La Calabria si trova di fronte a un bivio cruciale. Lo scorso 31 luglio, l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale ha pubblicato il nuovo Piano Stralcio di Bacino per la gestione del rischio da alluvioni (PSdGDAM-RisAl-Cal/L), una mossa che, secondo il gruppo politico Italia del Meridione, rischia di paralizzare l’intero sviluppo strutturale della regione per decenni.
Il Piano, che introduce tre livelli di pericolosità e quattro di rischio basati su modellazioni idrauliche, stabilisce norme rigorose per le costruzioni. E i vincoli sono stringenti: nella quasi totalità delle aree mappate, le nuove edificazioni e le ricostruzioni sono vietate. In pochi casi sono consentiti solo abbattimenti con ricostruzione a volume invariato o manutenzioni ordinarie e straordinarie. Le aree dove è ammessa una nuova edificazione sono rarissime e comunque senza piani interrati.
Un “esperimento” a caro prezzo
Italia del Meridione sottolinea la natura controversa di questo approccio, definito un “esperimento” applicato per la prima volta in Italia. Sebbene il rischio di alluvioni sia una realtà innegabile, l’eccessiva cautela del Piano è motivo di allarme. Questo stesso modello era stato proposto in Campania, ma la forte opposizione ha spinto l’Autorità a ripiegare sulla Calabria, considerata meno “problematicamente” reattiva.
Secondo il comunicato, il Ministero dell’Ambiente e l’Autorità di Bacino starebbero imponendo questi vincoli utilizzando dati datati e modelli eccessivamente prudenti, senza considerare le conseguenze economiche e sociali. Le aree più vincolate, infatti, coincidono con quelle a maggiore vocazione turistica, residenziale e industriale.
Vincoli senza risorse: il paradosso calabrese
Il blocco dell’attività edilizia avrà un impatto devastante sulle già fragili finanze locali e metterà a rischio progetti di sviluppo cofinanziati dallo Stato. Il paradosso è evidente: da un lato si impongono vincoli ferrei per la sicurezza, dall’altro non si prevedono risorse economiche per gli interventi di messa in sicurezza idraulica.
Il comunicato si interroga su come Comuni e cittadini potranno finanziare gli studi necessari per aggiornare i livelli di pericolosità e rischio. E, anche qualora questi studi venissero realizzati, c’è il timore che i nuovi dati non si discostino in modo significativo da quelli attuali, mantenendo i vincoli.
Futuro a rischio per l’edilizia e l’economia
La rigidità del Piano è stata giustificata da alcuni richiamando i recenti disastri idrogeologici in Emilia Romagna, ma Italia del Meridione ritiene inaccettabile che nel 2025 un ente nazionale utilizzi dati obsoleti, senza abbinare i vincoli a una dotazione finanziaria per la riduzione del rischio.
Centri strategici della Calabria, da Reggio Calabria a Cosenza, passando per Catanzaro Lido, Vibo Marina e Crotone, vedranno quasi impossibile costruire capannoni industriali, abbattere e ricostruire abitazioni o ristrutturare strutture ricettive. Un albergo esistente, ad esempio, non potrà migliorare la propria offerta, con il rischio concreto di chiusura e perdita di posti di lavoro.
Un’occasione persa per la Calabria
Mentre l’era digitale e l’intelligenza artificiale permettono calcoli rapidi e previsioni in tempo reale, il nuovo Piano sembra applicare un modello di vincolo assoluto ormai superato. Il rischio concreto è che, tra qualche anno, altre regioni italiane adotteranno soluzioni più moderne ed equilibrate, mentre la Calabria avrà già pagato il prezzo di un “esperimento” che ne blocca lo sviluppo.
Conclude il comunicato con un appello diretto al Ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e alla Dottoressa Vera Corbelli: “Ritirate questo Piano, nato da buone intenzioni ma costruito su dati e metodologie ormai superate. La Calabria non può permettersi l’ennesima condanna all’immobilismo.”



