Anche nella nuova rilevazione della Cgia di Mestre, elaborata su dati Istat riferiti all’anno 2022, la Calabria si conferma ai vertici della classifica nazionale per incidenza di lavoro nero.
Il 17 per cento degli occupati in regione lavora senza contratto regolare, segnando un primato negativo che sottolinea la persistente fragilità del tessuto economico e produttivo locale.
Il Sud traina il lavoro sommerso
Subito dopo la Calabria, le percentuali più alte di occupati irregolari si registrano in Campania (14,2%), Sicilia (13,7%) e Puglia (12,6%). Una tendenza consolidata che continua a interessare gran parte del Mezzogiorno, dove il fenomeno del lavoro sommerso resta una piaga strutturale con forti ripercussioni sul fronte previdenziale, fiscale e sociale.
Il Nord con i numeri più bassi
All’estremo opposto della classifica, la Provincia autonoma di Bolzano rappresenta la realtà più virtuosa, con solo il 6,6% di lavoratori irregolari. Il divario con le regioni meridionali è significativo e conferma le disparità territoriali ancora fortemente radicate nel mercato del lavoro italiano.
Un fenomeno che indebolisce l’economia
L’elevata incidenza di occupazione non dichiarata penalizza le entrate fiscali dello Stato e priva i lavoratori di diritti e tutele. Secondo la Cgia, il fenomeno richiede interventi sistemici e coordinati, capaci di contrastare efficacemente l’illegalità e favorire l’emersione del lavoro regolare, anche attraverso una maggiore semplificazione normativa e un rafforzamento dei controlli.



