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Il processo per il naufragio di Cutro: sotto accusa la macchina dei soccorsi

Domani l’aula del Tribunale di Crotone ospiterà la prima udienza di un processo atteso e doloroso.

Sei militari, quattro appartenenti alla Guardia di Finanza e due alla Guardia Costiera, siedono al banco degli imputati con le accuse di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo.

Al centro del dibattimento c’è la tragica notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, quando il caicco “Summer Love” si frantumò contro una secca a pochi metri dalla riva di Steccato di Cutro, portando alla morte di 94 persone, tra cui 35 bambini.

La ricostruzione della Procura di Crotone descrive uno scenario meteorologico proibitivo, caratterizzato da mare forza 4 e un forte vento di burrasca da sud forza 7. Le onde erano talmente alte da costringere la vedetta V 5006 della Guardia di Finanza a invertire la rotta, mentre le previsioni parlavano di un ulteriore peggioramento. Nonostante queste condizioni, la gestione dell’evento rimase confinata in un protocollo di polizia giudiziaria.

Una catena di omissioni e valutazioni errate

Secondo il sostituto procuratore Pasquale Festa, il disastro sarebbe frutto di “gravi negligenze” che hanno violato le linee guida stabilite nel 2022. L’accusa sostiene che l’operazione sia stata classificata e gestita esclusivamente come “law enforcement”, ovvero un intervento di contrasto all’immigrazione clandestina, ignorando i segnali che avrebbero dovuto far scattare immediatamente i protocolli di ricerca e soccorso (SAR).

Il nodo principale riguarda la mancanza di coordinamento. Gli inquirenti sottolineano come i militari abbiano disatteso il “prioritario, fondamentale e ineludibile obbligo di salvaguardare la vita in mare”. Mentre la Guardia di Finanza non riusciva a monitorare il target per via del meteo e il pattugliatore non lasciava mai gli ormeggi, non veniva richiesta tempestivamente l’attivazione della Guardia Costiera, la quale disponeva di assetti capaci di operare in quelle condizioni.

La strage che si poteva evitare

Il provvedimento di rinvio a giudizio è netto nel definire cosa sarebbe potuto accadere se i protocolli fossero stati seguiti. “Comportamenti che, se diligentemente tenuti,” si legge nel documento, “avrebbero certamente determinato l’impiego di assetti della Guardia Costiera per l’intercetto del natante, sicuramente idonei a navigare in sicurezza”.

L’accusa evidenzia che l’intervento dei mezzi dello Stato avrebbe permesso di constatare visivamente la presenza di oltre 180 persone ammassate sul caicco. Questa consapevolezza avrebbe imposto l’attivazione del piano SAR scenario DETRESFA, impedendo agli scafisti di dirigere il natante verso la secca dove poi si è sgretolato. La verità processuale dovrà ora stabilire se quella “gelida notte d’inverno” poteva avere un epilogo diverso. (fonte corriere della calabria)