La recente rimodulazione fiscale, che prevede il passaggio della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33% per i redditi compresi tra i 28mila e i 50mila euro, è ora legge.
Tuttavia, i dati emersi dipingono un quadro in cui il beneficio percepito dalla maggioranza dei cittadini rischia di essere quasi impercettibile.
Per milioni di lavoratori e famiglie italiane, infatti, il cambiamento nelle buste paga sarà minimo, sollevando interrogativi sull’efficacia reale di una misura che peserà sulle casse dello Stato per circa 9 miliardi di euro nel triennio 2026-2028.
La distribuzione dei benefici e il peso sulle tasche dei cittadini
Nonostante la platea coinvolga circa 14 milioni di contribuenti e 11 milioni di famiglie, il risparmio non sarà equamente distribuito. I calcoli indicano che i vantaggi variano da un minimo di soli 3 euro all’anno per chi percepisce una retribuzione lorda di 31mila euro, fino a un massimo di 440 euro per i redditi superiori ai 56mila euro. In media, lo sconto fiscale si attesta sui 230 euro a testa, una cifra che incide appena per lo 0,7% sui bilanci familiari complessivi.
I numeri presentati dall’Istat durante l’audizione in Commissione Bilancio del Senato evidenziano una polarizzazione delle risorse. Suddividendo la popolazione in quinti di reddito, emerge che l’85% dei fondi stanziati finirà nelle tasche dei due quinti più ricchi della popolazione. Mentre il quinto più povero beneficerà di un risparmio medio di 102 euro annui (circa 8,5 euro al mese), il quinto più facoltoso vedrà un incremento di 411 euro all’anno.
Squilibri territoriali e priorità di spesa
Un altro punto critico riguarda la geografia del benessere in Italia. Nelle regioni dove i redditi medi sono storicamente più bassi, come in Calabria dove la media pro capite non supera i 18mila euro, l’impatto della riforma sarà ancora più marginale. Questa distribuzione diseguale ha alimentato le proteste dei sindacati e delle opposizioni, che mettono in discussione l’opportunità di investire cifre così ingenti in un intervento dai risultati così frammentati.
Le perplessità riguardano soprattutto il costo opportunità di questa manovra. Molti osservatori si chiedono se le stesse risorse non avrebbero potuto garantire una svolta più significativa se destinate a servizi pubblici essenziali. I nove miliardi di euro necessari per coprire le minori entrate nel prossimo triennio avrebbero potuto finanziare interventi strutturali in settori dove la carenza di fondi è cronica, come la sanità o l’istruzione, migliorando direttamente la qualità della vita di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro fascia di reddito.



