “Cremona Nuova” (diretto da Roberto Farinacci, “ras” fascista) non troverete mai il suo cognome perché a causa delle idee politiche socialiste perderà la sua identità e sostituito da una “X”. Il calcio è vita, la sua. Nel breve rientro al Toro (dove si laurea Campione d’Italia) un gruppo di fascisti gli impedisce di giocare la seconda parte di stagione dopo avergli procurato la rottura delle costole durante un pestaggio. Il passaggio a Firenze viene segnato dalla perdita della moglie e dalla piccola Maria Luisa.
A 31 anni arriverà in Calabria sulle sponde del Crati – a Cosenza – dove giocherà le successive tre stagioni prima di una breve apparizione con il Savoia e di rientrare definitivamente nella sua Torino dove diventerà operaio Fiat continuando a giocare in serie D – tra le fila del Chieri – e dove segnerà il suo unico goal da professionista su punizione.
La vita calcistica di Vittorio Staccione ha sempre camminato parallelamente alla sua vita politica, impegnato fin da giovane nella lotta operaia è fermamente contrario al regime fascista, le sue idee politiche lo condanneranno a morte certa perché il fascismo non ammette contraddittorio.

Il 12 marzo del 1944 viene arrestato per aver partecipato attivamente all’organizzazione degli scioperi nelle fabbriche di Torino del 1 marzo e fu caricato su un treno direzione Mauthausen. Vittorio insieme ad altri prigionieri politici continua a rincorrere i suoi sogni attraverso il pallone anche all’interno delle carceri a cielo aperto.
Giocherà la sua ultima partita con una divisa a righe e una pezza rossa sul petto per accontentare le fantasie dei suoi carnefici. Uno dei tanti pestaggi subiti delle guardie del campo di Gusen, gli procura una profonda ferita che, non curata, lo consegnerà alla morte il 16 marzo 1945. Nove giorni più tardi anche il fratello Eugenio morirà di stenti.



