Non ci sarà nessuna corsa elettorale per Domenico “Mimmo” Lucano alle prossime regionali in Calabria.
Il Tar di Reggio Calabria, dopo l’udienza di questa mattina, ha respinto il ricorso dei legali dell’ex sindaco di Riace, confermando la decisione della commissione elettorale che lo aveva escluso in base alla legge Severino.
La norma, già al centro di molte polemiche politiche, ha inciso ancora una volta sulla vicenda di un personaggio simbolo della sinistra italiana.
La condanna definitiva nel processo Xenia
L’incandidabilità di Lucano discende dalla condanna definitiva a 18 mesi per falso, pronunciata nell’ambito del processo Xenia, che lo aveva visto imputato per la gestione dei progetti di accoglienza a Riace.
La sentenza, seppur ridotta rispetto alle condanne iniziali, è bastata a far scattare la tagliola della Severino, che prevede l’esclusione automatica dalle cariche elettive.
A Catanzaro ricorso improcedibile
A nulla è valso il tentativo di giocarsi un’altra carta in tribunale: il Tar di Catanzaro ha infatti dichiarato improcedibile il ricorso presentato dai difensori di Lucano. Una doppia porta chiusa che, di fatto, lo tiene fuori dalla competizione elettorale, lasciando la lista Avs (Alleanza Verdi e Sinistra) senza il suo nome di punta.
Da Scopelliti a De Magistris: precedenti pesanti
Ogni volta che scatta la legge Severino il dibattito politico si riaccende. Non solo per la sua rigidità, ma anche per le differenze di trattamento che sembrano emergere nei vari casi. In Calabria la Severino aveva già colpito l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, sospeso dopo la condanna per abuso d’ufficio, segnando la fine della sua esperienza politica.
A Napoli, invece, la norma fece cadere l’allora sindaco Luigi De Magistris, poi riabilitato dal Consiglio di Stato che annullò la sua sospensione. Due vicende opposte che mostrano quanto la Severino possa produrre effetti diversi, a seconda delle pronunce dei tribunali amministrativi.
Lucano nel solco dei “decapitati” dalla norma
Ora tocca a Mimmo Lucano, escluso dalle regionali in Calabria per la condanna a 18 mesi nel processo Xenia. Un epilogo che lo accomuna a tanti altri amministratori italiani finiti sotto la scure della Severino, indipendentemente dal peso politico e dal consenso popolare. C’è chi la difende come strumento di moralizzazione e chi la accusa di essere un’arma spuntata, usata in maniera selettiva.
Di certo, la norma continua a lasciare il segno: oggi come dieci anni fa, la Severino resta una legge che divide e che, caso dopo caso, continua a ridisegnare gli equilibri politici in Italia.



