L’ultimo rapporto dell’Osservatorio INPS sulle dichiarazioni ISEE relative al 2025 delinea un quadro allarmante per la Calabria, che si conferma la regione con il reddito più basso del Paese.
I dati certificano una frattura economica profonda rispetto al resto d’Italia, con un divario che ha ormai superato la soglia dei 10.000 euro nei confronti delle realtà più ricche del Settentrione.
L’analisi dell’Osservatorio sulle Nuove Povertà
Il commento del Dott. Antonio Belmonte, Direttore dell’Osservatorio Regionale sulle Nuove Povertà, è netto nel definire la situazione attuale. «I dati pubblicati dall’Osservatorio INPS sulle dichiarazioni ISEE relative al 2025 non sono semplici statistiche: sono la certificazione di un fallimento sociale e di una frattura strutturale che sta spaccando in due l’Italia», ha dichiarato Belmonte, aggiungendo che la regione sta segnando un distacco economico e materiale ormai critico.
I numeri del divario tra Nord e Sud
Mentre il valore medio nazionale dell’ISEE si attesta a 17.639 euro, in Calabria la media scende drasticamente a 13.141 euro. Il confronto con il Trentino Alto Adige, dove il valore supera i 23.000 euro, evidenzia una distanza che incide direttamente sulla qualità della vita dei cittadini.
«Il confronto con il Trentino Alto Adige, che supera i 23.000 euro, è impietoso», prosegue Belmonte. «Siamo di fronte a una distanza di quasi 10.000 euro che non è solo numerica, ma rappresenta una differenza abissale nell’accesso ai diritti, alla salute, all’istruzione e al futuro. Se quasi una famiglia su quattro in Calabria vive con meno del minimo necessario, questi nuovi dati ISEE ci dicono che anche chi lavora o possiede un minimo di patrimonio è comunque povero rispetto al resto d’Italia».
Il peso del welfare nel Mezzogiorno
Il rapporto evidenzia che il 43% delle dichiarazioni ISEE nazionali proviene dal Sud e dalle Isole, nonostante in quest’area risieda solo un terzo della popolazione italiana. Questa concentrazione non è attribuibile a una scelta assistenzialista, ma a una necessità di sopravvivenza legata a un mercato del lavoro fragile.
«Questa massiccia richiesta di certificazioni per accedere a bonus e agevolazioni non deve essere letta come una propensione all’assistenzialismo», chiarisce il Direttore dell’Osservatorio. «È l’effetto diretto di un mercato del lavoro che non garantisce l’autosufficienza. In Calabria, il welfare è diventato l’unico ammortizzatore contro retribuzioni insufficienti, part-time involontario e una precarietà che colpisce migliaia di nuclei familiari».
Cause strutturali e lavoro sommerso
La condizione della Calabria è figlia di criticità storiche come il lavoro nero, il dumping contrattuale e una precarietà diffusa in settori strategici come l’agricoltura e il turismo. A queste problematiche si sommano gli effetti climatici che gravano ulteriormente sulle attività produttive locali.
Belmonte condivide l’allarme delle parti sociali, definendo la situazione un’emergenza economica e occupazionale: «Il basso valore ISEE è lo specchio di un sistema produttivo locale vulnerabile, dove il lavoro sommerso e precario priva i cittadini della loro dignità e lo Stato delle risorse per i servizi».
Proposte per un piano straordinario
L’Osservatorio Regionale sulle Nuove Povertà sollecita l’adozione di un Piano Straordinario contro la Povertà che punti sulla creazione di occupazione stabile. Tra le soluzioni prospettate emerge la proposta di legge regionale per l’utilizzo sistematico delle graduatorie vigenti nei concorsi pubblici, al fine di valorizzare gli idonei e dare stabilità al sistema amministrativo.
Viene inoltre sottolineata l’importanza di protocolli di legalità stringenti per le imprese che usufruiscono di fondi pubblici e di investimenti infrastrutturali mirati a contrastare l’isolamento delle aree interne.
«La Calabria non chiede ulteriore assistenza, ma chiede dignità», conclude il Dott. Belmonte. «Non possiamo accettare che la povertà diventi un destino ereditario. È necessario un Patto Sociale che impegni Governo, Regione e imprese a invertire una rotta che, se confermata, condannerà la nostra terra a un’irrilevanza sociale ed economica irreversibile».



