La Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione inflitta in primo grado all’ex sindaco di Cosenza, e attuale senatore di Forza Italia, Mario Occhiuto. La sentenza riguarda l’accusa di bancarotta fraudolenta, in connessione con il fallimento della società “Ofin Srl”.
Il procedimento che ha coinvolto Occhiuto ebbe inizio con la sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Cosenza, a seguito di un periodo di accertamenti durato due anni. In tale lasso di tempo, il nucleo di polizia economico-finanziaria ha scrutinato meticolosamente relazioni, conti correnti e movimenti bancari dell’ex primo cittadino, nella sua veste di imprenditore, e delle entità societarie in cui figurava come socio.
Le accuse e la traiettoria giudiziaria
Secondo le ricostruzioni investigative, alcune somme sarebbero transitate dalla società Ofin Srl, dichiarata insolvente nel 2014, per essere destinate ad altre operazioni. Nel maggio del 2023, il Tribunale di Cosenza aveva già condannato l’ex sindaco a 3 anni e 6 mesi di detenzione per la stessa accusa, in riferimento al dissesto della società di progettazione. Occhiuto aveva ricoperto il ruolo di amministratore della “Ofin Srl” fino al 2011.
L’accusa principale verteva sul fatto che, durante il periodo della sua gestione, la “Ofin Srl” avrebbe distratto circa 3 milioni di euro, trasferendoli a favore di altre società considerate a lui riconducibili, con finalità personali. A ciò si aggiungeva l’accusa che Occhiuto, in concorso con la sorella Annunziata (già condannata in primo e secondo grado con rito abbreviato a un anno e quattro mesi), avrebbe distratto un’ulteriore somma di 117mila euro, anch’essa per scopi personali.
Queste somme sarebbero state impiegate, tra l’altro, per l’acquisto di appartamenti e magazzini. Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza e coordinate dalla Procura di Cosenza, avevano portato al rinvio a giudizio di Occhiuto nel 2019. L’attuale senatore aveva definito la condanna di primo grado “inaspettata e imprevedibile”, annunciando immediatamente la sua intenzione di ricorrere in appello, negando di aver distratto o utilizzato le somme per fini personali, sostenendo invece di averle sempre «investite in attività imprenditoriali».
Nonostante le argomentazioni difensive, la Corte d’Appello, ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi, ratificando il verdetto di primo grado.



