La flessibilità in uscita subisce una brusca frenata con l’ultimo emendamento alla manovra di bilancio.
La possibilità di sommare la rendita delle forme pensionistiche complementari alla pensione pubblica per anticipare l’accesso alla vecchiaia viene ufficialmente soppressa. La misura, introdotta appena un anno fa, scompare dai piani dell’esecutivo, segnando un ritorno alla linea del rigore finanziario.
I dettagli della norma soppressa
La disposizione, inizialmente promossa per offrire una maggiore elasticità ai lavoratori interamente nel sistema contributivo, permetteva di raggiungere i requisiti economici per il pensionamento a 64 anni con 20 anni di contributi. Attraverso il cumulo della previdenza complementare, i lavoratori potevano più facilmente toccare la soglia necessaria: un assegno pari a tre volte la pensione minima per gli uomini e 2,8 volte per le donne.
L’integrazione tra pilastro pubblico e privato era stata concepita come un’innovazione strutturale, con l’ipotesi di estendere il meccanismo anche ai lavoratori attivi prima del 1996. Tuttavia, il percorso si interrompe prima di diventare pienamente operativo, limitando le opzioni di uscita anticipata.
Le ragioni del taglio e l’impatto economico
Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha espresso rammarico per la cancellazione, sottolineando come l’iniziativa non abbia raccolto il sostegno politico sperato nonostante la paternità governativa. La decisione risponde alla necessità di contenere la spesa previdenziale nel lungo periodo. Secondo le stime tecniche, l’eliminazione della norma garantirà risparmi progressivi per le casse dello stato, con una proiezione di beneficio finanziario che raggiungerà i 130,8 milioni di euro entro il 2035.



