Trentatré anni fa, il 19 luglio 1992, la strage di via D’Amelio spezzava le vite del giudice Paolo Borsellino e dei suoi valorosi agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Oggi, in un momento che coniuga ricordo e richiesta di giustizia, l’Associazione La Tazzina della Legalità, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Isola di Capo Rizzuto, guidata dal Sindaco Maria Grazia Vittimberga, ospita una significativa tappa della Staffetta della Legalità.
L’appuntamento è per le ore 19:00 a Le Castella, in un momento che si preannuncia intenso e profondamente sentito.
Il testimone e il destino: la voce di Nicola Catanese
A rendere questo incontro ancora più toccante sarà la presenza di Nicola Catanese, l’allora capo scorta di Borsellino. La sua storia è un monito sul filo del destino: proprio la mattina di quel tragico 19 luglio 1992, Catanese si recò a casa del magistrato. Un gesto apparentemente banale – un lancio di moneta – cambiò il suo destino: decise di cedere il turno ad un collega. Quella scelta, frutto del caso, gli salvò la vita. La sua testimonianza sarà un momento cruciale per collegare la memoria agli eventi, ma soprattutto per spingere verso il dovere della verità e della denuncia.
Oltre la retorica: le ombre che ancora avvolgono la strage
Ma l’Associazione “La Tazzina della Legalità” non ha intenzione di cedere alla retorica delle ennesime commemorazioni sterili. Criticano apertamente una politica che, troppo spesso, “parla di legalità senza aver mai avuto il coraggio di fare luce sulle tante, troppe zone d’ombra che ancora circondano quella strage”. L’attenzione si sposta su casi emblematici di verità negate, che continuano a macchiare la storia italiana.
Il mistero del maresciallo Lombardo e l’ombra dell’agenda rossa
Tra queste ombre, emerge con forza la vicenda del maresciallo Carmine Lombardo, uomo fidatissimo di Borsellino, la cui morte è avvenuta in circostanze mai chiarite nel parcheggio del Comando Regionale dei Carabinieri a Palermo. Questo accadde dopo che Lombardo aveva raccolto una testimonianza estremamente delicata da un pentito, il quale aveva chiesto di parlare esclusivamente con lui.
La sua morte fu archiviata frettolosamente come suicidio, nonostante evidenti incongruenze: la pistola fu trovata tra le gambe – una dinamica incompatibile con un colpo alla tempia secondo i periti balistici – e una lettera d’addio che la famiglia ha da subito ritenuto falsa, tesi poi confermata da un perito calligrafico.
E come non menzionare l’Agenda Rossa, il taccuino di Borsellino divenuto il simbolo di una verità negata? Il fratello, Salvatore Borsellino, ne cerca il ritrovamento da decenni. La sua scomparsa rimane un mistero irrisolto, una vera e propria vergogna per una Repubblica che dovrebbe fondarsi sui principi inalienabili di giustizia e trasparenza.
La scelta del coraggio contro il silenzio
“Noi non ci stiamo. Noi dell’Associazione “La Tazzina della Legalità” non vogliamo solo commemorare, vogliamo denunciare“. Questa è la chiara posizione dell’associazione. La loro richiesta è forte: verità per Borsellino, per la sua scorta, per il maresciallo Lombardo e per tutti quei servitori dello Stato che sono stati traditi da quello stesso Stato che avrebbero dovuto difendere. L’invito è rivolto alla cittadinanza, alle istituzioni e alle realtà civiche a partecipare in massa.
Il messaggio finale è perentorio e chiaro: “Perché la memoria senza giustizia è solo retorica. E noi scegliamo di stare dalla parte del coraggio, non del silenzio”.



