Il 30 agosto 1951 la ‘ndrangheta spegneva con la violenza la vita del maresciallo dei Carabinieri Antonio Sanginiti, comandante della stazione di Petrizzi. Ucciso a soli 43 anni da un giovane di 19, Angelo Macrì, rappresenta ancora oggi un simbolo del sacrificio di chi scelse di opporsi al potere criminale in Calabria.
Un esempio di servizio allo Stato
Sanginiti incarnava l’essenza del servizio allo Stato, opponendosi con fermezza alla violenza che la mafia cercava di imporre nelle comunità locali. La sua uccisione resta il segno di come la criminalità organizzata sappia manipolare persino i più giovani, trasformando fragilità e legami familiari in strumenti di violenza.
La forza culturale della mafia
Il Coordinamento sottolinea che la criminalità organizzata non è soltanto violenza e reati, ma anche un modello culturale capace di deformare valori e identità, presentandosi come “orizzonte possibile” per molti ragazzi. Un’insidia che va combattuta con l’educazione civica e con la diffusione della legalità come valore di libertà.
Il ruolo decisivo della scuola
“La scuola è il presidio più autentico contro la mafia” ribadisce il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani. Ogni lezione può diventare un atto di resistenza civile, ogni insegnante un seme di consapevolezza capace di spezzare il silenzio. Solo così è possibile evitare che i giovani restino affascinati dalla falsa promessa di potere offerta dalla criminalità.
La memoria come responsabilità collettiva
Ricordare Sanginiti non significa solo onorare il passato, ma riaffermare che la mafia non è invincibile. Il sacrificio dei servitori dello Stato deve tradursi in un progetto educativo concreto, perché la vera barriera contro la cultura mafiosa resta la comunità educativa, fatta di studenti e docenti.



